Ridurre le emissioni senza rischi: la sfida degli inibitori ambientali in agricoltura

Un nuovo report FAO che analizza il ruolo degli inibitori della metanogenesi e dell’azoto nella riduzione delle emissioni agricole, evidenziando la necessità urgente di un approccio armonizzato alla valutazione del rischio alimentare

co2 - emissioni
20 Gennaio, 2026

L’attuale scenario globale impone al settore agricolo una doppia sfida: soddisfare la crescente domanda di cibo e, contemporaneamente, ridurre drasticamente le emissioni di gas a effetto serra (GHG). Infatti, secondo il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC), organismo scientifico delle Nazioni Unite, istituito nel 1988 dall’ONU e dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale, l’agricoltura sarebbe responsabile, a livello mondiale, del 58% delle emissioni globali di metano (CH4) e del 52% di quelle di protossido di azoto (N2O). In assenza di interventi, si stima che le emissioni complessive dei sistemi agroalimentari aumenteranno del 30-40% entro il 2050 rispetto ai livelli del 2010.

In questo contesto, la FAO ha pubblicato un report per approfondire ed analizzare il ruolo degli inibitori ambientali (EI) come strumenti tecnologici per mitigare l’impatto climatico. Sebbene non siano ancora ampiamente utilizzati, gli inibitori della metanogenesi, gli inibitori della nitrificazione e gli inibitori dell’ureasi sono oggetto di studio per la loro capacità di aumentare l’efficienza nell’uso dell’azoto e di ridurre l’impatto dell’agricoltura sui cambiamenti climatici. Anche la nostra redazione se ne è occupata pubblicando diversi articoli e notizie a riguardo, che potete trovare in fondo come “Contenuti correlati”.

Diversi, tra questi prodotti, sono attualmente ancora in fase di sviluppo, mentre alcuni vengono già utilizzati in diversi mercati, ma i potenziali rischi per la sicurezza alimentare derivanti dai loro residui sono stati pienamente affrontati? La FAO, a tal proposito, ha pubblicato in questi giorni il report “Environmental inhibitors in agrifood systemsConsiderations for food safety risk assessment“, in cui si propone un processo di valutazione del rischio per la sicurezza alimentare legata all’uso degli inibitori ambientali, che affronti il ​​potenziale assorbimento e trasferimento di residui nelle colture destinate al consumo umano e negli alimenti di origine animale.

Cosa sono gli inibitori ambientali?

Il termine “inibitori ambientali” raggruppa composti naturali e sintetici progettati per limitare le perdite di nutrienti o le emissioni gassose. Il report identifica due macro-categorie principali:

      1. Inibitori della metanogenesi: somministrati principalmente ai ruminanti per bloccare l’enzima chiave (metil-coenzima M reduttasi) che catalizza la produzione di metano nel loro apparato digerente. Un esempio rilevante è il 3-nitroossipropanolo (3-NOP), che ha dimostrato di poter ridurre le emissioni enteriche di oltre il 20%.
      2. Inibitori dell’azoto: applicati ai terreni o ai fertilizzanti per rallentare i processi naturali del ciclo dell’azoto, come la nitrificazione e l’attività dell’ureasi. Composti come la diciandiammide (DCD) o il NBPT mirano a migliorare l’efficienza d’uso dell’azoto (NUE), che attualmente a livello globale è ferma a una media del 35%, riducendo al contempo la lisciviazione dei nitrati nelle acque.

Il trasferimento di residui nella catena alimentare

L’aspetto più critico evidenziato dalla FAO riguarda la sicurezza alimentare. Sebbene questi composti non siano sempre applicati direttamente agli alimenti, esiste un rischio concreto di trasferimento di residui lungo la filiera. Gli inibitori della metanogenesi potrebbero lasciare tracce nei prodotti di origine animale come latte e carne. Per quanto riguarda gli inibitori dell’azoto, la loro persistenza nel suolo può portare all’assorbimento da parte delle colture destinate al consumo umano o all’ingestione diretta da parte del bestiame che pascola su terreni trattati. Il report sottolinea che, indipendentemente dall’efficacia ambientale, è essenziale garantire che tali residui non rappresentino un rischio per la salute umana.

Un quadro normativo frammentato

Attualmente, la regolamentazione degli inibitori ambientali è caratterizzata da una forte eterogeneità internazionale. In alcune giurisdizioni, gli inibitori della metanogenesi sono classificati come farmaci veterinari, richiedendo rigorosi studi di sicurezza e la fissazione di limiti massimi di residui (LMR). In altre, sono considerati additivi per mangimi o modificatori intestinali, con protocolli di valutazione differenti. Ad esempio, negli Stati Uniti, la FDA ha recentemente esplorato percorsi normativi specifici per sostanze che agiscono sul microbioma animale senza necessariamente essere classificate come farmaci tradizionali. Questa frammentazione può generare incertezze nei mercati e potenziali interruzioni degli scambi commerciali internazionali.

Raccomandazioni per la valutazione del rischio

Per armonizzare, dunque, l’approccio alla sicurezza alimentare, la FAO propone un processo di valutazione del rischio strutturato in diverse fasi. Qualunque sia la classificazione del composto, i requisiti minimi devono includere:

      • Caratterizzazione chimica e tossicologica: valutazione della stabilità del composto e dei suoi metaboliti.
      • Studi sul destino metabolico: determinare se la sostanza viene assorbita dall’animale o dalla pianta e come viene escreta o trasformata.
      • Valutazione dell’esposizione dietetica: stima dei livelli di residui che i consumatori potrebbero ingerire attraverso la dieta quotidiana.
      • Armonizzazione internazionale: la FAO incoraggia l’uso degli standard del Codex Alimentarius e la consulenza di comitati esperti come il JECFA e il JMPR per stabilire criteri scientifici condivisi a livello globale.

Conclusioni

Trasformare i sistemi agroalimentari è un processo fondamentale per soddisfare la crescente domanda globale di cibo, ma al contempo è urgente ridurre l’impatto ambientale dell’agricoltura. Gli inibitori ambientali possono contribuire in maniera concreta a ridurre le emissioni di metano provenienti da settori agricoli come l’allevamento e la coltivazione del riso, e a ridurre la perdita di azoto dai terreni agricoli. L’adozione di nuove tecnologie per rendere i sistemi agroalimentari più sostenibili deve, però, procedere di pari passo con una rigorosa sorveglianza sulla sicurezza alimentare. Come affermato dalla FAO, considerare la sicurezza alimentare fin dall’inizio dello sviluppo di queste pratiche è l’unico modo per garantire che gli sforzi di mitigazione climatica siano efficaci e affidabili per la popolazione mondiale.

Per consultare il report completo clicca QUI!

Contenuti correlati

 

Image used alone as a linked logo

Da leggere - Maggio 2026

Condividi questa notizia!