La crisi idrica sta cambiando l’allevamento di montagna
L’acqua scarseggia e gli allevatori cercano soluzioni per salvare pascoli e mandrie. Ma senza nuovi invasi e una gestione diversa delle risorse, il futuro resta incerto

Sono anni che parliamo di cambiamento climatico, estati torride e grave carenza di acqua, di amministrazioni regionali che attivano procedure di emergenza e che richiedono lo stato di calamità naturale, e che diciamo, senza voler andare troppo lontano, che l’Europa intera sta affrontando una crisi idrica senza precedenti con diverse aree che si trovano in gravi condizioni. Non è una novità. È un tema che richiede interventi urgenti, una minaccia non solo per l’agricoltura, l’ambiente, l’economia, ma per tutti gli esseri viventi. Eppure sembra che la necessaria inversione di tendenza sia ancora lontanissima, e ce lo dimostrano i dati raccolti ed elaborati dall’ Associazione Nazionale Consorzi di gestione e tutela del territorio e acque irrigue (ANBI) e le testimonianze dirette degli allevatori delle zone di montagna che praticano monticazione e alpeggio.
L’estate italiana
Il report settimanale pubblicato lo scorso 6 agosto dall’ANBI fotografa accuratamente la situazione del nostro Paese, evidenziando un quadro, a dir poco allarmante, di sofferenza idrica soprattutto nel Centro-Nord determinato dalla combinazione tra temperature eccezionalmente elevate e scarsità di precipitazioni.
Le regioni più in difficoltà sono quelle del Nord
In Valle d’Aosta, nonostante sia in aumento la portata della Dora Baltea, luglio ha registrato precipitazioni inferiori del 37% alla media e temperature superiori di 3°C alla norma. Ancora più critica è la situazione in Piemonte, dove è piovuto il 54% in meno rispetto alla media, le riserve idriche sono inferiori del 62% e le portate di Tanaro e Varaita sono arrivate rispettivamente a -90% e -83%. In Lombardia le riserve idriche sono scese a 798,5 milioni di metri cubi, meno della metà della dotazione normalmente disponibile, mentre i grandi laghi settentrionali risultano quasi esauriti, tanto che la Regione ha anche recentemente siglato un accordo con la vicina Svizzera per il Lago Maggiore (leggi QUI). Anche il Po presenta portate ai minimi storici, con riduzioni del 74-80% nei principali punti di rilevamento tra Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna. In Veneto, luglio è stato caratterizzato da temporali molto localizzati e intensi e, nonostante un deficit pluviometrico mensile relativamente contenuto, dall’inizio dell’anno idrologico manca il 24% delle precipitazioni e continuano a ridursi le portate di Livenza, Brenta e Bacchiglione. In Emilia-Romagna i fiumi risentono dell’alternanza tra periodi asciutti e precipitazioni violente, mentre i bacini piacentini di Molato e Mignano sono ai livelli più bassi dell’ultimo quinquennio. In Liguria sono in calo le portate di Entella e Vara e in Toscana l’Ombrone continua a registrare portate inferiori sia alla media storica sia al minimo vitale.
Nelle Marche, invece, crescono i livelli dei fiumi Potenza e Nera, ma le dighe conservano meno acqua rispetto allo stesso periodo degli ultimi tre anni. In Umbria il lago Trasimeno continua ad abbassarsi, arrivando vicino al record negativo degli ultimi sessant’anni. Nel Lazio scendono i livelli dei principali laghi vulcanici – Albano, Nemi, Bracciano, Vico e Bolsena – mentre in Abruzzo, l’invaso di Penne conserva invece ancora 5,53 milioni di metri cubi d’acqua. In Campania aumentano le portate di Volturno e Sele, mentre diminuisce quella del Garigliano.
I risultati del Mezzogiorno dopo anni di emergenze
Il quadro appare più rassicurante nel Mezzogiorno, dove le riserve accumulate nei bacini artificiali consentono ancora di garantire l’irrigazione e gli usi potabili nonostante il caldo e l’elevata evaporazione. In Basilicata gli invasi contengono 277,84 milioni di metri cubi, pari al 66% dei volumi autorizzati. In Puglia, nonostante nel Salento le precipitazioni di luglio siano state inferiori dell’80% alla media, gli invasi della Capitanata conservano circa 172 milioni di metri cubi, oltre 104 milioni in più rispetto allo scorso anno. Anche la Sicilia (della cui preoccupante situazione negli anni passati abbiamo parlato in diversi articoli tra cui…) presenta una situazione favorevole, con il 59% di acqua in più rispetto al 2025 e invasi pieni almeno al 70%. In Sardegna, infine, caldo e turismo hanno determinato una forte riduzione delle riserve, ma i serbatoi restano mediamente al 73,38% della capacità grazie alle abbondanti precipitazioni invernali e primaverili.
L’impatto sugli allevamenti
I numeri dell’ANBI restituiscono con chiarezza la portata della crisi idrica, ma raccontano solo una parte della storia. Per capire che cosa significhi concretamente affrontare una stagione così calda e siccitosa bisogna guardare anche a chi ogni giorno lavora a stretto contatto con il territorio e dipende direttamente dalla disponibilità di acqua e di foraggio. Gli allevatori sono tra i primi a fare i conti con gli effetti del cambiamento climatico: meno acqua per abbeverare gli animali, pascoli più secchi, minore disponibilità di foraggio e temperature che rendono sempre più difficile la gestione delle mandrie, al punto da dover salire sopra i 2.500 metri in montagna, o peggio ancora, essere costretti a richiedere la deroga temporale sui giorni di monticazione per poter scendere nuovamente a valle senza rischiare di perdere i finanziamenti spettanti.
