Da scarto a fertilizzante: il nuovo volto della lana ovina

Il caso Agrivello, un esempio concreto di economia circolare dove la lana sucida viene trasformata in un concime naturale ad alto valore agronomico

Agrivello-Chiara-Spigarelli
2 Aprile, 2026

C’è una materia prima che da anni è considerata un sottoprodotto marginale, quando non addirittura un rifiuto difficile da gestire: la lana ovina. Sicuramente l’avvento delle fibre sintetiche è stato tra le prime cause del progressivo disinteresse verso questo prodotto, ma anche il suo inquadramento come “sottoprodotto di origine animale (SOA) di categoria 3” nel Regolamento (CE) n. 1069/2009 ha contribuito a renderlo meno appetibile e, soprattutto, di più difficile gestione. Eppure, proprio da questo “scarto” è nata una delle esperienze più interessanti e all’avanguardia per l’attuale panorama agro-zootecnico italiano.

A raccontarcelo oggi c’è Chiara Spigarelli, zootecnica e agronoma, fondatrice di Agrivello, startup che ha trasformato la lana sucida in un concime naturale ad alto valore agronomico. L’idea prende forma nel 2019, durante il dottorato di Chiara all’Università di Udine, dove si occupava di benessere animale e sostenibilità degli allevamenti bovini.

«Non mi ero mai avvicinata al mondo ovino – spiega – ma durante alcune attività di ricerca molti allevatori ci raccontavano di avere grandi difficoltà per smaltire la lana. Da lì è nata una domanda semplice: possibile che non esista la possibilità di destinare questo prodotto a qualcosa di diverso?». Quella domanda si è rivelata l’inizio di un percorso complesso, fatto di ostacoli tecnici, normativi e di mercato. «Abbiamo scoperchiato un vero e proprio vaso di Pandora. Il fatto che la lana sucida sia regolata da normative europee molto stringenti che la classificano SOA di categoria 3, impone degli obblighi simili a quelli dei rifiuti speciali, rendendo complicatissima la creazione di qualsiasi filiera legata al suo utilizzo».

Nell’ipotizzare dei percorsi di lavorazione della lana, il primo nodo critico riscontrato è stato quello legato alla necessità del lavaggio. «È il passaggio chiave per qualsiasi utilizzo tradizionale della lana, ma in Italia i centri che svolgono questa operazione sono pochissimi. Trasportare lana grezza come SOA fino ai pochi impianti esistenti è costoso e logisticamente complesso. Inoltre, la filiera tessile nazionale si è progressivamente disgregata e la qualità della lana ovina italiana, non selezionata per usi tessili, è mediamente bassa». Scartate dunque le ipotesi più  intuitive – tessuti, pannelli isolanti, complementi d’arredo – il team che ha supportato la dott.ssa Spigarelli in questa fase di ricerca e sviluppo ha cercato una soluzione alternativa. «Il nostro obiettivo era trovare un utilizzo che non richiedesse il lavaggio. È così che siamo arrivati all’idea del concime: la lana contiene azoto ed è naturalmente biodegradabile».

Da intuizione a prodotto, però, il passo non è stato breve. «Abbiamo impiegato quasi tre anni di sperimentazione, con due tesi dedicate, per verificare l’efficacia agronomica. Dovevamo essere certi che funzionasse davvero: un’idea sostenibile ma inefficace non avrebbe avuto futuro». I risultati hanno confermato le aspettative: nessun effetto fitotossico e una buona capacità fertilizzante.

Agrivello, unica realtà italiana che produce un concime da lana non lavata

Nasce così Agrivello, oggi l’unica realtà in Italia a commercializzare un concime ottenuto da lana non lavata. Il processo produttivo è relativamente semplice: la lana viene selezionata, triturata e pellettata sfruttando la lanolina come legante naturale. «Dal punto di vista tecnico non è un processo complesso – sottolinea Spigarelli – ma lo diventa per tutto ciò che sta attorno».

