Metano enterico nel settore zootecnico: lo stato dell’arte della ricerca
Uno studio ha analizzato l'evoluzione delle pubblicazioni sulle emissioni di metano enterico nel settore zootecnico utilizzando tecniche di text mining e topic analysis

Introduzione
Il metano (CH4), insieme all’anidride carbonica (CO2) e al protossido di azoto (N2O), rappresenta uno dei principali gas serra (GHG) prodotti dal settore zootecnico, contribuendo al cambiamento climatico con effetti quali l’aumento delle temperature globali e la scarsità d’acqua (Pörtner et al., 2021; Zobeidi et al., 2022).
La FAO stima che i sistemi agroalimentari legati al settore zootecnico siano responsabili del 12% delle emissioni di GHG, con il metano che rappresenta il 54% di queste emissioni, derivando principalmente dalle fermentazioni ruminali (46%) e dalla gestione del letame (7,8%) (Grossi et al., 2019; FAO, 2023).
Le emissioni variano tra le specie animali, le aree geografiche e i sistemi produttivi, con i bovini che contribuiscono al 62% delle emissioni totali di GHG (Figura 1) (FAO, 2023).
Entro il 2050, la domanda di prodotti di origine animale crescerà del 20%, aumentando inevitabilmente le emissioni di GHG (FAO, 2023). Tuttavia, l’adozione di pratiche sostenibili è fondamentale per ridurre le emissioni e mitigare gli impatti ambientali. Il metano rappresenta un obiettivo chiave per interventi a breve termine nella lotta contro il riscaldamento globale, grazie al suo ciclo di vita atmosferico più breve rispetto alla CO2 (Balcombe et al., 2018).
Diversi fattori influenzano l’emissione di CH4 nei ruminanti, tra cui la specie, la dieta, il tipo di carboidrati, il livello di ingestione e fattori ambientali e genetici (McAllister et al., 1996). Ridurre le emissioni di CH4 e migliorare l’efficienza alimentare è cruciale per contrastare il cambiamento climatico e migliorare l’efficienza energetica negli allevamenti, dove le perdite energetiche rappresentano una parte significativa delle inefficienze economiche (Appuhamy et al., 2016; Palangi and Lackner, 2022).

Figura 1. Diagramma di Sankey delle fonti di emissioni di GHG nel 2015 per specie e prodotti, espresso come percentuale (basato su GLEAM 3, FAO 2023). Le specie monogastriche includono i maiali (14%) e i polli (9%)
Questo studio, utilizzando metodologie di text mining (TM) e topic analysis (TA), ha avuto l’obiettivo di valutare l’evoluzione delle pubblicazioni sulle emissioni di metano enterico (EME) nel settore zootecnico, attraverso un approccio basato sul machine learning. È stata utilizzata la banca dati di Scopus, analizzando il periodo dal 1986 fino a maggio 2024. Per estrarre i documenti, sono state impiegate diverse parole chiave e, dopo aver applicato vari filtri, il numero di documenti ritenuti utili e pertinenti è stato di 1294, a fronte di un totale iniziale di circa 3624.
Risultati e discussione
Il numero di pubblicazioni relative alle EME nel settore zootecnico è in forte crescita. Nella figura 2 si può osservare come le pubblicazioni sull’argomento abbiano iniziato a crescere a partire dal 2005, con un incremento esponenziale (R2=0,72).

Figura 2. Documenti dal 1986 al 2024 della letteratura scientifica sottoposta a revisione paritaria (n = 1294) relativa all’EME nel settore zootecnico. * L’asterisco sull’anno 2024 indica che i risultati di quell’anno sono relativi al periodo da gennaio a maggio.
Il primo articolo pubblicato risale al 1986 in Germania, dove gli autori hanno fornito una panoramica della produzione globale di CH4 da parte dell’uomo, dei ruminanti domestici e dei ruminanti selvatici, concludendo che la produzione di CH4 da parte degli animali, sia domestici che selvatici, contribuisce al 15-25% del metano troposferico totale.
