Allevare bovini da carne in Calabria: l’azienda Palazzo Ranch punta su filiera chiusa, razze diverse e certificazione bio
Non solo un allevamento di bovini da carne in Calabria, ma un vero e proprio progetto di vita

L’azienda Palazzo Ranch è stata fondata nel 1972 da Matteo Pasini e sua moglie Luciana, genitori di Manolo, agronomo che attualmente porta avanti il “progetto familiare” insieme a sua moglie Beatrice, dottore forestale.
Un progetto più che una semplice azienda, per il carattere sperimentale ed in continua evoluzione che la caratterizza fin dalla nascita, da quando, cioè, il sig. Matteo decise di introdurre la coltivazione del mais in una zona dove questa coltura era praticamente sconosciuta. Ci troviamo, infatti, nella piana di Lametia Terme, luogo estremamente vocato all’agricoltura, un’area al tempo dedicata quasi esclusivamente alla barbabietola a causa della presenza dello zuccherificio di Sant’Eufemia. Il signor Matteo, originario di Brescia, volle tentare questa nuova strada, guadagnandosi, da una parte, il soprannome di “matto” dagli agricoltori della zona, ma dall’altra un’importante produzione di cereali che gli ha portato diverse soddisfazioni per circa 20 anni.
Quando poi, nel 1992, Mac Sherry, allora commissario europeo responsabile della politica agricola comune, presentò una riforma che invitava l’intero comparto ad avvicinarsi ai consumatori, l’attività venne ripensata decidendo di potenziare la parte zootecnica, fino ad allora condotta esclusivamente per autoconsumo, con l’idea di arrivare ad offrire i prodotti aziendali direttamente ai consumatori finali.
Ma in che modo è avvenuto questo passaggio alle produzioni di origine animale?
«Già dal 1987 – spiega Manolo – avevamo avviato un esperimento di vendita diretta, con numeri molto ridotti ed esclusivamente carne suina. Il momento di svolta è avvenuto nel 1996, quando abbiamo deciso di aumentare il numero dei capi allevati costruendo sia nuove porcilaie per i suini che nuove stalle da destinare ai bovini. Qualche capo di razza Chianina in realtà l’abbiamo sempre avuto, in quanto radicata nelle origini di mia mamma Luciana, e incontrata da mio padre nel suo primo lavoro da direttore di un’azienda agricola, in Toscana, dove si recò dopo essersi diplomato perito agrario».
Oggi l’azienda come si presenta?
«Oggi alleviamo 60 fattrici bovine di razza chianina, limousine e charolaise, circa 250 suini, e circa 1000 animali di bassa corte (polli e conigli); abbiamo 50 ettari di terreno, un macello aziendale e un punto vendita dove commercializziamo praticamente tutta la nostra produzione. Uniche eccezioni di canali di vendita esterni cui ricorriamo, sono qualche ristorante stellato e qualche mensa scolastica, in quanto siamo certificati “BIO”, e questo nelle gare pubbliche costituisce un punto a favore».
Come mai tre diverse razze bovine?
«La Chianina è un richiamo ancestrale delle nostre origini, è il bovino più grande esistente sulla terra, imponente, maestoso, con una carne estremamente gustosa. Il mercato locale però richiede anche altre tipologie e non ama una frollatura troppo prolungata, che invece si addice a questo prodotto caratterizzato da poco grasso esterno e molto infiltrato.
Pertanto, ci siamo rivolti alla francese Limousine, sicuramente più precoce e con accrescimenti più rapidi, e soprattutto con i fasci muscolari ricoperti di grasso che la preserva dall’ossidazione. Ottenendo un riscontro molto buono da parte dei consumatori, ho voluto testare anche la Charolaise, e lì c’è stato un altro innamoramento perché si tratta di una razza veramente docile, con un temperamento sereno, degli accrescimenti importanti e notevoli masse muscolari.
Dunque, ognuna ha determinate peculiarità che rispondono ad esigenze e gusti differenti, e noi abbiamo deciso di offrire ai nostri clienti una scelta più ampia».
La scelta di certificarsi “BIO” a cosa è dovuta? La rifareste?
«Le motivazioni risiedono esclusivamente nel volersi differenziare. In Calabria, per cultura, in campo bovino si allevano quasi solo quelli da latte, da carne c’è la podolica con i suoi incroci, che però non vengono ingrassati localmente. Noi ci troviamo nella quarta città, per dimensioni, della regione, c’è un importante bacino di utilizzo, ma dobbiamo competere con la grande distribuzione e quindi era fondamentale riuscire a caratterizzarsi in qualche modo, distinguersi. Il disciplinare biologico era uno degli strumenti che ci poteva dare questa possibilità.
