I fitoderivati utilizzati nella nutrizione dei ruminanti offrono opportunità interessanti. Ma sono davvero tutti sicuri?
E' possibile assicurare salute e produttività negli allevamenti tramite fitoderivati naturali ma con certificazioni di qualità

Vorrei ripartire da una definizione che proposi tre anni fa:
“La sfida zootecnica dei prossimi anni, destinata a influenzare profondamente salute e produttività negli allevamenti intensivi, sarà la capacità di controllare lo stress metabolico degli animali associando, nello stesso tempo, strategie antibiotic-free. L’obiettivo è contenere le principali problematiche legate allo stress attraverso prodotti naturali e a basso impatto ambientale, come i fitoderivati ottenuti meccanicamente, senza l’uso di solventi o trattamenti chimico-fisici, e caratterizzati da un’elevata purezza e concentrazione endocellulare.
Queste sostanze, impiegate singolarmente o in sinergia con antiossidanti naturali (polifenoli, bioflavonoidi), estratti di piante officinali ad azione antinfiammatoria e MCFA (acidi grassi a media e corta catena esterificati con glicerolo), nonché con pre-, post- e simbiotici capaci di modulare il microbioma digerente, possono favorire performance sanitarie eccellenti senza impatto sull’ambiente”.
(Dr. Giulio Gabaldo, 2022)
Questa premessa è una formula che utilizzo normalmente, anche oggi, ogni volta che mi accingo alla stesura di un Dossier Tecnico, alla preparazione di una presentazione o di una relazione.
Premesso che mi occupo di nutrizione animale e naturopatia da più di mezzo secolo, confesso che non mi ero mai trovato di fronte a un “caos” ingovernabile come quello che sto vivendo negli ultimi anni.
Qualcosa di simile era accaduto nel mondo dei premix vitaminici nei mangimifici negli anni ’70, allora chiamati “integratori”. Ogni volta che come tecnico proponevo l’uso di un integratore specifico, mi veniva risposto: “Mi scusi dottore, ma a me ne hanno offerto uno uguale ma a un prezzo più economico”.
Mi prodigavo subito per trovarne uno più conveniente, per scoprire la settimana successiva che anche quello era diventato più caro, e così via. In questa bagarre, che coinvolgeva anche le società multinazionali produttrici di vitamine, il mercato rimase a lungo caotico, con il prezzo che prevaleva sulla qualità.
Le analisi sulle vitamine erano costose e difficili da effettuare, rendendo complicato anche per le autorità di controllo fare chiarezza. Di conseguenza, la qualità degli integratori diminuì progressivamente, fino a rendere quasi inutile il loro utilizzo.
Ancora nel 2000 non esistevano autorità private di certificazione e autocontrollo come entità separate, ma stava emergendo il principio dell’autocontrollo obbligatorio per le aziende alimentari, basato sul sistema HACCP. Le aziende dovevano quindi predisporre un sistema di controllo interno autogestito, creando procedure specifiche (il cosiddetto “manuale HACCP”) sotto la responsabilità del titolare, eventualmente supportato da un consulente esterno. La sicurezza alimentare dipendeva proprio da questo approccio.
Sebbene il sistema ISO 9000 fosse stato introdotto già nel 1987 dall’Organizzazione Internazionale per la Standardizzazione, si dovrà attendere la fine del 2005 per l’adozione di sistemi come ISO 22000 e GMP PLUS, standard internazionali specifici per la sicurezza alimentare.
Il problema si è progressivamente risolto con l’istituzione delle Autorità di certificazione e autocontrollo (ISO e GMP PLUS). Negli ultimi anni si è puntato a integrare ISO 22000 e GMP PLUS, combinando la norma internazionale per la gestione della sicurezza alimentare con la certificazione specifica per i mangimi.
La ISO 22000 fornisce una struttura generale per la gestione della sicurezza alimentare, mentre il GMP PLUS è focalizzato sulla sicurezza e sulla responsabilità lungo l’intera catena di produzione e distribuzione dei mangimi, includendo i principi dell’HACCP e i requisiti specifici per la sicurezza dei prodotti destinati agli animali.
Con l’introduzione delle autocertificazioni, sono state praticamente eliminate tutte quelle società che non garantivano gli standard qualitativi. Dal 1° gennaio 2020 la certificazione è diventata obbligatoria in Italia per chi opera nel commercio di alimenti per animali.
Questo ha posto fine alla confusione relativa agli integratori, ma allo stesso tempo ha creato un altro problema, apparentemente ancora più complesso, che si riallaccia alla mia definizione iniziale.