Fino al 2004, le pubblicazioni in merito sono state limitate e irregolari. A partire dal 2005, si è registrato un aumento significativo delle pubblicazioni, che è continuato fino al 2019, quando il numero di articoli annuali ha superato i 100. L’aumento della produzione di pubblicazioni è stato particolarmente marcato dal 2005, anno di entrata in vigore del Protocollo di Kyoto, firmato nel 1997, che ha stabilito obiettivi vincolanti per la riduzione delle emissioni di gas serra nei paesi industrializzati.
Un altro traguardo importante è stato l’Accordo di Parigi del 2015, che ha fissato l’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura media globale a meno di 2 °C, cercando di mantenerla al di sotto di 1,5 °C. Questo accordo ha ulteriormente intensificato l’attenzione della comunità scientifica sulla riduzione delle emissioni di GHG, in particolare quelle derivanti dalle EME.
Il maggior numero di pubblicazioni è stato prodotto dalla rivista Journal of Dairy Science (JDS), seguita da Animal Feed Science and Technology (AFST), Journal of Animal Science (JAS) e Animals (Figura 3).

Figura 3. Top 10 delle riviste che hanno pubblicato documenti su emissioni enteriche di metano del settore zootecnico dal 1980 al 2024, con il numero relativo di articoli pubblicati. JDS: Journal of Dairy Science; AFST: Animal Feed Science and Technology; JAS: Journal of Animal Science; APS: Animal Production Science; LS: Livestock Science; TAHP: Tropical Animal Health Production; CJAS: Canadian Journal of Animal Science; FVS: Frontiers in Veterinary Science.
La distribuzione geografica delle pubblicazioni, basata sull’affiliazione del primo autore, mostra che i paesi con il maggior numero di articoli pubblicati si trovano nell’emisfero settentrionale, dove si registra la maggiore produzione di GHG antropogenici. In queste aree, c’è il maggior numero di aziende zootecniche ed una maggiore disponibilità di finanziamenti per la ricerca nel settore zootecnico.
Secondo la FAO, le regioni con alta produzione di latte includono l’Europa, il Sud Asia e il Nord America, mentre la produzione di carne è concentrata in Asia orientale, Europa e nelle Americhe.

Figura 4. Mappa del mondo con la rappresentazione del numero di pubblicazioni per ogni Paese (in base alla nazionalità del primo autore).
Text mining
L’analisi TM ha rivelato che le parole più frequenti nel contesto dell’EME sono state “milk”, seguita da “cow”, “diet” e “DMI” (dry matter intake), figura 5. Non sorprende che la parola “latte” sia risultata tra le più comuni, seguita da “bovino”, poiché i paesi con il maggior numero di pubblicazioni sono anche i principali produttori di latte vaccino, secondo i dati FAO.
La parola “bovino” è strettamente legata alle EME, poiché il bovino è il principale produttore di GHG, rappresentando il 62% delle emissioni. Come già discusso, la principale fonte di metano è la fermentazione enterica nei ruminanti, rispetto agli animali monogastrici.
La produzione di CH4 può essere espressa in tre modi:
- produzione di metano in litri o grammi al giorno;
- resa di metano, definita come litri o grammi di CH4 per chilogrammo di DMI;
- intensità di metano, definita come litri o grammi di CH4 per chilogrammo di latte o carne prodotta.
La parola “latte” è quindi correlata all’intensità delle EME, indicando quanto metano viene prodotto per unità di produzione. La parola “dieta” è importante poiché la razione alimentare gioca un ruolo cruciale nell’influenzare le EME nei ruminanti. Diversi studi hanno sottolineato che la modulazione della dieta è uno degli approcci più semplici ed economici per ridurre le EME .
La produzione di CH4 può essere ridotta dal 10% al 40% a seconda della strategia alimentare utilizzata. Le strategie alimentari per mitigare le EME possono essere suddivise in tre categorie principali:
- integrazione della dieta con additivi che inibiscono direttamente i metanogeni o modificano i percorsi metabolici, riducendo il substrato per la metanogenesi;
- miglioramento della qualità del foraggio e modifica del rapporto foraggio-concentrato;
- miglioramento della gestione alimentare.
