Vacche da latte sotto i riflettori: l’industria è pronta a rispondere alle preoccupazioni della gente?

Maggiore controllo pubblico e scandali minano la fiducia nel settore lattiero-caseario; dialogo e trasparenza sono essenziali

consumatore - rifiuto - latte
21 Ottobre, 2025

Le pratiche zootecniche attualmente utilizzate negli allevamenti di vacche da latte non rispecchiano più le aspettative della società in termini di benessere degli animali, generando crescenti critiche verso il settore. Come reagire a questa situazione che inevitabilemente ha un impatto sui consumi del latte e dei suoi derivati? E’ questa la domanda a cui hanno cercato di rispondere il Prof. Daniel M. Weary e la Prof.ssa Marina A. G. von Keyserlingk dell’Università della British Columbia (Canada) in un articolo pubblicato su Animal Production Science, valutando diverse possibili strategie. Questo contributo si inserisce in un percorso di riflessione sull’attuale concetto di benessere animale iniziato con l’articolo Forse non conosciamo davvero la psicologia e il comportamento delle vacche, e proseguito con “Benessere dei bovini da latte: concetti chiave e il ruolo della scienza” e “Tecnologia e benessere animale: una revisione critica della letteratura scientifica, che culminerà il 28 novembre a CremonaFiere, in occasione dell’evento “Benessere che fa latte“. L’incontro vedrà la partecipazione del Prof. Weary, tra i massimi esperti internazionali in materia, che terrà un keynotespeech, e sarà seguito da una tavola rotonda.

Maggiore controllo e una cattiva reputazione per l’industria

L’immagine dell’allevamento da latte è oggi seriamente minacciata. Sempre più cittadini mostrano interesse per l’origine dei prodotti alimentari e vengono spesso introdotti al mondo della zootecnia moderna tramite video di denuncia che documentano abusi e pratiche controverse.

Alcuni casi eclatanti, come quelli avvenuti in Nuova Zelanda e Canada (un video girato sotto copertura in un’azienda agricola neozelandese operante in Cile ha riportato che oltre 6000 vitelli erano stati uccisi con un trauma contundente), hanno provocato forti proteste pubbliche e portato a modifiche legislative e aziendali volte a rafforzare la tutela del benessere animale.

Questi episodi hanno evidenziato come pratiche comuni, ad esempio la separazione precoce vacca-vitello, il limitato accesso al pascolo e la gestione delle vacche non deambulanti, siano percepite in modo negativo dal pubblico, che si attende condizioni di vita più naturali per gli animali.

Tali contrasti riflettono una profonda divergenza di valori tra allevatori e cittadini: i primi tendono a privilegiare aspetti produttivi e gestionali, mentre i secondi attribuiscono maggiore importanza alla naturalità, alla libertà di movimento e al rispetto della sfera emotiva degli animali. Inoltre, la fiducia del pubblico è strettamente legata al grado di trasparenza: gli allevatori sono considerati competenti, ma le organizzazioni per la protezione animale risultano spesso più credibili come fonti d’informazione, soprattutto in seguito a scandali.

Un articolo del Prof. Weary, tra i massimi esperti internazionali in tema di benessere animale, e della Prof. ssa Keyserlingk, pubblicato su Animal Production Science a febbraio 2017, invita a riflettere su come il nostro settore possa rispondere a queste sfide: chiudersi al controllo esterno, educare il pubblico per ridurre incomprensioni, oppure promuovere un dialogo aperto con i cittadini e investire nella ricerca per sviluppare sistemi di allevamento più etici e sostenibili?

Come rispondere, quindi, alle critiche?

Chiudere le porte della stalla

vacca - allevatore - manoUna reazione istintiva alle critiche verso l’allevamento è ridurre la visibilità delle pratiche adottate, sposando un approccio “a porte chiuse”. Nel breve periodo questo può attenuare l’attenzione mediatica, ma nel lungo termine risulta inefficace: l’interesse crescente dei cittadini per la trasparenza nella produzione alimentare alimenta la curiosità e i sospetti verso ciò che viene nascosto. L’esperienza della ricerca biomedica mostra che la segretezza non elimina le critiche, ma può addirittura intensificarle, favorendo disinformazione e sfiducia.

Lo stesso vale per le leggi “ag-gag” (il termine “ag-gag” nasce dalla combinazione di “agriculture”- agricoltura e “gag”-imbavagliare), introdotte in alcuni Paesi (soprattutto negli Stati Uniti) per vietare o limitare la diffusione di video e indagini sotto copertura negli allevamenti e negli impianti di trasformazione animale. Queste normative, nate con l’intento di proteggere le aziende agricole da campagne mediatiche negative, finiscono però per essere percepite come un tentativo di nascondere la verità sulle condizioni degli animali.

