Ma la genetica italiana esiste ancora?
Non siamo autosufficienti per latte e carne, ma lo siamo per il materiale seminale? Ruminantia analizza dati e criticità della selezione genetica italiana e chiede il parere dei principali enti selezionatori

La domanda che è il titolo di questo articolo la “gireremo” ai principali enti italiani preposti alla selezione genetica delle razze bovine, bufaline, ovine e caprine, ossia ANAFIBJ, FRIS.ITAL.I, ANARB, ANASB, RIS Bufala, ASSONAPA, ANACLI, ANABIC, ANAPRI, ANABORAPI, ANABORAVA e ANAJER per conoscere il loro parere sull’argomento.
Questo quesito non nasce tanto da una curiosità giornalistica, quanto dal fatto che il nostro Paese, e a ragione, pone molta enfasi e attenzione al Made in Italy, che di diritto e di sostanza include l’agroalimentare. Nel 2022, con l’insediamento dell’attuale Governo, il Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) è stato modificato nel nome in Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), a testimonianza di quanto il Made in Italy sia, per molte ragioni, importante per la nostra nazione.
Ci piacerebbe pensare, per lungimirante saggezza speculativa e non per spirito nazionalistico, che il cibo italiano, soprattutto quello etichettato con contrassegni riconducibili all’italianità, sia realmente prodotto con materie prime italiane, che nel nostro caso sono carne e latte.
Ruminantia segue con molta attenzione la DOP economy, ossia il mondo delle Indicazioni Geografiche europee (IG), perché si tratta di preparazioni alimentari che generano un notevole valore aggiunto, sia dai consumi interni che nell’export, che si distribuisce più o meno equamente lungo la filiera.
Le IG food sono allo stato attuale 331 e generano un valore di 9,6 miliardi di euro alla produzione, 18,5 miliardi di euro al consumo e 5,15 miliardi di euro in export.
Nel 2024 l’intera filiera agroalimentare italiana, dalla produzione primaria alla trasformazione, rappresentava circa il 15% del PIL italiano. ISMEA indica 44,4 miliardi di euro di valore aggiunto agricolo e 38 miliardi di valore aggiunto dell’industria alimentare. L’export agroalimentare era vicino a un valore di 70 miliardi di euro.
I prodotti di origine animale rappresentano indicativamente il 35–40% del valore economico dell’agroalimentare italiano e costituiscono una componente ancora più importante del Made in Italy alimentare di qualità e dell’export.
Sia per il mercato nazionale che per quello internazionale, i claim riconducibili al Made in Italy sono molto attraenti. Basti pensare che il Report 1/2026 dell’Osservatorio Immagino ha evidenziato che su 103.572 referenze alimentari confezionate distribuite in Italia dalla GDO, il 30,6% riporta sulla confezione o sull’etichetta simboli che fanno riferimento all’italianità, l’11,3% alle regioni nelle quali sono state prodotte e il 7,2% sono IG.
Le razze dei ruminanti domestici che oggi vengono selezionate nel mondo sono moltissime e con criteri quali-quantitativi tali da fare in modo che il loro latte e la loro carne incontrino il consenso dei consumatori, che hanno aspettative spesso molto diverse nei vari angoli del mondo.
Una volta si diceva “mogli e buoi dei paesi tuoi”, per sottolineare l’importanza di allevare specie e razze adattate a ogni specifico territorio, sia per ragioni legate alla tradizione, sia al clima, alle specifiche disponibilità di alimenti zootecnici e al gusto della gente.
Le fondamenta sulle quali si è costruito l’agroalimentare e, in particolare, le IG italiane sono molto solide e antiche, ma ciò non ci esime dall’innovazione e non elimina i rischi delle crisi dovute alle fisiologiche mutevolezze del mercato. Disse Oscar Wilde che “la tradizione è un’innovazione ben riuscita”, intendendo che nulla è per sempre e questo vale anche per le IG.