Il termine “DMI” è fondamentale nel contesto delle EME, poiché esiste una forte correlazione tra DMI e le emissioni di metano. Modelli predittivi per stimare le EME si basano spesso su DMI. Studi hanno dimostrato che DMI può predire la produzione di metano (g/d) con un coefficiente di determinazione (R²) di circa 0,60-0,64. Inoltre, il DMI è utilizzato per esprimere la resa di metano (g di CH4/kg di DMI), ed è un metodo preciso per valutare l’efficacia delle strategie di mitigazione.
Oltre a “dmi”, sono state identificate anche parole come “predict” e “model”, che confermano l’uso dei modelli matematici per prevedere l’impatto delle strategie di riduzione delle EME.

Figura 5. Parole con un peso > di 12 (a destra); wordcloud delle 1288 parole estratte dai 1294 documenti selezionati (a sinistra).
Topic analysis
Dalla TA sono emersi 8 argomenti legati all’EME, tra cui: la fermentazione ruminale (RF), i sistemi di misurazione del metano (MS), la composizione della dieta (DC) e i sistemi zootecnici estensivi (EFS). Un tema centrale riguarda i gas serra (GHG), con particolare attenzione alla metanogenesi enterica e alla valutazione del ciclo di vita (LCA) delle filiere zootecniche.
Questi argomenti sono trattati nel topic 9, che rappresenta più del 18% dei documenti. I termini più importanti identificati sono stati: “emiss”, “product”, “reduct”, “ghg”, “greenhouse”, ecc.
Gli studi LCA hanno evidenziato che le emissioni provenienti dalle aziende zootecniche, in particolare quelle legate alla metanogenesi, sono il principale contributo all’impronta di carbonio nelle catene di produzione di latte e carne. L’impronta di carbonio, calcolata tramite LCA, valuta i GHG associati al ciclo di vita di un prodotto.
Uno studio LCA sui bovini da carne biologici ha mostrato che la maggior parte dei GHG (75-89%) proviene dall’allevamento, con le EME che rappresentano la principale fonte di emissioni (47%), con variazioni dovute ai diversi sistemi agricoli e approcci metodologici adottati (Thoma et al., 2013; Vitali et al., 2018). Sebbene la maggior parte dei GHG provenga dal CH4 enterico, è stato osservato che è possibile ridurre gli impatti lungo l’intera catena produttiva (Thoma et al., 2013).

Figura 6. Istogrammi che mostrano i termini più rilevanti per ciascuno dei 9 topic nell’allocazione di Dirichlet latente (LDA). Vengono mostrati i primi 10 termini con i valori di beta più alti. Beta = probabilità che una parola corrisponda a un determinato argomento.
Il secondo topic riguarda i sistemi zootecnici estensivi, identificato attraverso termini come “graze”, “grass”, “pastur” e “forag”, ecc. Questo tema rappresenta più del 9% delle pubblicazioni ed è il quinto più rilevante nell’analisi. I sistemi estensivi, che dipendono dal pascolo, contribuiscono significativamente ai GHG, ma presentano difficoltà nella misurazione e riduzione delle emissioni di CH4. Il bilancio del CH4 in questi sistemi proviene principalmente da due fonti: i batteri del suolo, che possono produrre o consumare CH4, e i ruminanti che emettono CH4 durante la digestione dell’erba. Tali sistemi sono considerati inefficienti, con basse prestazioni animali, e tendono a generare maggiori emissioni per unità di prodotto (CH4/kg di latte o carne) (Hristov et al., 2013; Mapfumo et al., 2018; Soder e Brito, 2023).