Uno studio sperimentale ha dimostrato che la sola conoscenza dell’esistenza delle leggi “ag-gag” riduce la fiducia del pubblico negli agricoltori e allevatori, aumenta il sostegno a regolamenti più severi sul benessere animale e peggiora la percezione complessiva delle condizioni di allevamento.

In sintesi, i tentativi di limitare l’accesso alle informazioni si rivelano controproducenti, poiché compromettono la reputazione del settore e minano la credibilità degli operatori. L’agricoltura, più che chiudersi, ha quindi, secondo gli autori, molto da guadagnare aprendosi al dialogo e alla trasparenza, elementi fondamentali per ricostruire la fiducia dei cittadini.

Educare il pubblico

Quando nascondersi non funziona, un’alternativa sembra essere educare il pubblico sulle pratiche zootecniche, partendo dall’idea che le critiche derivano da ignoranza o scarsa conoscenza del settore. Tuttavia, gli autori riportano che la ricerca mostra che questo approccio raramente ottiene risultati duraturi.

La popolazione coinvolta direttamente nell’agricoltura è oggi minima e gli sforzi educativi promossi da una piccola minoranza difficilmente riescono a modificare le opinioni della maggioranza urbana. Inoltre, la sfiducia verso la comunicazione industriale è elevata, aggravata dai danni reputazionali subiti dal comparto.

Le organizzazioni animaliste risultano più credibili agli occhi del pubblico rispetto all’industria, e gli scandali e le denunce di maltrattamento amplificano questa differenza. Di conseguenza, la pubblicità positiva ha scarso impatto rispetto all’effetto duraturo delle notizie negative.

animalisti - vegani

Studi recenti dimostrano che una maggiore informazione può addirittura rafforzare le critiche, poiché i cittadini, dopo aver appreso dettagli sulle pratiche adottate negli allevamenti, individuano nuove problematiche come la mancanza di accesso al pascolo o la separazione vacca-vitello.

Infine, la conoscenza tecnica non modifica necessariamente gli atteggiamenti, che dipendono soprattutto da valori morali e culturali difficili da cambiare. Per questo, la semplice educazione unidirezionale non basta: solo il dialogo autentico e bidirezionale tra cittadini e operatori può secondo gli autori dello studio favorire una reale comprensione e ridurre il divario tra aspettative sociali e pratiche produttive.

Coinvolgere il pubblico

consumatore - latte - etichettaSecondo Weary e Keyserlingk, un approccio più costruttivo per affrontare le critiche verso l’allevamento da latte consiste nel promuovere conversazioni bidirezionali tra industria e società, coinvolgendo sia i consumatori, che scelgono i prodotti, sia i cittadini, che concedono una “licenza sociale” all’attività zootecnica.

Le ricerche mostrano che i comportamenti d’acquisto spesso non riflettono i valori dichiarati: fattori come prezzo ed etichettatura influenzano più delle convinzioni etiche. Tuttavia i cittadini, attraverso associazioni, media e politiche pubbliche, esercitano un’influenza crescente sulle scelte aziendali e legislative, ben oltre il semplice atto d’acquisto.

Forme efficaci di coinvolgimento includono iniziative come le open house (le nostre “porte aperte”), che aprono le aziende agricole al pubblico. Queste occasioni favoriscono il dialogo diretto, permettono agli allevatori di spiegare le proprie pratiche e di ascoltare le preoccupazioni dei visitatori, generando processi di miglioramento continuo.

Esperienze come quelle del Dairy Education and Research Centre dell’Università della British Columbia (Canada) mostrano che molti cittadini sono ricettivi a soluzioni ibride (ad esempio accesso parziale al pascolo), se vengono spiegati i vincoli gestionali e le esigenze degli animali.

Il problema principale individuato nell’articolo resta però la scarsa disponibilità del settore produttivo a riconoscere la legittimità del punto di vista dei cittadini. Finché le loro preoccupazioni non saranno ascoltate e considerate con rispetto, ogni sforzo di comunicazione rischia di fallire. Solo un dialogo autentico, fondato su trasparenza e reciprocità, può ricostruire la fiducia tra allevatori e società.

Impegnarsi nella ricerca in scienze sociali

Partecipare a conversazioni concrete con il pubblico permette agli operatori del settore lattiero-caseario di comprendere meglio le preoccupazioni dei cittadini e di sviluppare pratiche aziendali mirate a risolverle. Per ottenere progressi significativi è necessario anche investire in una ricerca rigorosa in scienze sociali, per identificare le aree di interesse pubblico e gli ostacoli percepiti all’adozione di pratiche migliori.