Le testimonianze di alcuni allevatori
Come già avvenuto in passato nell’articolo “L’alpeggio ai tempi della siccità: Malga Serona si racconta” di agosto 2022, oltre a rappresentare con dati oggettivi una situazione decisamente allarmante, abbiamo ritenuto importante dar voce nuovamente a chi si trova a gestire i propri animali in queste condizioni.
Per farlo abbiamo raccolto le testimonianze di allevatori, accomunati dalle stesse difficoltà, ma situati in tre territori diversi: la Lessinia, l’Altopiano di Asiago e la più colpita la Valle d’Aosta.
Dalla Lessinia ci hanno detto che la situazione climatica ha causato una riduzione sulle rese foraggere che va dal 40 al 60% sul primo sfalcio di fieno. Coloro che sono andati nelle malghe situate tra i 1.200 e i 1.600 metri sono quelli che hanno avuto maggiori problematiche di sostentamento degli animali perché il pascolo si è completamente seccato. In alcune situazioni si è dovuto ricorrere alla richiesta di discesa anticipata, come del resto anche nella vicina Svizzera, dove, a causa della siccità, gli animali non avevano abbastanza nutrimento.
Alla domanda “cosa si potrebbe fare secondo voi” la risposta è stata ferma e decisa:
“sono necessari invasi e bacini di acqua, ma essendo zona parco la burocrazia e le tempistiche sono troppo lunghe, sarebbe invece importante snellire le pratiche e avviare in maniera urgente le opere necessarie alla raccolta e allo stoccaggio delle acque.”
Concordano sul tema anche gli allevatori dell’Altopiano di Asiago, zona carsica dove la carenza di acqua genera problematiche importanti.
“Qui è fondamentale predisporre bacini e prevedere degli interventi strutturati di manutenzione dei pozzi laddove non si può arrivare con gli acquedotti – dicono – ma soprattutto è necessario e urgente rivedere la gestione degli alpeggi in generale ed i vincoli contenuti nel disciplinare tecnico-economico di utilizzo dei pascoli montani”.
Questo documento contiene, infatti, delle indicazioni che ad oggi andrebbero rivalutate in considerazione non solo dei cambiamenti climatici ma anche dei cambiamenti che la selezione genetica ha prodotto sugli animali. Ci riferiamo, ad esempio, alla possibilità di integrare la razione degli animali in lattazione solamente del 20 % dei fabbisogni energetici giornalieri, calcolati su una tipologia di animali che attualmente non esiste più. Anche in termini strutturali bisognerebbe prevedere delle importanti ristrutturazioni che consentano di avere delle zone pavimentate attrezzate con delle mangiatoie e delle pozze di abbeverata funzionanti. Un esempio di intervento concreto in queste zone arriva da Enego, dove il Comune ha avviato il recupero e l’adeguamento di sei pozze d’alpeggio tra Marcesina e Valmaron. L’intervento è stato finanziato per 80 mila euro dal Ministero dell’Agricoltura, nell’ambito dell’ avviso pubblico dedicato al recupero e alla valorizzazione delle infrastrutture legate alla transumanza, alla monticazione e all’alpeggio. La sua finalità è proprio migliorare la capacità delle strutture di raccogliere e trattenere l’acqua, garantendo punti di abbeveraggio più efficienti per il bestiame durante la permanenza in quota. Una dimostrazione di come il sostegno alle infrastrutture tradizionali possa rappresentare anche una risposta concreta alle crescenti difficoltà legate alla disponibilità di acqua.
Come evidenziato anche dal report ANBI, una situazione ancora più critica è quella che si è riscontrata in Valle d’Aosta. Qui la scrittrice e allevatrice Marzia Verona, nel suo impegno quotidiano di divulgazione e informazione, ha documentato, passo passo, le criticità di questa complicata stagione e raccontato le soluzioni attualmente adottate nel loro territorio per far fronte all’emergenza. Le riportiamo integralmente come spunto di riflessione per i nostri lettori.
…sul fatto che ci sia siccità, ve lo racconto da mesi, pioggia ne abbiamo vista pochissima già in primavera, da fine maggio le temperature sono state ben oltre la media, qua e là è passato qualche temporale, spesso ha soffiato il vento.
Se, però, in Valle d’Aosta siamo riusciti a fare del secondo taglio, del “recor”, come lo chiamano qui, è soltanto grazie all’irrigazione. E si può irrigare grazie all’antico sistema dei ru, i ruscelli che portano l’acqua dai torrenti ai versanti, grazie alle vasche e ai sistemi moderni di irrigazione a pioggia. L’acqua è quella di fusione della neve invernale e/o dei ghiacciai. Se lo scorso inverno non avesse nevicato, quest’anno qui di acqua non ce ne sarebbe stata, visto che ghiacciai qui non ce ne sono già più…
…cosa ci riserverà il futuro? non belle cose, temo… magari la prossima sarà una buona annata, ma le annate grame sono sempre più frequenti…
…nelle immagini, due prati a poca distanza, stessa quota, stessa esposizione. uno dove non è stata fatta irrigazione, uno irrigato … (Nus (AO) Agosto 2026)

Foto: Marzia Verona
















































































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