In molti Paesi in via di sviluppo, come quelli africani, dove i pascoli sono scarsi e di bassa qualità, le inefficienze digestive portano a un aumento delle emissioni(Avetisyan et al., 2011). Tuttavia, i sistemi estensivi sono anche considerati una potenziale pratica di mitigazione dei GHG. La gestione appropriata del pascolo, come la regolazione dell’intensità di pascolo, la semina di legumi, o la fertilizzazione, favorisce il sequestro del carbonio nel suolo, con una media di 1,76 t CO2ha−1 all’ anno (Conant et al., 2017). Tuttavia, la complessità delle interazioni tra suolo, vegetazione, animali da pascolo e interventi umani rende difficile valutare il potenziale di sequestro del carbonio in questi sistemi (Godde et al., 2020).
I termini più importanti emersi nel topic 3 sono “measur”, “emiss”, “use”, “day”, “animal”, “technique”, “chamber”, per tale ragione questo topic si concentra sui sistemi di misurazione in vivo (MS) delle emissioni di CH4 negli animali. Il topic 3 ha rappresentato oltre il 9% degli articoli selezionati.
Le fluttuazioni nel numero delle pubblicazioni potrebbero essere legate all’introduzione di nuovi sistemi di misurazione, come il GreenFeed (GF), introdotto nel 2010, che ha visto un picco nelle pubblicazioni a partire dal 2016. Questo sistema ha visto una crescente adozione negli anni successivi, con oltre il 45% degli studi nel 2016 che utilizzavano il GF.
Ogni tecnica di misurazione, tuttavia, ha un impatto sulla variabilità delle EME, e la mancanza di metodologie uniformi potrebbe generare incertezze nei risultati degli inventari nazionali di GHG (Hammond et al., 2016; Della Rosa et al., 2021). Le tecniche più comuni per misurare EME sono le camere di respirazione (RC), i traccianti al SF6 e i sistemi automatizzati di monitoraggio delle emissioni come il GF.
Nonostante l’aumento delle tecniche disponibili, ciascuna presenta vantaggi e svantaggi, e la scelta dipende dagli obiettivi, dalle risorse e dalle competenze disponibili (Storm et al., 2012; Bekele et al., 2022; Nejad et al., 2024). Le misurazioni dirette sull’animale sono costose e poco pratiche su larga scala, motivo per cui sono state sviluppate tecniche empiriche per stimare le emissioni di CH4, come l’identificazione di indicatori indiretti facilmente rilevabili (Ellis et al., 2010).
Il topic 8, definito “Modelli di previsione” (PM), si focalizza sui modelli predittivi per stimare le emissioni di CH4 utilizzando proxy, come l’assunzione di nutrienti o gli acidi grassi presenti nel latte. I termini principali associati sono: “use”, “estim”, “data”, “model”, “predict”, “emiss”.
Molti modelli predittivi si basano sul DMI e sull‘energia metabolizzabile (ME), ma studi recenti hanno suggerito che alcuni acidi grassi del latte, come C14:0 iso, C15:0 iso e C17:0, potrebbero essere proxy utili per predire la produzione di CH4 (Vlaeminck et al., 2006; Dijkstra et al., 2011).
Tuttavia, modelli più complessi, che includono variabili come DMI, NDF e peso corporeo, hanno dimostrato una maggiore precisione nelle stime rispetto ai modelli basati unicamente sugli acidi grassi del latte (Joker et al., 2017; Bougouin et al., 2019). Secondo Goopy et al. (2016), la dimensione del rumine e il tempo di ritenzione del cibo influenzano la resa di CH4, poiché una digestione più rapida riduce il tempo disponibile per la fermentazione del substrato.
Nkrumah et al. (2006) hanno evidenziato che la durata del periodo di alimentazione e la presenza degli animali alla mangiatoia sono correlati alla produzione di CH4, suggerendo che il comportamento alimentare influisce sui modelli circadiani di produzione di metano.
