Fino all’ultimo kilogrammo
L’effettiva ingestione di sostanza secca rappresenta un fattore fondamentale per l’efficienza e la redditività della stalla, ma non è sempre semplice da determinare. Dalla digeribilità, passando per tasso di passaggio, comfort e fattori ambientali, sono numerosi gli elementi che determinano quanto una bovina riesce realmente a consumare e trasformare in latte.

In un recente incontro formativo ci siamo confrontati su un aspetto cruciale del nostro lavoro quotidiano e di non facile determinazione: quanta sostanza secca mangia effettivamente una vacca in lattazione in un giorno? E questo quantitativo, come varia lungo la lattazione? Qual è il margine di errore degli attuali modelli predittivi?
È utile ribadire come la stima dell’assunzione di sostanza secca (Dry Matter Intake – DMI) sia un passaggio fondamentale per il buon operato del nutrizionista. Sebbene accorrano a sostegno robusti modelli matematici per la definizione, questa stima si basa sull’inserimento di dati “soggettivi” come ad esempio il BCS (Body Condition Score), il peso corporeo medio e il peso in età adulta negli attuali modelli dinamici di razionamento. Appare evidente come questa componente “soggettiva” dovrebbe essere la più precisa possibile per non offuscare la correttezza del dato finale, alterando parametri quali l’efficienza alimentare e il costo relativo al kilogrammo di sostanza secca.
L’avvento dell’IA (Intelligenza Artificiale), associata a strumentazione e tecnologie sempre più diffuse in stalla, può certamente fornirci dati più accurati che ridurranno progressivamente gli errori che possono risultare anche piuttosto grossolani.
Anche i sistemi di pesatura degli animali installati in taluni sistemi di mungitura robotizzata giovano e non poco in fase di allestimento delle varie razioni, in quanto si possono popolare i software per il razionamento con dati precisi per output più accurati.
Ma perché la sostanza secca ingerita è un fattore chiave per le economie della stalla?
Perché rappresenta la quota effettiva di elementi nutritivi ingeriti dagli animali, destinata al soddisfacimento del metabolismo, alla crescita, al turnover cellulare, alla gestazione e, di nostro particolare interesse, alla produzione quotidiana di latte.

