Crisi del latte: un silenzio assordante

Il contributo dell’imprenditore Paolo Sali al dibattito aperto sulla filiera lattiero-casearia

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23 Febbraio, 2026

Nel nostro articolo “Cala il prezzo del latte alla stalla, mentre i generi alimentari aumentano. Chi ci sta guadagnando?” abbiamo illustrato i dati provvisori, relativi al mese di gennaio 2026, diffusi da Istat e i dati ufficiali della Camera di Commercio di Verona sull’andamento del prezzo del latte riconosciuto alla stalla, evidenziando lo squilibrio creatosi negli ultimi mesi tra valore riconosciuto agli allevatori e prezzi pagati dai consumatori.

In relazione a tale scenario, Paolo Sali, imprenditore e amministratore di Euro Holstein Srl, ha inviato alla nostra redazione un contributo che si inserisce nel dibattito aperto e costruttivo che ci preme alimentare, e che pubblichiamo integralmente di seguito.

Lettera alla redazione

Gentilissima redazione di Ruminantia,

Ci sedemmo dalla parte del torto, perché tutti gli altri posti erano occupati“.

Con questa frase intrisa di malinconia, rassegnazione e disagio, Bertolt Brecht – con prosa raramente così efficace – enfatizzava e stigmatizzava le situazioni di squilibrio sociale (o politico, o economico) che spesso portano una o più persone ad accettare posizioni scomode e ingiuste “per forza”, assecondando loro malgrado la direzione presa dagli eventi.

Come un tormentone estivo, in questi periodi di grande incertezza per il settore della zootecnia da latte, la citazione di Brecht continua a frullarmi per la testa, e ciò non lo reputo un bene, perché il senso di impotenza e rassegnazione che avverto nelle mie quotidiane visite “pastorali” negli allevamenti da latte sembra fare a gara con la cupidigia delle ultime nebbie di stagione, avide del primo sole, per raffreddare ogni entusiasmo; e si sa, purtroppo, che la rassegnazione è una malattia contagiosa peggio dei pidocchi, come diceva Primo Levi, con ampia cognizione di causa.

E così mi trovo ad uscire dagli allevamenti da latte con sempre più domande che mi tormentano in modo martellante; domande che hanno risposte strane, lontane dalla realtà, che generano considerazioni spesso poco benevole.

Per esempio, mi chiedo:

  • perché fino alla fine del primo semestre del 2025 il mercato piangeva scarsità di latte e, a partire dal mese di agosto dello stesso anno, le “voci” hanno iniziato a paventare una eccessiva produzione, tale da deprimere il prezzo del latte spot a livelli che non si vedevano da maggio 2016?
  • Perché si continua a prendere come riferimento, specie nei periodi negativi, il benedetto latte spot, quando sappiamo che esso rappresenta una quota variabile dal 4 all’8% del mercato, a seconda del periodo stagionale?
  • Perché durante i famosi lavori del Tavolo Masaf era stato raggiunto un accordo a 0,54 centesimi al litro per gennaio, 0,53 per febbraio e 0,52 per marzo, e nessuno lo ha di fatto rispettato?
  • Perché, a seconda delle zone geografiche (a maggior o minor concentrazione di aziende agricole), i criteri applicati nella determinazione e nella applicazione dei prezzi in e fuori “quota” (intesa come produzione del 2025) sono completamente diversi?
  • Perché si continua a prendere come giustificativo del calo del prezzo alla stalla la contrazione nei consumi di latte fresco, quando sappiamo (fonte rapporto ISMEA 2024) che il 49% del latte prodotto va per la produzione di formaggi DOP, il 31% per la produzione di formaggi non DOP, il 3,50% a lavorazioni diverse (burro e yogurt) e solo il restante 16,5% per il latte alimentare (di cui metà fresco e metà UHT)?
  • E perché, se è vero tutto quanto detto sopra (in attesa del rapporto ISMEA 2025), l’indirizzo generale è quello di considerare tutto il latte italiano al pari di un prodotto commodity puro?
  • Ed infine, perché se le elaborazioni dei dati da parte di società di ricerca qualificate continuano a confermare come “estremamente positivo” l’outlook sul mercato globale del latte per il periodo 2026/2033, con CAGR (Compound Annual Growth Rate, ovvero tassi di crescita annui composti) che a – a livello mondiale – sono positivi con valori aggregati dal 2 al 4% circa a seconda delle aree geografiche, si continua a parlare di settore in crisi?

Dicono che se non si hanno le risposte giuste alle domande, allora molto spesso è meglio tacere, per evitare brutte figure. Ed è quello che il settore zootecnico sta facendo, in un silenzio che alle mie orecchie risulta assordante.

Perché ogni operatore del settore in cuor suo, e con un minimo di spirito critico, capisce che quelle sopra formulate, di fatto sono solo domande retoriche.

E che il silenzio, in questo caso, ti costringe a sederti dalla parte sbagliata.

Paolo Sali

Da leggere - Luglio 2026

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