Altri studi (Watt et al., 2015) hanno analizzato il tempo di ruminazione nelle vacche da latte come possibile indicatore per stimare le emissioni di CH4. È stato osservato che le vacche con un’elevata attività di ruminazione producono più latte, consumano una maggiore quantità di concentrati e generano più CH4 rispetto a quelle che ruminano per meno tempo. L’identificazione di proxy facili da misurare consentirebbe di raccogliere dati su larga scala, specialmente con l’avvento dell’agricoltura di precisione. Questa tecnologia permette di monitorare vari parametri fisiologici, come il tempo di alimentazione e di ruminazione, 24 ore su 24 (Lovarelli et al., 2020).
Sulla base dei termini più rilevanti come “rumen”, “product”, “ferment”, “rumin”, “acid”, “total”, “gas”, il topic 5 è stato definito come “fermentazioni ruminali (RF)“, includendo numerosi articoli focalizzati su studi in vitro, che rivestono un ruolo cruciale nello studio dell’EME, offrendo un approccio sperimentale controllato ed efficiente per comprendere e affrontare il problema.
La maggior parte della metanogenesi avviene nel rumine, mentre solo una piccola parte (~13%) si produce nel cieco e nel colon (Murray, 1976). I microrganismi nel rumine degradano il cibo, producendo acidi grassi a catena corta (acido acetico, butirrico e propionico), CO2 e idrogeno metabolico (H2). I metanogeni, che appartengono al dominio degli Archaea, utilizzano H2 e CO2 per produrre CH4 (Key e Tallard, 2011). Questo processo riduce la concentrazione di H2 nel rumine e favorisce la digestione del cibo. Un aumento della concentrazione di H2 riduce invece il tasso di degradazione del cibo, e le emissioni di metano possono essere ridotte inibendo la formazione di H2 o promuovendo vie alternative per l’H2 (Key e Tallard, 2011).
Sebbene i metanogeni siano i principali responsabili della metanogenesi, la correlazione tra le emissioni di CH4 e la concentrazione di questi microrganismi non è sempre chiara. Alcuni studi hanno evidenziato una relazione positiva significativa, mentre altri non hanno trovato alcuna correlazione (Wallace et al., 2016). Bouchard et al. (2013) hanno riportato una riduzione dei metanogeni senza una significativa diminuzione della produzione di CH4.
I metanogeni sono organismi anaerobici che prosperano in ambienti con un pH ottimale tra 6.0 e 7.5 e sono sensibili a pH bassi. Van Kessel et al. (1996), utilizzando fluidi ruminali di vacche fistolate alimentate con diete ad alto contenuto di foraggio o concentrato, hanno dimostrato che la metanogenesi dipende dal pH, con una completa inibizione della produzione di CH4a pH inferiori a 6.0.
Tuttavia, nonostante questa sensibilità, i metanogeni possono sopravvivere a periodi di bassa acidità ruminale grazie a cambiamenti nella struttura della comunità microbica o a microambienti protetti all’interno di biofilm o protozoi (Hünerberg et al., 2015), continuando a produrre CH4 anche in condizioni normalmente inibitorie.
Sebbene i metanogeni siano inibiti a pH inferiori a 6.0 in vitro, come dimostrato da Van Kessel et al. (1996), le emissioni di CH4 non diminuiscono quando il pH ruminale scende a livelli associati con acidosi subacuta o acuta (5.2–5.5) nei bovini da carne (Hünerberg et al., 2015), suggerendo che fattori aggiuntivi, come un aumento della formazione di propionato o il tasso di passaggio del cibo, contribuiscano a ridurre le emissioni di CH4 nei bovini alimentati con diete ricche di cereali rispetto a quelle ricche di foraggio. Pertanto, ridurre il pH ruminale da solo non è considerato una strategia efficace per la mitigazione da EME (Beauchemin et al., 2008).
La dieta è un fattore cruciale negli studi sull’EME; infatti, un topic emerso dall’analisi è inerente proprio a “composizione della dieta, DC”. Le parole chiave che definivano questo argomento erano “diet”, “fed”, “concentr”, “digest” e “decreas” “increas”, “treatment”. Questo argomento rappresenta il secondo più importante con una percentuale di pubblicazioni che supera il 13%. Manipolare la dieta ha il potenziale di ridurre le EME e conseguentemente aumentare l’efficienza alimentare degli animali, poiché la produzione di metano comporta una perdita di energia grezza (GE) nell’assunzione alimentare (Johnson e Johnson, 1995). Alcuni studi (Grainger e Beauchemin, 2011; van Gastelen et al., 2022) hanno dimostrato che la dieta di base ha effetti significativi sulle EME.