Contestualmente, dal concetto di DMI è importante cercare di definire quanto sia realmente digeribile questa sostanza secca, o meglio ancora la sostanza organica somministrata attraverso l’unifeed, e tra i minerali, quanto questi siano effettivamente disponibili.
La materia organica giunta nel rumine determina la resa microbica e quindi gran parte dell’ammontare energetico che la vacca riesce a produrre ogni giorno. Garantire pertanto una fermentazione continua e costante attraverso una somministrazione altrettanto continua e costante di energia e fonti azotate, permette di massimizzare la produzione di Acidi Grassi Volatili (AGV) e proteina microbica: fonti energetiche e anaboliche essenziali per il metabolismo dei ruminanti. Nel rumine, dunque, ci si gioca molto dell’efficienza alimentare e nello specifico molto dell’efficienza azotata, senza tralasciare che il 60-80% del fabbisogno energetico dei bovini viene coperto dagli AGV, derivanti soprattutto dalla fermentazione dei carboidrati nel rumine. Con efficienza alimentare ci riferiamo a quanto latte una bovina riesce a produrre per ogni chilogrammo di sostanza secca ingerita.
La sostanza organica guida la produzione microbica
Comprendere a fondo la fisiologia ruminale e le dinamiche che influenzano l’ingestione effettiva (non teorica o “ottimale”) è di notevole impatto per il supporto tecnico in azienda in quanto è necessario considerare il fenomeno del riempimento fisico del rumine.
Il rumine, non essendo un serbatoio infinito, può contenere solo un certo ammontare di materia organica e quindi di sostanza secca. Va da sé che la strada maestra per massimizzare l’efficienza citata nel paragrafo precedente consiste nel razionare cercando di ricavare la massima resa possibile in AGV e biomassa microbica totale.
Oltre che quantità anche velocità
Determinare la velocità con la quale questa materia esce dal rumine per scendere nel tratto digerente ci fornisce un parametro importantissimo, il tasso di passaggio (Kp), che ci condiziona sull’effettiva capacità dell’animale di introdurre alimenti e convertirli in risorse.
Ciò ha un impatto sull’attività dei microbi e sulla loro proliferazione, con effetti diretti sul pH ruminale. Se il rumine non “gira” in modo appropriato, l’animale rischia non solo di ridurre la DMI, ma può andare incontro a dismetabolie come l’acidosi ruminale, con conseguenze ancor più negative. Un apporto più elevato di sostanza secca, magari di una razione meno densa di energia, riduce i rischi di alterazioni della fisiologia ruminale, e consente, all’interno di appropriate valutazioni economiche, di mantenere contenuti i costi per l’allevatore.
Qual è la DMI teorica?
Una vacca con oltre 35 kg di latte al picco dell’assunzione dovrebbe consumare circa il 3,5 – 4% del suo peso corporeo (peso vivo – PV) in sostanza secca. Le vacche a bassa produzione introducono meno alimenti a conferma del fatto che lo stato della lattazione, ovvero lo sforzo metabolico necessario a sostenere le performance produttive, determina il quantitativo effettivo di sostanza secca ingerita.
Per esempio, le vacche in asciutta assumono solo il 2% del PV in sostanza secca e, se eccedono oltre, aumentano inutilmente il BCS con tutti i rischi del caso dopo il parto.
La giovane manza da 3 a 6 mesi si alimenta con circa il 3% del proprio peso in sostanza secca, quindi da 4 a 6 kg. Con l’avanzare della crescita, il quantitativo diminuisce sino al 2,5% del PV in occasione della prima fecondazione.
Un’altra regola che considera pochi algoritmi di calcolo, ma che è molto pratica per determinare la DMI teorica, suggerisce di dividere esattamente per due la produzione di latte. Quindi, se una vacca produce 45 kg di latte, questa dovrebbe ingerire (almeno) 22,5 kg di sostanza secca.
La Cornell University, epicentro globale per la nutrizione dei ruminanti, ha redatto la seguente equazione, più sofisticata, ma anche probabilmente più precisa:
DMI (kg/capo/die) = PV x 0,0185 + FMC (kg) x 0,305
Dove:
PV= peso vivo dell’animale in kg
FMC = latte corretto al 4% di grasso
Le 4 razioni
Supponendo di disporre di tutti i dati teorici necessari per redigere l’ottimale piano di razionamento, che soddisfi la DMI ricavata considerando lo stato di lattazione medio delle bovine e potendo misurare trascorse 24 ore l’unifeed avanzato (atteso circa il 3% del somministrato), non dovrebbero esserci sostanziali differenze tra il teorico e il pratico. Non è purtroppo così.
In un recente convegno, il Prof. Bach della Universitat de Lleida ha rivendicato con forza alla platea la coesistenza di ben quattro differenti razioni in materia di alimentazione delle vacche.
La prima è quella “ottimale” elaborata dal nutrizionista dopo aver analizzato ogni singolo componente della dieta. Questo elaborato ideale finisce nelle mani dell’alimentarista, ovvero colui il quale fisicamente prepara l’unifeed. Ecco materializzarsi una seconda razione, quella in preparazione nel carro unifeed, al netto di tutti gli errori, anche microscopici, durante il caricamento. La terza razione è quella scaricata effettivamente in corsia di foraggiamento, sottratti sia gli errori durante il caricamento che eventuali perdite nello scarico. Infine, l’ultima razione, quella definitiva e a questo punto decisiva, risulta quella “alla bocca” degli animali, epurati gli errori nella preparazione e considerando l’omogeneità del piatto unico.
L’aderenza analitica della quarta razione con la prima può essere certamente verificata grazie alle strumentazioni a disposizione dei tecnici; tuttavia, gli animali non trovano nutrimento dalle percentuali riportate nei report, bensì da ogni singolo grammo ingerito dei vari ingredienti. Questa tesi corrobora l’importanza della DMI effettiva, vero cardine della nutrizione dei ruminanti.
La produzione di latte determina l’ingestione di sostanza secca
L’andamento dell’assunzione di alimenti nelle bovine in lattazione è ciclico e curvilineo, ed è possibile notare una fase ascendente, un picco e una fase discendente (curva verde).

