Quanto stanno contribuendo gli allevamenti italiani alla produzione di energia rinnovabile?
Con oltre 48.000 impianti attivi e 12,6 TWh prodotti all'anno l'agricoltura rientra a pieno titolo tra i protagonisti della transizione energetica grazie a biogas, biometano e fotovoltaico sui tetti

L’allevamento è un’attività tradizionale. Non per questo non vive di seconde primavere che l’hanno gradualmente rivoluzionata, fino ad approdare all’agricoltura 4.0, quindi all’avvento della tecnologia e della rivoluzione verde. Quest’ultima, in particolare, è legata alle politiche ambientali di matrice europea e sta lentamente trasformando l’azienda agricola in un hub energetico, capace di sostenere autonomamente le proprie emissioni.
Nell’editoriale di Marco Cattaneo di Le Scienze, nel numero di ottobre di fresca pubblicazione, si parla di transizione energetica. Secondo i dati del Pew Research Center, 25 anni fa l’eolico rappresentava lo 0,3% della produzione elettrica globale, e il fotovoltaico appena lo 0,01%. Secondo l’International Energy Agency, quest’anno le due fonti combinate si avviano a produrre il 20% dell’elettricità, il che porterebbe le fonti rinnovabili, idroelettriche, geotermiche e biomasse, a coprire oltre il 35% della produzione. Tutto questo, nonostante la domanda sia raddoppiata. Nel 2025 il fotovoltaico ha coperto il 75% dell’aumento della domanda, diventando la fonte energetica più economica.
Dove si colloca l’allevamento in questa grandiosa fase di transizione?
La zootecnia soffre tanto gli effetti della crisi climatica quanto le conseguenze geopolitiche e, quindi, economiche dei rincari dei combustibili. Data la duplice debolezza, il settore nel tempo ha dovuto correre ai ripari, talvolta anticipando i tempi, ricorrendo al fotovoltaico sui tetti dei capannoni e delle aziende, e al biogas, con impianti sempre più diffusi.
Un quadro generale
Secondo il Primo Rapporto dell’Osservatorio Agroenergie, redatto da Confagricoltura ed Enel, il settore agricolo italiano conta circa 5 GW di capacità installata da fonti rinnovabili (pari a oltre 48.000 impianti), che generano circa 12,6–13 TWh di energia. Questo volume rappresenta circa l’11% della produzione elettrica rinnovabile nazionale.
La potenza del solare e fotovoltaico in azienda

Il comparto fotovoltaico e solare sui tetti delle aziende e dei capannoni registra una potenza installata di circa 3 GW, distribuita su 46.000 aziende agricole, e copre il 9,5% della potenza fotovoltaica complessiva nazionale. Secondo il Dossier Agrivoltaico in Italia, redatto da Legambiente, sono state ammesse 22.942 domande, consentendo di installare 1,72 GW di nuova potenza sui tetti degli edifici agricoli e zootecnici, senza consumo di suolo. Questo è stato possibile anche grazie ai fondi del PNRR e del MASAF che hanno raggiunto i 2,35 miliardi di euro di incentivi.
Tra biomasse e biogas
Al centro della valorizzazione energetica degli scarti zootecnici è la digestione anaerobica, una degradazione biologica della sostanza organica che avviene in assenza di ossigeno, all’interno dei digestori. Questa reazione produce biogas, una miscela gassosa composta prevalentemente da metano e anidride carbonica, che può essere impiegata per generare elettricità e calore oppure sottoposta a un processo di affinamento chiamato upgrading. L’upgrading rimuove l’anidride carbonica e le impurità dal biogas, trasformandolo in biometano, un combustibile di qualità equiparabile al gas naturale fossile che può essere immesso direttamente nella rete nazionale di distribuzione.
Quanta energia dal biogas?
Gli impianti a biogas sono circa 2000, raggiungono circa 2 GW di capacità, con una taglia media di 1 MW, e sono concentrati prevalentemente nelle regioni del Nord come Lombardia ed Emilia-Romagna, generando 2 miliardi di euro all’anno in flussi di cassa diretti per le aziende agricole, e impiegano oltre 20.000 dipendenti. Le emissioni evitate si stimano in 3 milioni di tonnellate di CO2 equivalente all’anno.