L’ideale sarebbe ovviamente che gli animali che producono il latte e la carne per le nostre eccellenze alimentari siano italiani e che abbiano mangiato solo alimenti italiani, ma sappiamo bene che ciò è impossibile, vista la non autosufficienza nel produrre il latte e la carne, ma anche il cibo per gli animali.
Un esempio virtuoso di legame (filiera) tra una DOP e una razza autoctona, ma altamente selezionata e molto esportata per le sue incredibili performance, è il formaggio francese Roquefort. Questo formaggio è tutelato da una denominazione d’origine (AOP) dal 1925, e ha un rigido disciplinare che obbliga che il latte provenga esclusivamente da pecore di razza Lacaune e che almeno il 75% della sostanza secca della razione annuale derivi dall’area geografica di produzione. Quando l’erba è disponibile, e le condizioni climatiche e del terreno lo consentono, il pascolo giornaliero è obbligatorio. La rubrica Domus Casei di Ruminantia ha raccontato questa eccellenza nell’articolo recentemente pubblicato dal titolo “La Lacaune e la costruzione della filiera Roquefort“. Questa DOP, famosa in tutto il mondo, ha un giro di affari annuale di 280-300 milioni di euro (2024), una produzione di 13.990 tonnellate e il latte viene raccolto da 1.298 allevamenti di pecore Lacaune.
In Italia abbiamo un esercito di ruminanti (BDN 30/6/2026) composto da 5.357.406 bovini, 5.329.765 pecore, 855.394 capre e 437.410 bufali e, nonostante ciò, non siamo ancora autosufficienti.
Non per nazionalismo, ma per sicurezza alimentare e tutela e innovazione delle nostre IG, sarebbe importante sapere se la selezione genetica italiana delle specie e delle razze destinate a produrre l’agroalimentare italiano sia al passo con i tempi, sia per numerosità che per adattamento alle richieste quali-quantitative del mercato.
Per capirne di più abbiamo voluto vedere quanto siamo autosufficienti per il materiale seminale, considerando che soprattutto per le bovine da latte si ritiene che la fecondazione artificiale sia preponderante (80-90%), mentre è ancora marginale negli altri bovini e negli ovini, caprini e bufalini.
Abbiamo consultato i dati del Controllo Ufficiale del Seme del MASAF prodotti dall’Istituto Spallanzani, dove si apprende che nel 2024 in Italia sono state prodotte 2.880.121 paillettes di seme bovino e ne sono state importate 2.425.140, mentre di seme bufalino sono state prodotte 122.670 dosi.
Sintetizzando queste informazioni, per i ruminanti in Italia sono state prodotte nel 2024 3.002.791 dosi di seme, delle quali 98.150 esportate.
Come è possibile vedere nel grafico di seguito, molte sono le razze allevate in Italia per produrre il nostro agroalimentare. Alcune sono autoctone e altre straniere, e per molte di loro esistono piani di miglioramento genetico nazionale.

Razze bovine allevate in Italia BDN al 30/6/2026

Razze ovine allevate in Italia BDN al 30/6/2026

Razze caprine allevate in Italia BDN al 30/6/2026
Immedesimandosi nella gente comune o, più in generale, nell’opinione pubblica, sarebbe lecito aspettarsi alcune domande.
Non essendo autosufficienti per il latte e la carne, è ovvio che siamo costretti a importare latte e carne dall’estero, ma è proprio indispensabile importare anche materiale seminale e riproduttori bovini, ovini e caprini?
Lo Stato e l’UE mettono a disposizione degli Enti selezionatori risorse economiche sufficienti per selezionare le razze italiane? Se fosse ritenuto necessario per rafforzare il Made in Italy, cosa si dovrebbe fare?
Ci piacerebbe trovare una ratio a tutto ciò e, per questo, chiediamo l’opinione ai principali enti selezionatori italiani.
La parola quindi a ANAFIBJ, FRIS.ITAL.I, ANARB, ANASB, RIS Bufala, ASSONAPA, ANACLI, ANABIC, ANAPRI, ANABORAPI, ANABORAVA e ANAJER.
















































































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