Gli studi sugli atteggiamenti del pubblico utilizzano sia metodi quantitativi, come i sondaggi, sia approcci qualitativi, come interviste e focus group, più adatti a cogliere la complessità e i valori legati al benessere animale. Talvolta si impiegano metodologie miste, che combinano opinioni e spiegazioni, o interazioni online tra partecipanti per approfondire le discussioni.

Alcuni risultati indicano che spesso pubblico e produttori condividono opinioni su pratiche controverse, come il taglio della coda, la rimozione o distruzione delle escrescenze cornee dei vitelli senza antidolorifici o l’accesso al pascolo. Tuttavia, ostacoli pratici (percezioni di inefficacia, costi, vincoli di gestione) impediscono l’adozione di alternative più etiche. Questi possono essere affrontati tramite divulgazione mirata e ricerca applicata, individuando soluzioni praticabili.

In altri casi, come la separazione precoce vacca-vitello, esistono divergenze tra pubblico e operatori che richiedono strategie scientifiche e di comunicazione mirate per conciliare benessere animale e gestione aziendale.

Scienza del benessere animale: approcci e limiti

La ricerca sul benessere dei bovini da latte ha prodotto evidenze solide su problematiche specifiche come il taglio della coda e il disbudding, mostrando che alcune pratiche comunemente adottate non migliorano la pulizia delle vacche né la salute della mammella, e che il dolore può essere efficacemente gestito con anestesia e analgesia. Queste problematiche sono relativamente semplici da valutare perché unidimensionali: si misura la pulizia o il livello di dolore, con ampio consenso sugli attributi rilevanti.

Le questioni più complesse, come la separazione precoce vacca-vitello, coinvolgono invece molteplici dimensioni del benessere, tra cui salute, affettività e naturalezza del comportamento. Qui emergono divergenze tra cittadini e operatori: il pubblico percepisce la separazione precoce come dannosa per il legame materno-filiale, mentre molti allevatori ritengono che sia necessaria per ridurre stress e rischi sanitari. Inoltre, alcune pratiche considerate soluzioni (ad esempio gabbie per vitelli) possono risolvere un problema ma introdurne altri, come limitazioni di movimento o contatti sociali.

Per questo, gli autori concludono che lo sviluppo di sistemi produttivi più completi debba bilanciare funzionamento biologico, espressione di comportamenti naturali e stato affettivo, offrendo alternative come sistemi ibridi che permettano scelta tra stalla e pascolo, o una stabulazione sociale per i giovani vitelli. Le evidenze indicano anche che, in molte aree, la stabulazione fissa è destinata a diminuire, rendendo necessaria la ricerca applicata per supportare il passaggio a sistemi meno restrittivi.

Infine, la fiducia del pubblico dipende non solo dai risultati sanitari, ma anche dalla percezione morale della cura degli animali. Trasformare la cura in mera efficienza economica rischia di compromettere la credibilità del settore, mentre riconoscere e valorizzare la responsabilità etica degli allevatori è fondamentale per ottenere l’accettazione sociale delle pratiche zootecniche.

vacca - stalla - allevamento

Ruolo della politica

Le persone si aspettano, almeno, cura adeguata, igiene corretta e sistemi di allevamento rispettosi. La sfida per gli allevatori è dimostrare concretamente di rispettare questi standard minimi. Ma il vero obiettivo può andare oltre: secondo i due autori gli allevatori potrebbero infatti non limitarsi a reagire alle critiche sul benessere animale come a semplici minacce, bensì posizionarsi proattivamente come leader riconosciuti nella gestione del benessere, sviluppando una visione chiara e condivisa che guidi pratiche, comunicazione e innovazione.

Dimostrare la conformità agli standard minimi

Diversi paesi hanno adottato approcci differenti per sviluppare standard di benessere animale e garantirne il rispetto. In nazioni come la Nuova Zelanda e molti Stati europei, la legislazione ha svolto un ruolo centrale: l’Animal Welfare Act del 1999 in Nuova Zelanda e la legge svedese del 1988 sui bovini da latte hanno imposto standard minimi, mentre la Direttiva UE 2001/93/CE ha stabilito norme su stabulazione e procedure dolorose. Tuttavia, un’applicazione insufficiente di queste norme può minare la fiducia in questo approccio.

In altre regioni, gli standard di benessere sono stati sviluppati attraverso iniziative industriali e di filiera, come il codice di condotta dei Dairy Farmers of Canada (DFC–NFACC 2009), elaborato congiuntamente da produttori, scienziati, veterinari, rappresentanti governativi e del movimento per il benessere animale, e sottoposto a consultazioni pubbliche prima della sua adozione. Negli Stati Uniti, il programma FARM (NMPF 2016) è stato elaborato da comitati tecnici con possibilità di commento esterno.