Le deiezioni degli animali costituiscono il 75% del potenziale nazionale di biometano agricolo, seguite dai residui delle colture erbacee al 20% e dagli scarti dell’industria agroalimentare al 4-5%. Quindi, non tutto ciò che viene inserito nei digestori è composto da deiezioni. Una parte, minoritaria ma non trascurabile, proviene da colture erbacee di secondo sfalcio o appositamente coltivate. Se nel primo caso lo spreco è minimo poiché al secondo sfalcio la quantità di sostanza organica si riduce considerevolmente, nella seconda casistica si tratta di un vero e proprio spreco. Viene coltivato un campo, sfruttando risorse, acqua e suolo, con lo scopo di produrre energia pulita. Il risultato è uno sgradevole controsenso. Tanto vale produrre direttamente nutrienti sfruttando il terreno coltivabile.
Ma secondo lo “Studio sul potenziale del biometano”, prodotto dal Dipartimento DAFNAE dell’Università di Padova, condotto nell’ambito della campagna “Fattore Biometano” di Legambiente su dati ISTAT, ISPRA, CRPA ed ENEA, l‘Italia potrebbe generare oltre 5,7 miliardi di m³ all’anno di biometano valorizzando esclusivamente residui e sottoprodotti agricoli. Incontrerebbe così gli obiettivi al 2030 stabiliti dal Piano nazionale energia e clima 2024.

Biometano nelle province
Attualmente, il potenziale totale di biometano ricavabile dalle deiezioni animali è di circa 4,25 miliardi di m³. Nel dettaglio:
- Letame bovino con il 56% del potenziale zootecnico.
- Deiezioni avicole per il 22%.
- Liquame bovino per il 16%.
- Liquame suinicolo per il 6%
I poli regionali a maggior potenziale zootecnico sono Lombardia, con un potenziale di 1,22 miliardi di m³ di biometano (l’83% deriva da effluenti zootecnici), Veneto (881,5 milioni di m³, 76% da effluenti zootecnici), Friuli Venezia Giulia (147,6 milioni di m³, 72% da effluenti zootecnici). Seguono Sicilia (potenziale di 339 milioni di m³, 56% da effluenti zootecnici) e Puglia (287,8 milioni di m³, 50% da effluenti zootecnici).
Il digestato come fertilizzante
Accanto alla produzione gassosa, la digestione anaerobica restituisce il digestato. La digestione anaerobica negli impianti a biogas produce circa 30 milioni di tonnellate di digestato all’anno. Questo residuo organico è ben lontano dall’essere un mero scarto del processo e può diventare un ottimo sostituto dei fertilizzanti di sintesi.
Da qui al 2030
Secondo lo studio sul potenziale del biometano nelle province italiane (Snam e Consorzio Italiano Biogas – CIB) al 2030 si stima che la capacità rinnovabile nel settore agricolo raggiungerà circa 9 GW (pari al 10% della produzione elettrica rinnovabile nazionale). Analogamente, la percentuale di effluenti zootecnici avviati alla digestione anaerobica è stimata in crescita dal 25% attuale al 70% nel 2030, così come la produzione di biometano da deiezioni.
Presente e futuro delle rinnovabili in allevamento
Dagli studi analizzati si evince come la transizione energetica offra alle aziende zootecniche un’opportunità concreta di diversificazione del reddito e di riduzione dei costi operativi aziendali. Tuttavia, l’evoluzione del settore impone di affrontare alcune criticità rilevanti, legate alla complessità degli iter autorizzativi, ai costi di investimento iniziali, soprattutto per le piccole e medie imprese, e alla stabilità delle reti di connessione elettrica e del gas. Nonostante questo, la strada è ormai segnata e il futuro della produzione di energia rinnovabile nelle aziende agricole è solo all’inizio. Possiamo perciò affermare, fuori di dubbio, che anche la zootecnia e l’agricoltura tutta stanno giocando le loro carte per fronteggiare l’attuale e, senza alcuna sorpresa, futura crisi energetica.
Fonti:
Primo Rapporto dell’Osservatorio Agroenergie
Studio sul potenziale del biometano
















































































GDPR Compliant