C’è stato un anno di riflessione al riguardo, perché dovevamo verificare la nostra autosufficienza alimentare, in quanto, se si fosse reso necessario l’acquisto di alimenti dall’esterno, sarebbe venuto subito meno il differenziale positivo legato alla certificazione. Il mercato più vicino sarebbe stato Bologna, e tra costo del trasporto e quantitativi minimi da acquistare non ci saremmo rientrati. Dunque, la valutazione è stata molto attenta e oculata.
Un’ulteriore spinta è stata la disponibilità del macello aziendale, che ci permette, insieme al punto vendita interno, di chiudere la filiera con le modalità etiche e produttive che ci rappresentano».
A proposito della macellazione in azienda, Manolo ha condiviso con noi una riflessione che ritengo preziosa per il nostro comparto
«Il macello aziendale consente all’animale di rimanere nell’ambiente dove è nato e cresciuto. E’ un modo per dare anche una certa solennità a questo gesto; senza ipocrisia mi sento di dire che vivo il momento della macellazione come una naturale fase del circolo dell’energia. Un passaggio che fa parte della circolarità della sostanza organica nel suo senso più ampio. A questo proposito voglio ricordare che anche nelle produzioni biologiche vegetali, l’allevamento rappresenta un tassello fondamentale nella rigenerazione dei terreni e nel corretto processo di compostaggio. La nostra azienda, per dimensioni e per tipologia di produzioni, è un archetipo dell’azienda biologica, perché racchiude tutte le fasi della filiera e permette di ottemperare a diversi degli obiettivi posti dalla UE per essere ritenuti sostenibili.
Il macello aziendale inizialmente era anche affittato a commercianti della zona, che erano soliti avvalersi di queste piccole realtà. Con il nuovo Regolamento comunitario 853 è diventato obbligatorio il riconoscimento con bollo CE e molti hanno preferito chiudere, mentre noi lo abbiamo ottenuto, nonostante le richieste di utilizzo da parte degli esterni fossero decisamente calate a favore dei macelli industriali. Questo nel tempo si è rivelato un enorme vantaggio competitivo, in quanto ad oggi ci consente di essere in una vera e propria bolla sanitaria, e, per quanto la struttura sia sovradimensionata per il lavoro effettivamente svolto, la garanzia di biosicurezza che abbiamo ripaga fortemente il suo utilizzo limitato. Naturalmente i costi di gestione sono notevoli rispetto alle lavorazioni fatte, però sono nettamente compensati».
Dunque, anche questa è stata una scelta lungimirante e futurista?
«Assolutamente si, mio padre è stato oltremodo all’avanguardia, interpretando l’essenza della Politica Agricola Comunitaria e mettendola in atto nella sua totalità. A quei tempi sono stati dati tanti soldi per la realizzazione di queste filiere chiuse e lui ha saputo coglierne le grandi opportunità intrinseche. A proposito di “futurismo” pensate che nella nostra azienda dal 1982 al 1990, abbiamo ospitato la ricerca legata allo sviluppo del biogas. Il prof. Florenzano cercava un’azienda che ospitasse la sperimentazione di allevamento di alga spirulina da far digerire a batteri metanigeni per produrre biogas e provare ad alimentare un cogeneratore. La ricerca era seguita dalle Università di Firenze, Colonia e Brasilia. Questa sperimentazione è stata conosciuta a livelli mondiali, perché per un errore ci fu immissione di acqua dolce, e ci fu un adattamento di questa alga di mare all’acqua dolce. E questo portò all’organizzazione di ben due meeting mondiali perché gli scienziati volevano vedere dal vivo l’adattamento di questa alga. Tutto ciò lo racconto solo per far capire lo spirito con cui i miei genitori hanno portato avanti questa azienda lo stesso che io, mia moglie Beatrice e le nostre figlie Agnese e Adele abbiamo fatto nostro.
Crediamo molto nel farsi conoscere, nel raccontarsi, e per questo organizziamo eventi con le scuole e con i consumatori. Riteniamo che il sistema pubblicitario migliore sia il “passaparola“. Agli studenti delle scuole, così come ai consumatori, cerchiamo di far capire che noi produciamo un bene primario, il cibo, cui non si può rinunciare, a differenza di tanto altro che non è così necessario.
Vogliamo diffondere il messaggio che è fondamentale fare scelte oculate su di esso, sia per tutelare la propria salute che per fortificare i modelli produttivi locali. Personalmente non mi interessa aumentare i capi o ingrandire l’azienda, il mio obiettivo è raggiungere un livello qualitativo sempre più elevato del prodotto che offro, affinché chi lo acquista gli riconosca un valore economico sempre più alto».
Per conoscere meglio e contattare direttamente l’azienda “Palazzo Ranch” potete visitare il sito internet (QUI) e il profilo Instagram!





























































































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