Bresaola “made in USA”? Il caso che divide la politica e agita la filiera agroalimentare italiana
Durante il Question Time alla Camera, il Ministro Lollobrigida difende l’ipotesi di importare carne statunitense per la produzione di bresaola destinata al mercato USA: si riaccende il dibattito su dazi, sovranità alimentare e tutela del Made in Italy

Nella cornice di un commercio globale sempre più instabile, le recenti scelte dell’amministrazione statunitense, guidata da Donald Trump, stanno preoccupando fortemente il settore agroalimentare italiano. I dazi annunciati – fino al 25% su vari prodotti europei – minacciano direttamente le esportazioni italiane verso il primo mercato extra-UE, per un valore annuo di oltre 7,8 miliardi di euro nel solo comparto agroalimentare.
Nonostante i tentativi di mediazione condotti dal Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, incluso l’incontro bilaterale con la Segretaria USA all’Agricoltura Brooke Rollins lo scorso 2 giugno, il rischio di un’escalation commerciale resta concreto. A preoccupare ulteriormente il settore, è la recente ipotesi avanzata dal Ministro: importare carne bovina statunitense per produrre bresaola in Italia, da esportare negli USA.
L’interrogazione parlamentare e il nodo della bresaola
A sollevare la questione in Aula è stata la deputata Maria Elena Boschi (Italia Viva – Il Centro – Renew Europe), con l’interrogazione a risposta immediata n. 3-02080, discussa ieri 9 luglio 2025 durante il question time alla Camera. La parlamentare ha chiesto chiarimenti su:
- Le misure che il Governo intende adottare per tutelare le filiere italiane contro l’impatto dei dazi USA;
- La coerenza dell’ipotesi bresaola con il disciplinare IGP e con la politica commerciale europea;
- L’eventuale coinvolgimento delle istituzioni UE e la valutazione dei rischi economici e reputazionali.
Nella sua risposta, il Ministro Lollobrigida ha difeso l’ipotesi, spiegando che la proposta di utilizzare carne statunitense servirebbe ad aggirare l’attuale blocco all’importazione di salumi bovini italiani negli USA, in vigore dal 2001 per via delle misure anti-BSE. Secondo il Ministro, questa operazione, se autorizzata, potrebbe sbloccare un mercato finora precluso, pur nel rispetto del disciplinare IGP e delle regole UE.
Critiche e repliche: il fuoco incrociato dell’opposizione
Boschi ha replicato duramente, accusando il Governo di assenza di strategia e di “svendere” il made in Italy. A suo avviso, l’operazione bresaola non solo è inconcludente dal punto di vista commerciale, vista la scarsissima presenza del prodotto sul mercato statunitense, ma rischia anche di minare la credibilità delle IGP italiane.
L’opposizione ha inoltre denunciato il fallimento delle politiche negoziali italiane con gli Stati Uniti e una gestione che, a detta della deputata, sta già costando miliardi in esportazioni e migliaia di posti di lavoro a rischio. Non meno dure le critiche all’intero esecutivo, accusato di inefficienza su più fronti.
“Grazie all’ex Ministro della sovranità alimentare Lollobrigida, perché dopo la sua risposta abbiamo capito che di sovranità alimentare non resta nulla, anzi forse anche il suo collega Urso potrebbe cambiare il nome da made in Italy a “made in USA” . Del resto la sua risposta non solo non ha soddisfatto noi ma nemmeno i produttori della Valtellina o di tutto il comparto agroalimentare perché non ha indicato una soluzione – una – sui dazi.” Si è espressa così l’Onorevole Boschi in replica alla risposta del Ministro.
Precedenti e segnali di allarme: cosa ci insegna il caso Regno Unito
Il dibattito italiano si inserisce in un contesto più ampio. Come abbiamo già evidenziato nell’articolo “Accordo USA–UK su carne bovina e bioetanolo: un precedente che dovrebbe far riflettere anche l’Italia” il recente accordo USA–UK sull’export di carne bovina e bioetanolo ha generato forti tensioni nel Regno Unito, con proteste da parte della National Farmers Union per gli effetti destabilizzanti sul settore agricolo nazionale.
L’Italia potrebbe trovarsi presto nella stessa posizione: pressata a livello commerciale da una strategia americana mirata a forzare l’ingresso dei propri prodotti nei mercati europei, utilizzando l’agricoltura come leva geopolitica. Lo stesso comunicato dell’USDA ha indicato l’Italia come paese “ostile” per la presenza di “barriere non tariffarie arbitrarie”.
Un confronto asimmetrico tra Stati e Unione Europea
A complicare ulteriormente la questione è la posizione dell’Italia all’interno dell’Unione Europea, che non consente trattative commerciali bilaterali autonome. Il rischio, come sottolineato qualche settimane fa nell’articolo “Italia–USA: nuovi scenari per l’agroalimentare dopo l’incontro tra i due Ministri dell’agricoltura”, è che iniziative unilaterali come quella ventilata da Lollobrigida indeboliscano il fronte negoziale europeo, favorendo una frammentazione delle strategie di difesa commerciale.
Una questione di scelte e responsabilità
La vicenda non riguarda soltanto la carne o la bresaola. In gioco c’è la credibilità dell’Italia come attore europeo, la difesa delle denominazioni protette e l’integrità della filiera agroalimentare nazionale. L’idea di “aprire” all’importazione di carne statunitense per agevolare l’export non può prescindere da una valutazione sistemica e da un confronto trasparente con le istituzioni europee, con il settore produttivo e con l’opinione pubblica.
In assenza di una strategia chiara e condivisa, il rischio è quello di risposte estemporanee, che sacrificano i principi su cui si fonda il successo del made in Italy nel mondo: qualità, trasparenza e fiducia.
In un’epoca in cui l’agricoltura è sempre più al centro delle partite geopolitiche globali, ogni scelta richiede visione, coerenza e lungimiranza. E su questo terreno, l’Italia non può permettersi passi falsi.



















































































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