Report CREA industria alimenti e bevande: la trasformazione di carne e latte traina la crescita nazionale nel 2024

Il nuovo rapporto dell’industria alimentare e delle bevande, presentato a Roma dal CREA nell'ambito del Programma Rete Nazionale della PAC, rivela come le filiere della carne e del latte siano oggi i motori principali della resilienza economica nazionale

trasformazione
23 Gennaio, 2026

Il report CREA 2024, pubblicato recentemente, rivela che l’industria della carne e del latte genera il 35% del fatturato alimentare italiano. In un contesto manifatturiero in calo, la zootecnia di trasformazione cresce in valore e occupazione, confermandosi pilastro di resilienza per l’intera filiera agricola nazionale.

Zootecnia e industria: un legame indissolubile per il reddito agricolo

Il settore zootecnico italiano trova oggi nel comparto della trasformazione industriale non solo un cliente, ma un partner strategico fondamentale per la tenuta del reddito agricolo. Il nuovo Rapporto 2024 realizzato dal CREA – Centro di ricerche Politiche e Bioeconomia, evidenzia chiaramente come l’industria alimentare e delle bevande rappresenti il pilastro manifatturiero della nazione, con una capacità di reazione straordinaria di fronte a scenari macroeconomici complessi.

La trasformazione agisce come un volano che trasferisce il valore del prodotto grezzo verso i mercati finali, specialmente quelli esteri. La crescita del valore aggiunto industriale si traduce in una maggiore stabilità per la produzione primaria, permettendo di assorbire meglio le fluttuazioni dei costi energetici e delle materie prime che hanno caratterizzato l’ultimo biennio.

La forza dei comparti carne e latte

Entrando nel dettaglio delle dinamiche di settore, l’industria alimentare ha dimostrato una capacità di tenuta superiore rispetto al resto del comparto manifatturiero nazionale. Mentre quest’ultimo subiva una flessione, l’industria agroalimentare ha registrato un aumento del valore aggiunto del 3,5%. In questo scenario, la lavorazione della carne e l’industria lattiero-casearia ricoprono un ruolo di assoluto rilievo, rappresentando oltre un terzo dell’intero fatturato della trasformazione alimentare italiana.

Un indicatore tecnico cruciale è la produttività del lavoro, misurata come rapporto tra valore aggiunto e unità lavorative anno (ULA), ovvero il lavoro prestato da una persona a tempo pieno in un anno. In questo ambito, la produzione di alimenti per animali si distingue per livelli di efficienza altissimi, occupando i primi posti per produttività nel settore alimentare, segnale della modernizzazione in atto nelle filiere che supportano l’allevamento.

Numeri e territori: il peso economico della trasformazione animale

I dati aggiornati contenuti nel Rapporto consolidano l’immagine di un settore solido e trainante. Nel 2022, il fatturato derivante dalla lavorazione e conservazione della carne ha raggiunto i 28,5 miliardi di euro, incidendo per il 18,6% sull’intera industria alimentare. Subito dopo si posiziona l’industria lattiero-casearia con un fatturato di 25,5 miliardi di euro, pari al 16,6% del totale. Anche la produzione di mangimi per l’alimentazione animale contribuisce in modo significativo con circa 7,9 miliardi di euro. A livello geografico, la forza di questa industria si concentra prevalentemente nel Nord Italia, dove regioni come Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto guidano la classifica per numero di addetti e fatturato prodotto. Tuttavia, nelle regioni del Sud come Calabria e Sardegna, la trasformazione alimentare assume un peso specifico maggiore nell’economia locale, rappresentando spesso la principale fonte di valore aggiunto industriale.

Dal punto di vista del commercio estero, il comparto caseario ha mostrato una vivacità eccezionale con una crescita dell’export dell’11,1%, confermando che il Made in Italy zootecnico è sempre più richiesto sui mercati internazionali. Questa proiezione verso l’esterno è fondamentale per gli allevatori, poiché permette di diversificare gli sbocchi commerciali e di non dipendere esclusivamente dai consumi interni, che risultano più stagnanti.

I grandi reggono

Dall’analisi del CREA emerge che la competitività dell’allevamento italiano passa attraverso l’integrazione della filiera e la valorizzazione dei prodotti di qualità. Nel bene o nel male, la contrazione del numero di imprese attive suggerisce che solo le realtà più strutturate e orientate all’innovazione riescono a prosperare in un mercato globale. Le società di capitali, più solide finanziariamente, stanno infatti crescendo in termini di rilevanza rispetto alle ditte individuali, segno di una direzionalità molto precisa.

E i medio-piccoli?

Secondo il rapporto del CREA, per le piccole realtà zootecniche, l’attuale scenario economico rappresenta una fase di severa selezione competitiva. La sopravvivenza e la crescita dipendono meno dai volumi e la soluzione risiederebbe nell’organizzazione e nella differenziazione commerciale. In un mercato globale, la piccola dimensione può diventare un vantaggio se declinata valorizzando la qualità e l’origine territoriale.

La capacità di fare rete è fondamentale per superare i limiti dimensionali. Il rapporto evidenzia come i modelli di integrazione permettano alle piccole imprese di affiancarsi efficacemente ad altri comparti e resistere, se non addirittura emergere.

In conclusione

Il consolidamento della leadership europea dell’Italia nell’industria alimentare rappresenta un’opportunità strategica per la zootecnia, a patto di continuare a investire nella distintività del prodotto e nell’efficienza dei processi produttivi.

 

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