A partire dal 2010 e fino agli ultimissimi anni, le restrizioni della Normativa Europea hanno praticamente escluso molti principi attivi utilizzati come antinfiammatori, antipiretici, antistress, ecc. Essendo il sottoscritto un medico veterinario che da oltre 30 anni pratica la fitoterapia naturale, questa definizione era stata elaborata proprio nella speranza che molti principi attivi di origine naturale potessero restare tali.
Nel corso della mia carriera mi sono subito dedicato allo studio e alla preparazione di prodotti ottenibili senza l’uso di sostanze chimiche (inclusi eteri, stress termici di degradazione, ecc.), che in molti casi possono ridurre l’efficacia terapeutica e aumentare la tossicità e la immuno-resistenza.
L’impiego di piante aromatiche officinali nell’allevamento industriale è considerato un metodo terapeutico alternativo della fitoterapia, che utilizza piante e/o erbe di tipo “officinale” come fonte di sostanze a azione terapeutica o medicamentosa, considerandole veri e propri contenitori dinamici di principi attivi (Firenzuoli, 2009).
Tuttavia, negli ultimi due anni si è sviluppata nel mercato dei prodotti zootecnici una situazione critica, legata in particolare all’offerta di prodotti la cui composizione può sollevare dubbi sulla liceità di alcune sostanze impiegate.
Le analisi di controllo dei prodotti, che normalmente accompagnano l’uso dei farmaci, nel caso di oli essenziali, essenze, spezie, estratti eterei, idrolizzati vegetali, risultano spesso superficiali, incomplete o addirittura inesistenti, e non garantiscono che i contenuti siano conformi alle aspettative dell’utilizzatore.
Anche gli organi di vigilanza (ASL, NAS, ecc.) non dispongono ancora di standard certi e sicuri sui metodi analitici da adottare. A tal proposito, l’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) sta attualmente lavorando per definire norme più precise, al fine di garantire la sicurezza e la tutela del consumatore finale.
Esistono aziende italiane e straniere che commercializzano prodotti simili a quelli naturali, ma di origine incerta, dichiarandoli semplicemente come “aromi naturali”, anche se di naturale non hanno nulla. In molti casi, questi prodotti simulano effetti medicinali, come ad esempio il salicilato di metile, che dal 1° settembre 2025 non sarà più possibile commercializzare, nemmeno come aroma o cosmetico.
Pur non rientrando tra le sostanze CMR (cancerogene, mutagene o tossiche per la riproduzione), il salicilato di metile è consentito solo come cosmetico e non come aromatizzante. Il suo uso nei mangimi sarebbe limitato e regolamentato, richiedendo prescrizione medico-veterinaria per i mangimi medicati. L’ingestione anche in piccole quantità può essere pericolosa per gli animali, causando problemi di salute.
A questo punto, chi vuole restare nella legalità e garantire prodotti realmente naturali, come può difendersi? Come tutelare la sicurezza alimentare lungo tutta la filiera?
La soluzione esiste già per le aziende che vogliono essere certe di utilizzare prodotti senza controindicazioni: le Certificazioni di Qualità.
Cos’è FCA (Food Chain Alliance)? Si tratta di una certificazione nel contesto alimentare che può riferirsi a due ambiti: la sicurezza e la qualità dei mangimi animali, garantendo che i prodotti siano conformi agli standard richiesti lungo l’intera filiera.
Il concetto di sicurezza e qualità nella produzione di mangimi rappresenta una priorità fondamentale per l’industria alimentare. In ogni fase della produzione — dalla ricezione delle materie prime, al trasporto, all’imballaggio, fino alla commercializzazione del mangime finito al cliente — la fiducia nel prodotto è essenziale.
Secondo la normativa vigente, un mangime può essere immesso sul mercato solo se sicuro, idoneo all’uso previsto e privo di effetti dannosi sull’ambiente o sul benessere degli animali.
Conclusioni
Ogni utilizzatore, sia allevatore che distributore, dovrebbe esigere che su ogni etichetta di un prodotto venduto come “prodotto naturale” sia chiaramente riportato il logo di certificazione con il relativo numero di identificazione.
Secondo il sottoscritto, questa semplice misura potrebbe porre fine alla bagarre che attualmente domina il mercato, una situazione che non premia né gli allevatori né i distributori di alimenti funzionali naturali, certi e sicuri.



















































































GDPR Compliant