Il vero ostacolo è infatti la burocrazia. «Non esiste un inquadramento normativo specifico per attività come la nostra. Le autorità applicano regolamenti pensati per il settore alimentare o per altri SOA, spesso in modo cautelativo. Questo significa impianti strutturati come piccoli caseifici, controlli stringenti e un carico documentale enorme».

Agrivello ha dovuto affrontare un iter autorizzativo lungo e articolato: fase sperimentale, riconoscimento condizionato, verifiche sanitarie e infine autorizzazione definitiva. «Oggi il nostro stabilimento è riconosciuto a livello nazionale, ma restiamo un caso unico. Questo comporta vantaggi, ma anche isolamento: non esiste una rete o una rappresentanza di settore». Sul piano operativo, la gestione della materia prima è altrettanto sfidante. L’azienda collabora con circa quaranta allevatori, dai quali ritira direttamente la lana.

«Il trasporto è un punto critico da gestire: essendo un SOA, non può essere movimentata liberamente. Abbiamo dovuto registrare anche il nostro furgone e ci atteniamo a procedure molto rigide». Il rapporto con gli allevatori è basato su un equilibrio delicato. «In teoria acquistiamo la lana, ma i costi di raccolta, da noi stessi eseguita, annullano spesso il valore economico. Per loro, resta il vantaggio di non dover pagare lo smaltimento». In alcuni casi, Agrivello offre anche un servizio conto terzi: la lana viene trasformata e restituita all’azienda fornitrice sotto forma di pellet, pronto per la vendita diretta.

La qualità della materia prima resta un tema centrale. «All’inizio arrivava di tutto: sacchi con lana bagnata, contaminata o addirittura mescolata ad altri materiali. Oggi abbiamo introdotto un disciplinare con i requisiti minimi da rispettare per il conferimento e controlliamo tutto al momento del ritiro. È un patto di corresponsabilità: se l’allevatore lavora bene, lavoriamo meglio anche noi».

Il ruolo cruciale della comunicazione: informare i consumatori

Accanto alle difficoltà produttive, emerge con forza il tema del mercato. «Pensavamo che, ottenute le autorizzazioni, la strada fosse in discesa. Invece la vera sfida è stata comunicare il prodotto. Nessuno parla della lana come problema, quindi il consumatore fatica a comprenderne il valore». Le fiere e gli eventi divulgativi si sono rivelati strumenti fondamentali. «Solo parlando direttamente con le persone possiamo spiegare il senso del progetto». Oggi circa il 60% dei clienti è rappresentato da privati – dal balcone urbano all’orto domestico – mentre il restante 40% è costituito da aziende agricole.

Dal punto di vista agronomico, il prodotto presenta caratteristiche interessanti: rilascio graduale dell’azoto fino a cinque mesi, capacità di trattenere l’umidità e idoneità all’agricoltura biologica. «È un concime “3 in 1”: nutre, dura nel tempo e aiuta a gestire l’acqua. Questo lo rende particolarmente apprezzato» .

Resta però aperta una questione formale di notevole rilevanza: il riconoscimento della lana come prodotto agricolo. «Oggi non lo è, e questo complica tutto: trasporti, utilizzi, filiera. Una revisione normativa potrebbe semplificare enormemente il settore». A tal proposito c’è una duplice riflessione da fare: da una parte in merito alle differenze con altri Paesi europei, dove le stesse regole vengono applicate con maggiore flessibilità, e dall’altra sull’urgente necessità di eseguire una riclassificazione nella normativa europea di questo prodotto.

Guardando al futuro, Agrivello rappresenta pienamente un esempio concreto e reale di economia circolare applicata alla zootecnia. «Abbiamo trasformato un problema in una risorsa – conclude Chiara Spigarelli – ma per far crescere davvero questa filiera servono più informazione, più coordinamento e una maggiore attenzione normativa. La lana non è un rifiuto: è un’opportunità ancora tutta da valorizzare».

Per chi volesse approfondire, è disponibile il sito internet di Agrivello (QUI) ed i canali sociali IGFB

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