Mangimistica europea: il settore cresce, ma la dipendenza dall’estero resta elevata

Secondo l'ultimo rapporto FEFAC il comparto raggiunge 147,1 milioni di tonnellate mantenendo una sostanziale stabilità nel 2024, nonostante le pressioni geopolitiche e le sfide sanitarie, puntando a efficienza e riduzione dell'impronta ambientale

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8 Maggio, 2026

IN BREVE

Il recente report FEFAC 2025 mostra come la crescita del settore avicolo compensi le flessioni in altri ambiti. Mentre l’inflazione e le malattie animali condizionano i mercati, l’industria investe in tecnologie per formulazioni su misura. Resta centrale il tema della dipendenza proteica, pur con significativi passi avanti nella tracciabilità della soia. Si delinea uno scenario in cui il settore mangimistico è in profonda rivalutazione, attendendo gli effetti dei recenti smottamenti geopolitici che, inevitabilmente, avranno un impatto non indifferente.

Il rapporto

La Federazione Europea dei Produttori di Mangimi Composti (FEFAC) ha pubblicato nell’aprile 2026 i dati relativi all’andamento del settore nell’Unione Europea per l’anno 2024. L’analisi fotografa la risposta dell’industria mangimistica alle perturbazioni globali, come il conflitto in Ucraina e le epidemie animali, attraverso una gestione ottimizzata delle materie prime e una forte spinta all’aumento del capitale e all’innovazione tecnologica.

L’industria mangimistica europea oggi

Il settore dei mangimi composti si conferma un anello vitale della catena alimentare europea, fungendo da supporto essenziale per un’economia zootecnica e dell’acquacoltura che deve rispondere a standard di qualità sempre più rigorosi. Nel corso del 2024, la produzione industriale nell’UE-27 ha registrato un incremento marginale dello 0,22% rispetto all’anno precedente, attestandosi su volumi complessivi di 147,1 milioni di tonnellate. Questo dato riflette una fase di consolidamento dopo le interruzioni causate dalla pandemia e dall’uscita del Regno Unito dal mercato unico. La rilevanza del comparto è strettamente legata al valore della produzione zootecnica, stimato in 216 miliardi di euro, di cui oltre la metà è rappresentata dai settori lattiero-caseario e della carne bovina. In questo contesto, il mangime rappresenta il fattore di costo più significativo per gli allevatori, incidendo fino al 45% del valore alla stalla per il pollame e fino al 31% per i suini. Una gestione efficiente della nutrizione animale rappresenta quindi una leva fondamentale per la competitività dell’intero sistema agroalimentare europeo.

Un po’ di numeri

L’analisi dettagliata per specie evidenzia andamenti divergenti che riflettono le diverse sfide sanitarie e di mercato riscontrate. Il settore avicolo ha trainato la produzione con un aumento dell’1,7%, nonostante la persistente minaccia dell’influenza aviaria, grazie soprattutto alle campagne di vaccinazione in Francia e alle buone performance in Spagna e in Polonia. Al contrario, il comparto dei mangimi per suini è rimasto sostanzialmente stabile, con una lieve flessione dello 0,12%, condizionato dalla peste suina africana che ha limitato le possibilità di crescita del patrimonio zootecnico. Più marcata è stata la riduzione nel settore dei bovini, produzione di mangimi è diminuita dello 0,98%. Geograficamente, si osserva un cambio di leadership consolidato: la Spagna è diventata la forza dominante nella produzione di carne dell’UE con una quota di mercato del 18%, superando la Germania. Questa crescita della Spagna si riflette anche nella produzione di mangimi, dove il paese guida i settori bovino e suino, mentre la Francia mantiene il primato nei mangimi per l’avicoltura.

Innovazione dei formulati

Per rispondere a queste sfide, l’industria ha intrapreso un deciso spostamento verso una maggiore intensità del capitale, puntando sull’innovazione tecnologica per ottimizzare l’efficienza dei mangimi. Attraverso tecniche avanzate, le formulazioni sono sempre più personalizzate per soddisfare le esigenze specifiche degli allevatori, con particolare attenzione al miglioramento delle performance ambientali. Questo approccio include un controllo rigoroso sulla selezione delle materie prime e sui processi produttivi per garantire sicurezza e qualità. Un tema emergente riguarda l’uso delle proteine animali trasformate (PAP), come farine di ossa o di carne, che potrebbero rafforzare l’autosufficienza proteica dell’UE. Sebbene le autorizzazioni per l’uso di PAP di origine suina nell’avicoltura e di origine avicola nei mangimi per suini siano un passo importante (ricordiamo che è vietato il “cannibalismo” e l’uso per l’alimentazione bovina), la loro diffusione resta limitata da requisiti tecnici che richiedono impianti di produzione dedicati alla singola specie. Discorso analogo è fattibile per le farine di insetti, che favoriscono l’economia circolare e riducono l’impatto ambientale, ma che, tuttavia, vivono ancora di reticenze e stereotipi che ne rallentano la diffusione. L’integrazione di queste nuove fonti proteiche rappresenta tuttavia una delle frontiere più interessanti per ridurre la dipendenza dalle importazioni.

Materie prime e dipendenza proteica

La composizione dei mangimi europei nel 2024 vede ancora i cereali come ingrediente principale, rappresentando il 51% del totale con 75,7 milioni di tonnellate utilizzate. Seguono le farine di estrazione e le torte proteiche, che rappresentano il 25% del paniere, e i coprodotti delle industrie alimentari e del bioetanolo al 12%.

Nonostante la stabilità nell’uso dei cereali, l’Unione Europea continua a mostrare un’elevata dipendenza dalle importazioni di materie prime ad alto contenuto proteico, con un tasso di autosufficienza per le farine di semi oleosi fermo al 25%.

La soia resta la fonte proteica più critica, essendo importata per il 97% del fabbisogno. Tuttavia, i dati indicano un progresso significativo nella sostenibilità delle catene di approvvigionamento: si stima che il 94% della soia importata provenga da aree a basso rischio di deforestazione. Questa transizione verso fonti più tracciabili risponde sia alle richieste normative dell’UE sia alla crescente sensibilità dei consumatori verso l’impatto ambientale delle produzioni animali.

Verso un futuro di cambiamento

In conclusione, il settore mangimistico dell’Unione Europea è in una fase di profonda riconfigurazione, guidata dalla necessità di coniugare produttività e tutela ambientale. La capacità dell’industria di mantenere volumi stabili a fronte di costi delle materie prime che crescono più rapidamente dei prezzi di produzione per gli allevatori testimonia uno sforzo notevole di efficientamento operativo. Se da un lato persistono rischi legati alle malattie animali e alla volatilità geopolitica, dall’altro l’espansione delle colture proteiche nazionali, come soia e piselli proteici, che hanno triplicato o quasi raddoppiato la produzione interna nell’ultimo decennio, apre prospettive positive per una minore vulnerabilità del mercato. Secondo il report, il futuro del comparto dipenderà dalla capacità di continuare a investire in tecnologie di precisione e di integrare nuove fonti proteiche circolari, garantendo al contempo la sicurezza alimentare dei consumatori europei.

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Da leggere - Luglio 2026

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