Le sfide principali riguardano il bilanciamento tra flessibilità e rigore degli standard e la promozione di una cultura di autogoverno. Audit interni rigorosi ma riservati possono aiutare gli allevatori a prepararsi, mentre audit di terze parti sono necessari per garantire la fiducia degli stakeholder esterni.

Sviluppare una visione comune

Invece di reagire ai problemi di benessere solo quando emergono, trattandoli come minacce esterne, secondo Weary e Keyserlingk l’industria lattiero-casearia potrebbe sviluppare una visione strategica che la ponga come leader nel benessere animale. I vantaggi di una visione condivisa sono evidenti, in parte perché discussioni ampie e proattive possono aiutare il settore a prevenire i problemi che hanno colpito altre industrie.

Un esempio concreto riguarda la domanda: “Mia nipote potrà (e vorrà) rilevare la mia azienda tra 30 anni?”

Secondo le tendenze attuali, la risposta sarà probabilmente negativa, poiché solo una piccola parte delle aziende esistenti continuerà a operare tra tre decenni. Una visione forte potrebbe invece motivare azioni mirate a preservare una quota significativa di aziende agricole.

Al centro di questa visione dovrebbe esserci una cultura dell’assistenza. Ciò significa non limitarsi a garantire cibo, acqua e riparo, ma anche prevenire danni evitabili, specialmente quelli causati dagli allevatori (ad esempio la decornazione senza adeguata gestione del dolore) e garantire cure ai soggetti più vulnerabili, come vitelli malati, vacche da riforma o vacche in difficoltà.

La salute animale resta una priorità fondamentale: nessuno vuole vitelli con diarrea o vacche con mastite. La sfida è se gli allevatori siano disposti a investire risorse per affrontare questi problemi, anche quando il ritorno economico è limitato o a lungo termine, come nel caso dei vitelli bobby o delle vacche da riforma, che hanno un basso valore commerciale immediato.

Tuttavia, una visione forte, basata su valori condivisi, non basta se non ci sono strumenti politici per implementarla concretamente. Il Canada offre un esempio favorevole in questo senso: il sistema di gestione dell’offerta, basato sul costo di produzione, permette di gestire un marchio “Made in Canada” per i prodotti lattiero-caseari realizzati secondo valori condivisi tra allevatori e cittadini.

Questo sistema consente di trasferire ai consumatori i costi associati al miglioramento del benessere animale e rafforza le argomentazioni di interesse pubblico per il mantenimento della gestione dell’offerta.

Conclusione

L’allevamento animale è sempre più sotto l’occhio e il controllo del pubblico. Strategie di occultamento, come l’uso delle leggi “ag-gag”, si sono dimostrate controproducenti, contribuendo a una perdita di fiducia nel settore. Allo stesso modo, gli sforzi educativi unilaterali difficilmente risolvono le preoccupazioni del pubblico, in quanto l’apprendimento di nuove informazioni spesso genera nuove domande e critiche sulle pratiche comunemente adottate negli allevamenti.

Gli autori concludono quindi che il settore lattiero-caseario dovrebbe promuovere un coinvolgimento continuo e bidirezionale tra produttori, specialisti del settore, cittadini, consumatori e pubblico in generale. Questo richiede un dialogo e un ascolto attento delle preoccupazioni, accompagnati da modifiche concrete nelle pratiche agricole per soddisfare le aspettative della società.

Lo sviluppo di soluzioni efficaci per il benessere animale richiede nuove ricerche biologiche, in particolare studi volti a creare sistemi produttivi che affrontino molteplici dimensioni del benessere: il corretto funzionamento biologico, la naturalezza dei comportamenti e lo stato affettivo degli animali.

Il settore necessita anche di strumenti politici e regolatori che consentano di definire standard chiari e di dimostrare il loro rispetto negli allevamenti, tramite meccanismi di controllo affidabili.

Infine, è essenziale elaborare una visione condivisa di come dovrebbe essere l’allevamento delle vacche da latte nel futuro, tra una generazione. Questa visione può servire da guida per assumere un ruolo di leadership nel garantire quella che tutti possiamo riconoscere come una buona vita per le vacche da latte.

Fonte: “Public concerns about dairy-cow welfare: how should the industry respond?”, D. M. Weary and M. A. G. von Keyserlingk. Animal Production Science, 2017, 57, 1201–1209 Review. http://dx.doi.org/10.1071/AN16680 

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