Meno metano, più efficienza: la gestione sostenibile della nutrizione nella bovina da latte

Recenti analisi pubblicate sul Journal of Dairy Science rivelano che una combinazione mirata di diete ad alto contenuto di amido e additivi innovativi può ridurre le emissioni di metano enterico fino al 60%

8 Aprile, 2026

IN BREVE

Un team di esperti di nutrizione animale ha delineato, attraverso un’invited review intitolata Advances in nutrition and feed additives to mitigate enteric methane emissions, le strategie più efficaci per ridurre in modo sicuro e produttivo le emissioni nel settore lattiero-caseario globale, spiegando come l’integrazione di inibitori specifici e la scelta accurata dei foraggi possano contribuire a ridurre la produzione di metano. Lo studio è stato condotto presso il Department of Animal Science della Pennsylvania State University, e l‘autore principale e corrispondente è A. N. Hristov.

Il metano, derivante sia dalla fermentazione enterica sia dalla gestione delle deiezioni, è il gas serra più rilevante per il settore dei ruminanti. La sua mitigazione è considerata una priorità assoluta perché, essendo un gas a vita breve, la sua riduzione può rallentare il riscaldamento globale del 30% già nel prossimo decennio. Negli Stati Uniti, le emissioni dei bovini da latte e da carne rappresentano il 67% del metano totale prodotto in agricoltura, rendendo l’intervento nutrizionale un pilastro fondamentale per la sostenibilità.

Dinamiche ruminali e manipolazione della razione

Il metano enterico è un sottoprodotto naturale della fermentazione dei nutrienti, operata dagli archaea del rumine, in particolare quando i carboidrati fibrosi vengono digeriti. La produzione di questo gas è strettamente legata all’assunzione di sostanza secca, ma la tipologia di nutrienti fermentati svolge un ruolo decisivo. Per orientarsi tra le diverse metriche, è bene distinguere l’emissione giornaliera, ovvero la quantità totale di gas prodotta dal capo, dalla “resa di metano”, che indica il gas emesso per unità di alimento ingerito. Un concetto ancora più utile è l’intensità di emissione, che rapporta il metano al chilogrammo di latte prodotto, evidenziando come l’efficienza produttiva sia uno strumento di mitigazione.

Carboidrati e foraggi: l’impatto della dieta

La ricerca ha stabilito che la fermentazione dell’amido produce meno idrogeno libero nel rumine rispetto a quanto prodotto dalla fibra, favorendo la produzione di acido propionico a scapito di quello acetico. Questo spostamento biochimico riduce la disponibilità di idrogeno per gli archei metanogeni riducendo la produzione di gas. Tuttavia, aumentare l’amido oltre il 30% della sostanza secca comporta rischi, come il calo della percentuale di grasso nel latte e possibili squilibri metabolici. Anche la scelta dei foraggi è determinante: sostituire l’insilato di erba medica con l’insilato di mais può ridurre la resa di metano del 5-15% grazie alla maggiore digeribilità e al contenuto di amido di quest’ultimo. Questi cambiamenti nella dieta devono essere valutati con attenzione, poiché foraggi più digeribili possono migliorare l’efficienza azotata, ma richiedono una gestione accurata per non compromettere la redditività aziendale.

L’efficacia degli inibitori e delle alghe

I dati scientifici più solidi riguardano l’impiego di additivi alimentari, con il 3-nitroossipropanolo (3-NOP) in prima linea. Questo inibitore specifico ha dimostrato una riduzione costante del metano enterico tra il 28% e il 32% in numerosi studi indipendenti. L’efficacia del 3-NOP non è però isolata, bensì dipende dalla composizione della dieta base, risultando maggiore in razioni a basso contenuto di fibra (NDF) e con moderati livelli di grassi. Un altro ambito di grande interesse riguarda le macroalghe, in particolare l’Asparagopsis taxiformis, capace di abbattere le emissioni fino al 98% grazie al bromoformio. Tuttavia, l’uso delle alghe presenta criticità legate alla persistenza dell’effetto nel tempo e a potenziali residui di iodio nel latte, che ne limitano attualmente l’applicazione su larga scala. Uno studio recente ha però identificato una nuova specie, denominata provvisoriamente “Seaweed X“, che ha ridotto la resa di metano del 29% senza conseguenze sulla produzione. La sfida attuale della ricerca riguarda la sinergia: combinare additivi con meccanismi d’azione diversi per massimizzare il risparmio di gas.

Materiali e metodi

La validità di queste scoperte poggia su una metodologia di ricerca estremamente rigorosa che combina test di laboratorio e prove sul campo. Gli scienziati hanno utilizzato meta-analisi di studi pubblicati fino a dicembre 2022, integrando dati provenienti da database globali che comprendono centinaia di esperimenti condotti negli ultimi sessant’anni. Per la misurazione diretta dei gas enterici negli animali in vivo sono stati impiegati sistemi come il GreenFeed, che permette di monitorare le emissioni durante il normale comportamento alimentare, e camere di respirazione a flusso d’aria controllato. Parallelamente, sono stati condotti screening in vitro per mappare il “potenziale emissivo di metano” (MEP) di singoli ingredienti. Questi test preliminari hanno permesso di identificare l’efficacia di alimenti come i semi di cotone e la soia tostata integrale, che mostrano proprietà mitiganti grazie al loro contenuto lipidico.

Verso una stalla a basse emissioni

In conclusione, la nutrizione rappresenta la leva più potente a disposizione dei produttori per ridurre l’impronta carbonica del latte. Sebbene la sola manipolazione dei foraggi possa offrire riduzioni limitate al 10-15%, l’integrazione con additivi più volte testati, come il 3-NOP, apre scenari di abbattimento molto più significativi. È fondamentale, però, monitorare l’intero sistema aziendale: una dieta che riduce il metano nel rumine potrebbe aumentare il potenziale emissivo delle deiezioni durante lo stoccaggio se aumenta la quota di solidi volatili degradabili nelle feci. Secondo la review, la strategia vincente consiste nell’ottimizzare la qualità dei foraggi e nel valutare l’adozione di inibitori sicuri, bilanciando sempre la sostenibilità ambientale con la salute animale e la qualità del prodotto finale, aspetti che rimangono prioritari per la redditività del settore.

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