Inoltre, come discusso successivamente, la composizione della dieta di base ha il potenziale di migliorare l’efficienza di alcuni integratori nel ridurre le EME, mostrando effetti additivi (Bodas et al., 2012;Kebreab et al., 2023). Il termine “concentr”, che è la radice di “concentrato”, è emerso come un termine decisamente importante in questo topic. Aumentare la proporzione di concentrati è associato a un aumento del contenuto di amido nella dieta.
La capacità dell’amido di ridurre le emissioni di CH4è da tempo riconosciuta. La fermentazione dell’amido produce acido propionico, che fornisce un’alternativa ai processi di metanogenesi. Inoltre, la fermentazione dell’amido può abbassare il pH ruminale, riducendo la popolazione di protozoi e metanogeni (Grainger e Beauchemin, 2011). Tuttavia, l’amido viene rapidamente fermentato nel rumine, portando a concentrazioni elevate di acidi grassi volatili (VFA) e/o lattato, aumentando il rischio di acidosi ruminale acuta o sub-acuta, rendendo questa strategia insostenibile per ridurre le EME nei ruminanti (Haque, 2018). Il tipo di cereale e la sua tecnica di lavorazione possono influenzare il livello di fermentazione e le EME.
I metodi di lavorazione dei cereali (applicando diverse combinazioni di calore, umidità, tempo e azioni meccaniche) possono alterare la fermentazione dell’amido e il pH ruminale. Hales et al. (2012) hanno osservato una riduzione del 17% della produzione di CH4 con una dieta a base di mais trattato con vapore rispetto al mais essiccato nei bovini da carne. Herrera-Saldana et al. (1990) hanno dimostrato che un maggiore grado di lavorazione dei cereali (riduzione della dimensione delle particelle) aumenta il tasso di degradazione ruminale e riduce il pH ruminale.
L’inclusione di alimenti concentrati (>40% della dieta) ha il potenziale di ridurre EME, mentre i foraggi di alta qualità, come le piante giovani, sono più facilmente fermentabili e contengono meno fibra detergente neutra (NDF), il che migliora la digeribilità e riduce la formazione di CH4 (van Gastelen et al., 2019; Sun et al., 2022). Al contrario, i foraggi maturi aumentano le emissioni di metano a causa dell’alto rapporto C:N, che riduce la digeribilità (Millich, 1999).
Il miglioramento della digeribilità della materia organica e l’aumento del contenuto proteico nei foraggi sono stati negativamente associati alla produzione di CH4, mentre il contenuto di NDF ha mostrato una correlazione positiva con la produzione di CH4 negli insilati di erba e di mais (van Gastelen et al., 2019). La metanalisi di Arndt et al. (2022) ha riportato che strategie come la riduzione della maturità dell’erba e il rapporto foraggio-concentrato potrebbero ridurre l’intensità del metano del 12% in media. Inoltre, la supplementazione con lipidi riduce le EME, probabilmente riducendo l’attività metanogenica, la popolazione di protozoi e la fermentazione ruminale (Johnson e Johnson, 1995).
Eugène et al. (2008) hanno trovato che l’aggiunta di lipidi alla dieta delle vacche da latte riduce la produzione di CH4 di 0,305 g/kg di DMI per ogni aumento dell’1% nell’estratto etereo. Tuttavia, non si consiglia di superare il 6-7% di lipidi nella dieta per evitare una riduzione del DMI che annulli i benefici della maggiore densità energetica (Knapp et al., 2014).
