Produzione di carne UE: previste flessioni nel 2026

La fotografia Eurostat evidenzia un calo generalizzato delle consistenze e dinamiche differenziate nella produzione di carne, nonostante i segnali di recupero per bovini e suini nel 2024, si prevedono prospettive negative per bovini, ovini e caprini nel 2026

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24 Marzo, 2026

La zootecnia europea continua a muoversi lungo una traiettoria di ridimensionamento strutturale, anche se con dinamiche diverse a seconda delle specie e delle produzioni. L’ultima fotografia diffusa da Eurostat mostra che alla fine del 2024 nell’Unione europea si contavano 132 milioni di suini, 72 milioni di bovini e 67 milioni di ovini e caprini, confermando la rilevanza del comparto ma anche il progressivo assottigliamento delle consistenze allevate.

Sul fronte produttivo, il 2024 ha segnato una ripresa per la carne bovina e per la carne suina, mentre la carne ovina e caprina ha continuato a perdere terreno. Le prime stime sul 2026, però, indicano che la fase di contrazione non è affatto conclusa: nella seconda metà dell’anno è atteso un nuovo calo della produzione di bovini, ovini e caprini, con i suini come unica grande eccezione in controtendenza.

Un patrimonio zootecnico ancora concentrato in pochi Paesi

La distribuzione del bestiame nell’UE continua a essere fortemente polarizzata. Nel 2024 la Spagna deteneva circa un quarto sia della popolazione suina sia di quella ovina dell’Unione, con quote pari rispettivamente al 26,2% e al 23,8%. La Grecia concentrava invece il 24,6% dei caprini europei, mentre la Francia si confermava il principale Paese per consistenza bovina, con il 22,9% del totale UE. Anche altri Stati mostrano una specializzazione marcata: l’Irlanda rappresentava l’8,8% dei bovini dell’UE, mentre la Danimarca deteneva una quota equivalente della popolazione suina. Dopo la Spagna, le consistenze ovine più elevate si registravano in Romania e ancora in Grecia.

Vent’anni di riduzione delle consistenze

Il dato più rilevante che emerge dalla serie storica è la continuità del calo. Tra il 2004 e il 2024 tutte le principali categorie di bestiame hanno registrato una diminuzione nell’UE. Le riduzioni percentuali più marcate hanno riguardato pecore e capre, entrambe in calo di poco più di un quinto nell’arco di due decenni; i suini hanno perso circa il 15%, mentre i bovini hanno mostrato una contrazione più contenuta ma comunque significativa, attorno al 10%. Anche osservando soltanto l’ultimo anno disponibile, cioè il passaggio dal 2023 al 2024, la tendenza resta negativa per tutte le specie: i bovini hanno segnato la flessione più forte, pari al -2,5%, seguiti da ovini (-1,7%), caprini (-1,6%) e suini (-0,5%).

Questo ridimensionamento non è soltanto un fenomeno statistico, ma riflette trasformazioni profonde nei sistemi produttivi europei: uscita di allevamenti, pressioni economiche, costi crescenti, vincoli ambientali e mutamenti della domanda. In questo quadro, la lettura dei dati sulla produzione di carne aiuta a capire se la riduzione delle consistenze si traduca immediatamente in minori volumi o se, almeno in alcune filiere, vi siano margini di recupero produttivo.

Carne bovina: nel 2024 inversione di tendenza, ma il 2026 si annuncia debole

Nel 2024 l’UE ha prodotto in via provvisoria 6,6 milioni di tonnellate di carne bovina, intesa come somma di manzo e vitello in peso carcassa. Si tratta di circa 200 mila tonnellate in più rispetto al 2023, pari a un incremento del 3,1%, che interrompe una fase di cinque anni consecutivi di riduzione. È un segnale importante, ma non ancora sufficiente per parlare di inversione strutturale.

La produzione si concentra in pochi Paesi. Oltre tre quarti della carne bovina dell’Unione provengono infatti da sei Stati membri: Francia con il 20,0%, Germania con il 16,9%, Polonia con l’11,1%, Irlanda con il 10,5%, Italia con il 9,9% e Spagna con il 9,4%. Per quanto riguarda invece il vitello, circa tre quarti della produzione UE sono concentrati in quattro Paesi: Paesi Bassi (27,3%), Spagna (21,6%), Francia (17,4%) e Italia (10,4%).

Le prospettive per il 2026, tuttavia, sono meno favorevoli. Secondo Eurostat, nella seconda metà del 2026 la produzione interna lorda di bovini nell’UE dovrebbe scendere a 11,4 milioni di capi, cioè 0,5 milioni in meno rispetto allo stesso semestre del 2025, con una flessione del 4,2%. La Francia dovrebbe restare il primo produttore europeo, con 2,63 milioni di capi e una quota del 23,1% del totale UE, ma con un lieve calo dello 0,4%. In Germania la riduzione prevista è dello 0,6% a 1,7 milioni di capi, mentre in Irlanda il calo atteso è molto più marcato, pari al -5,2% a 0,9 milioni di capi. Tra i grandi produttori, la Spagna risulta l’unico Paese per cui Eurostat prevede un aumento, pari al +2,7% fino a 1,1 milioni di capi.

Ovini e caprini: il segmento più fragile

Se il bovino mostra almeno nel 2024 un recupero temporaneo, il comparto degli ovini e caprini continua invece a evidenziare una fragilità più netta. Nel 2024 l’UE ha prodotto circa 0,4 milioni di tonnellate di carne ovina e caprina, con una contrazione del 6% rispetto al 2023. La componente ovina rappresenta la quota largamente prevalente del totale, circa il 91%. Anche in questo caso la produzione è concentrata: tre quarti della carne ovina e caprina dell’UE provengono da Spagna (26,2%), Francia (18,1%, quasi interamente carne ovina), Irlanda (15,4%, esclusivamente carne ovina) e Grecia (14,0%).

Le previsioni per il 2026 sono ancora più severe. Tra il secondo semestre del 2025 e quello del 2026, Eurostat stima per l’UE un calo del 17,8% della produzione ovina, che scenderebbe a 12,2 milioni di capi, e del 17,1% della produzione caprina, che si attesterebbe a 1,9 milioni di capi. La Spagna dovrebbe restare il principale produttore di ovini, ma con una caduta molto forte, pari al -40,4% fino a 2,3 milioni di capi. La Grecia, pur rimanendo il primo produttore di capre, vedrebbe una riduzione del 2,6%, attestandosi a 0,8 milioni di capi.

Il dato sui prezzi spiega parte delle tensioni di filiera

Alla contrazione delle consistenze si accompagna una fase di forte tensione sui prezzi. Eurostat segnala che, dopo una relativa stabilità tra il 2015 e il 2020 per bovini vivi e ovicaprini, dal 2021 al 2024 i prezzi sono aumentati in modo sensibile. Per pecore e capre gli incrementi annui sono stati del 13,4% nel 2021, 10,4% nel 2022, 6,1% nel 2023 e 11,4% nel 2024. Per i bovini, gli aumenti sono stati del 9,7% nel 2021, 25,8% nel 2022, 2,0% nel 2023 e 3,9% nel 2024. I suini hanno invece mostrato un profilo più volatile: -8,3% nel 2021, poi +25,3% nel 2022, +22,8% nel 2023 e di nuovo -7,4% nel 2024.

Questi andamenti aiutano a leggere la pressione che grava sugli allevamenti: meno capi, costi elevati, prezzi non sempre stabili e una redditività che varia fortemente da una specie all’altra e da un Paese all’altro.

 

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