“La vita va così” (Aicci andat sa vida): il pastore che sfidò il cemento per difendere la sua terra

Un film che dà voce alla figura dell'allevatore custode, autentico tutore del paesaggio e del territorio

10 Novembre, 2025

Negli ultimi anni il settore zootecnico sta mettendo grande impegno per far comprendere all’opinione pubblica i ruoli e le funzioni svolte dai suoi operatori. Infatti, sebbene il core business delle aziende agricole sia quello di produrre cibo per sfamare l’umanità – cosa non proprio trascurabile, ma quasi scontata e sottovalutata nell’era del benessere – l’attività da queste svolta va decisamente oltre questa, soprattutto quando insiste su aree geografiche dove fare agricoltura e allevamento è un’impresa tanto ardua quanto necessaria.

Mi riferisco, in particolare, alla cura del paesaggio e del territorio che, per chi ci lavora, risultano attività fondamentali quanto quella della produzione alimentare. Tuttavia, la distanza del mondo urbano da queste realtà fa sì che spesso le persone se ne rendano conto solamente quando, magari durante una vacanza, si trovano davanti ad ambienti curati e sentieri ben tenuti, come accade sulle montagne del Trentino o tra le colline toscane.

Recentemente, per valorizzare e portare all’attenzione pubblica questa importante tematica, si è intrapresa anche la via istituzionale, avviando — e concludendo nel febbraio 2024 — un percorso normativo volto al riconoscimento della figura dell’”allevatore custode“. Tale iter ha condotto all’emanazione di una legge che istituisce la qualifica di “Agricoltore Custode dell’Ambiente e del Territorio“, riconoscendo formalmente il ruolo degli agricoltori nella tutela del paesaggio e degli ecosistemi rurali. Sicuramente un risultato per la categoria, ma perché le cose abbiano un seguito concreto è necessario un passo in più, qualcosa di diverso.

Questo passo in più parte innanzitutto da una presa di coscienza da parte di tutti noi, e, a pare mio, il regista Riccardo Milani con l’ultimo film da lui co-scritto e diretto, “La vita va così“, è riuscito a farlo in maniera magistrale.

Liberamente ispirato alla vicenda del pastore sardo Ovidio Marras, la storia raccontata credo possa rappresentare per il mondo zootecnico uno strumento estremamente efficace per far comprendere al grande pubblico quanto l’attività agricola e allevatoriale sia fondamentale per il benessere collettivo e per una società che desideri continuare a evolversi e a svilupparsi in modo equilibrato con l’ambiente e con il territorio.

Il 6 gennaio 2024, alla notizia della scomparsa del tenace allevatore di 94 anni, tanti gruppi social di colleghi di tutta Italia lo avevano salutato ricordandolo per la sua battaglia contro i giganti della speculazione edilizia. Già, perché di questo si è trattato: della lotta personale di un singolo individuo ritrovatosi, improvvisamente, nella morsa della cementificazione selvaggia.

Gli spunti di riflessione che si possono cogliere in questo film sono davvero tantissimi, perché oltre l’attaccamento degli allevatori alla propria terra, ai propri animali e al proprio lavoro in sé, la pellicola accende i riflettori su diversi temi estremamente attuali, come lo spopolamento di determinate aree, l’emigrazione dei giovani in cerca di un futuro più stabile, e il consumo del suolo, trattandoli in maniera profonda e toccante.

Ad esempio, c’è la scena in cui si accendono le ruspe e si dà avvio, attraverso una sorta di danza macabra, alla distruzione della macchia mediterranea, che colpisce come un pugno nello stomaco. In quel momento sembra di percepire nell’aria il profumo di corbezzolo, mirto,  lentisco e ginepro, mescolato all’odore acre della terra che si alza mentre gli alberi e gli arbusti vengono sradicati e devastati per spianare il terreno.

E di fronte a tutto ciò non è possibile non farsi tante e tante domande, soprattutto sulle ripercussioni che le nostre attività produttive, edilizia in primis, hanno e continueranno ad avere sul mondo che lasceremo alle generazioni future.

Anche solo nell’ottica di preservare la nostra specie e consentire ai posteri una degna sopravvivenza, dovremmo meditare su queste tematiche, perché in fondo, Ovidio Marras, nel 2010 aveva 80 anni, e avrebbe potuto scegliere di prendere il denaro e godersi gli anni a venire nell’agio, invece di pensare a tutti noi.

E allora grazie ad Ovidio Marras, perché con il suo esempio ha offerto, a chi vorrà coglierla, una possibilità per riflettere profondamente, e ha concesso a tutti la possibilità di continuare ad accedere liberamente alle acque cristalline della spiaggia di Tuerredda!

Forse mi avevano preso per scemo, ma io non mi sono arreso. Volevano intrappolarmi nel cemento. Speravano che me ne andassi. Adesso dovranno buttar giù tutto. Questo posto è di tutti e io lo devo difendere“.

Ovidio Marras

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