Della Rosa et al. (2022) hanno riportato che il 72% degli studi sui sistemi di misurazione delle EME ha testato integratori e/o additivi. Il topic 4 (“integratori e additivi, SA“) è stato caratterizzato da termini come “supplement”, “addit”, “nitrat”, “effect”, “product”, “use”, “control” e “mitig”.
Gli integratori o additivi, come i nitrati, agiscono attraverso vari meccanismi per ridurre la produzione di CH4, ad esempio inibendo la metil-coenzima M (coinvolto nell’ultima fase della formazione di metano), offrendo alternative agli ioni H2, inibendo i batteri metanogeni Archaea, riducendo il numero di protozoi, migliorando il metabolismo dell’azoto, e abbassando il pH ruminale, aumentando il propionato e riducendo il rapporto acetato/propionato (Almeida et al., 2022; Palangi e Lackner, 2022).
Numerosi additivi sono stati esaminati, tra cui ionofori, oli essenziali, nitrati, alghe e lieviti, ma molti sono ancora in fase di sviluppo o hanno un basso potenziale di mitigazione (ad esempio lieviti e batteri) (Beauchemin et al., 2020). Secondo Arndt et al. (2022), le strategie sostenibili di mitigazione devono ridurre le emissioni di metano senza causare compromessi socioeconomici ed ambientali, migliorando al contempo le performance animali.
L’efficacia, l’efficienza, la tossicità e gli effetti ambientali degli additivi sono fattori cruciali nella loro scelta (Palangi e Lackner, 2022). In una meta-analisi di 480 studi, Arndt et al. (2022) hanno trovato che gli additivi più efficaci nel ridurre le EME includevano inibitori del metano, foraggi tanniferi, oli e grassi, con una riduzione media dell’intensità di CH4 del 17% (range 12-32%) e delle emissioni giornaliere del 21% (range 12-35%), senza impatti negativi sulle performance animali.
Tra gli inibitori del metano, il 3-nitroossipropanolo (3-NOP) ha mostrato i migliori risultati nella riduzione delle EME con minimo impatto sulle performance animali. Il 3-NOP inibisce specificamente la metil-coenzima M reduttasi, un enzima coinvolto nella formazione di CH4 da parte degli Archaea metanogeni (Duin et al., 2016; Arndt et al., 2022; van Gastelen et al., 2024). La riduzione delle EME dipende dalla dose e dal tipo di dieta (Dijkstra et al., 2018; Melgar et al., 2020).
Van Gastelen et al. (2022) hanno osservato una maggiore riduzione con diete ricche di amido (come insilato di mais) rispetto a diete basate su insilato di erba, quando supplementate con 3-NOP. Uno studio di durata annuale ha confermato che il 3-NOP riduce persistentemente le emissioni di CH4 e ha effetti positivi sulla produzione di grasso e proteine nel latte, sull’efficienza alimentare e sulla resa di latte corretta per l’energia (van Gastelen et al., 2024). Nel 2022, la DSM ha ricevuto l’approvazione dell’UE per Bovaer® come additivo alimentare per le vacche da latte, il primo prodotto approvato nell’UE per i suoi benefici ambientali.
Il topic 1 si è distinto per la presenza di termini riferiti agli animali, come “intak”, “anim”, “perform”, “peso”, “group” e “level”e riguarda l’interazione tra EME e animali. Circa l’8% degli articoli selezionati rientra in questo argomento. La produzione di CH4 è influenzata da diversi fattori, tra cui DMI, la qualità della dieta, il livello di integrazione (Jentsch et al., 2007), lo stato fisiologico (lattazione e non lattazione)Holter et al., 1992; Ricci et al., 2013) e l’indirizzo produttivo (latte o carne) (Grainger et al., 2011; Moraes et al., 2014).
Le EME variano nelle diverse fasi fisiologiche (Ricci et al., 2013; Lyons et al., 2018), con un aumento fino al 35% dei livelli di CH4 dalla fase iniziale a quella finale della lattazione (Garnsworthy et al., 2012Bielak et al., 2016) principalmente a causa dell’incremento del DMI, che è il principale fattore che guida la produzione di CH4. Lyons et al. (2018) hanno osservato un aumento della resa di CH4 (L/kg DMI) nelle vacche da latte dalla quinta alla quarantaduesima settimana di lattazione (32,2 vs 36,7 L di CH4/kg di DMI, rispettivamente).