Come si può apprendere dal grafico, il livello di ingestione è massimo nei mesi di piena lattazione e diminuisce man mano che si avvicina il periodo di asciutta.
Viceversa, l’ingestione minima corrisponde con l’inizio della fase di transizione.
Esiste una certa coerenza tra la produzione lattea e l’assunzione di sostanza secca, a testimonianza che quest’ultima è trainata dall’intensità produttiva della bovina. Infatti, elevate produzioni richiedono fabbisogni superiori che richiamano maggiore assunzione di sostanza secca, ingombro ruminale permettendo. Questa dinamica ci spinge ad abbandonare sempre più il concetto di “razione tipo” a favore veramente di razioni declinate per singolo individuo.
Anticipare il picco di DMI, significa ridurre sensibilmente la perdita di BCS e anticipare l’uscita dal periodo di bilancio energetico negativo dovuto all’evento del parto. Spostare la curva verso sinistra riduce la perdita di peso corporeo della vacca e consente di scongiurare patologie del puerperio, come la chetosi o la steatosi epatica.
Nella prima settimana dopo il parto, una vacca in corretta transizione dovrebbe assumere da 14 a 16 kg di sostanza secca a seconda che siano soggetti giovani o maturi. La DMI aumenta quindi di circa 1,35-1,80 kg a settimana sino alla quinta settimana dopo il parto se si tratta di primipare; viceversa, le pluripare aumentano l’ingestione di 2,3-2,7 kg a settimana, questo a suggerire l’importanza di costituire gruppi.
Assunzione marginale: l’ultimo kg di sostanza secca
Non si tratta di una competizione olimpica, tutt’altro. Per ogni kg di DMI, la produzione di latte “correlata” varia da 2 a 2,5 kg. Questa proiezione determina l’efficienza alimentare soddisfatti i fabbisogni di mantenimento (“tassa” metabolica) e può riferirsi all’intera mandria come al singolo individuo.
Desideriamo dare rilevanza a un concetto discusso ampiamente dal Dott. Hutjens, uno dei massimi esperti in materia di nutrizione dei ruminanti, il quale sostiene che, soddisfatti i fabbisogni di mantenimento, se posso fornire un ulteriore kg di sostanza secca avrò una più efficiente conversione in latte con maggiore redditività correlata. Affiancando una valutazione economica a tale concetto, un kg di sostanza secca può essere quantificato dai 30 ai 35 centesimi di euro circa, mentre un kg di latte, ad oggi che scriviamo queste righe, è valorizzato oltre i 40 centesimi di euro. Il margine di profitto per ogni ulteriore kg di sostanza secca fornito è di almeno 45-50 centesimi di euro per vacca al giorno, al netto di tasse metaboliche.
Di converso, all’efficienza alimentare, si contrappongono i fattori sia nutrizionali che non, che invece limitano l’assunzione di sostanza secca.
Fattori non nutrizionali
- Temperatura: la tassa metabolica si eleva da 6 kg di sostanza secca con una temperatura ambientale di 20 °C a 7 kg con 25 °C. Oltre i 30 °C i fabbisogni di mantenimento ammontano al 120% mentre a 40 °C incombe anche il fenomeno della diminuzione dell’attività alimentare di circa il 50%.
- Le zoppie non agevolano il raggiungimento della mangiatoia e aumentano la competizione intraspecie. Il pareggio funzionale va incoraggiato e praticato con cadenza semestrale.
- Scarsa gestione degli spazi in mangiatoia. Le vacche primipare sono le più sensibili alla competizione alimentare; tendenzialmente assumono 2 kg di sostanza secca in più quando separate dalle vacche più anziane.
- Selezione o cernita dell’unifeed quando l’umidità è bassa e/o la dimensione media delle particelle risulta eccessiva.
- Lunghezza dei foraggi: il taglio corto dei foraggi promuove la DMI.
Fattori nutrizionali
- Teoria dell’ossidazione epatica (Allen e Bradford): elevati livelli di propionato nel sangue inviano segnali al sistema nervoso che inducono l’arresto dell’alimentazione.
- Troppi grassi o oli nell’unifeed rallentano la fermentazione della fibra, riducendo la DMI.
- Riempimento fisico del rumine: troppa fibra NDF nell’unifeed.
- Alimenti più digeribili aumentano il Kp (dNDF30): per ogni aumento di unità percentuale della digeribilità della fibra, corrispondono 400 g in più di sostanza secca ingerita, quindi mezzo kg in più di latte.
- uNDF: fattore di riempimento. Le vacche in lattazione dovrebbero assumere al massimo lo 0,4 % del PV in fibra indigeribile.
- Qualità del foraggio: foraggi verdi sono maggiormente apprezzati dalla bovina mentre tra i foraggi conservati, i foraggi affienati sembrano stimolare maggiormente l’ingestione rispetto agli insilati.

Chi dorme… produce
Le 24 ore ideali di una bovina in lattazione, si configurano nel seguente modo:
- 12-14 ore in posizione di decubito
- 5-8 ore di ruminazione in decubito
- 2-4 ore di sonno leggero (2 – 3 ore di sonno effettivo di cui 30-45 minuti di sonno profondo)
- 5 ore trascorse ad assumere alimenti
- 3 ore impegnate nell’attività di mungitura
- 1,5 ore trascorse socializzando con altri soggetti
- 1,5 ore in cattura per operazioni varie ed eventuali
- 1 ora trascorsa ad attingere acqua dagli abbeveratoi
Da qui non possiamo non introdurre il concetto di riposo e affiancarlo alla DMI quotidiana, visto che può interessare il 50% del tempo della bovina. Più tempo rimane in decubito la vacca, maggiore afflusso di sangue raggiungerà la mammella favorendo la produzione.
Se ogni ora di riposo consente di maturare da 1 a 1,7 kg di latte, tenendo ben a mente che le vacche sacrificherebbero volentieri minuti di alimentazione per “allungare” il periodo di decubito, ingestione e massimo comfort per il riposo dovrebbero essere i due pilastri su cui concentrare le risorse aziendali.















































































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