Oddy et al. (2019) hanno identificato nel DMI il principale fattore determinante della produzione di CH4 nelle pecore da latte, ma hanno anche rilevato che età, volume del rumine e stato di gravidanza influenzano le emissioni. Dong et al. (2019) hanno confermato che l’aumento delle EME con l’età è correlato a un incremento del DMI. Ramírez-Restrepo et al. (2016) non hanno trovato differenze significative nelle rese di CH₄ tra manze e vacche pluripare, suggerendo che l’età non fosse un fattore determinante.
In uno studio su vacche al pascolo, Salas-Riega et al. (2022) hanno osservato che le vacche in asciutta producevano meno CH4 rispetto alle vacche in lattazione (266 vs 325 g CH4/capo/giorno). Inoltre, il peso corporeo influenza la produzione di CH₄: animali con un peso maggiore, e quindi un volume intestinale maggiore, consumano più alimento, aumentando il DMI e, di conseguenza, la produzione di CH4 (Demment e Van Soest,1995).
Il topic 7 è associato alla produzione lattiero-casearia. I termini emersi per questo argomento sono “milk”, “cow”, “yield”, “dairi”, e “product”, ed è stato quindi chiamato “produzione lattiero-casearia, DP”. Questo argomento includeva studi condotti sui ruminanti da latte, in particolare sui bovini da latte.
La maggior parte degli studi sulle EME è stata condotta su vacche da latte, come confermato anche dalla metanalisi di Della Rosa et al. (2021). Gli autori hanno riportato che il 62% degli studi condotti su
Bos taurus riguardavano bovini da latte (4% in crescita, 50% in lattazione e 8% non in lattazione) e il 38% riguardavano bovini da carne (35% in crescita e 3% adulti). I termini trovati in questo argomento sono stati ampiamente discussi in precedenza.
Conclusioni
In conclusione, questa revisione evidenzia come la ricerca sull’emissione di metano enterico nel settore zootecnico sia in continua evoluzione, rispondendo alle crescenti pressioni globali per la riduzione delle emissioni di GHG. Sebbene siano stati compiuti significativi progressi nell’identificazione delle principali fonti di EME e nelle strategie per mitigarle, rimangono ancora diverse sfide da affrontare.
Ottimizzare la dieta degli animali, integrare additivi innovativi e garantire la sicurezza e l’efficacia di interventi a lungo termine rappresentano priorità fondamentali per un approccio sostenibile. Parallelamente, l’adozione di tecnologie di allevamento di precisione e di strumenti avanzati per il monitoraggio delle emissioni di metano aprirà nuove opportunità per selezionare e gestire animali a basse emissioni senza compromettere la produttività e il benessere.
Tuttavia, la realizzazione di soluzioni praticabili e su larga scala richiederà un impegno congiunto. La collaborazione tra ricercatori, politici e stakeholder del settore sarà essenziale per sviluppare strategie integrate che bilancino le esigenze produttive con gli obiettivi di sostenibilità ambientale. Solo attraverso un approccio multidisciplinare e cooperativo sarà possibile trasformare le sfide attuali in opportunità concrete per il futuro del settore zootecnico.
Bibliografia
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Sinossi tratta da: Evangelista, C.; Milanesi, M.; Pietrucci, D.; Chillemi, G.; Bernabucci, U. Enteric Methane Emission in Livestock Sector: Bibliometric Research from 1986 to 2024 with Text Mining and Topic Analysis Approach by Machine Learning Algorithms. Animals 2024, 14, 3158. https://doi.org/10.3390/ani14213158



















































































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