«La Genetica Italiana esiste e persegue obiettivi di Filiera». La risposta di Martino Cassandro
Prosegue il confronto sul futuro della selezione nazionale. Dopo ANARB, interviene Martino Cassandro, Direttore Tecnico di Fedana: per le razze cosmopolite il punto non è produrre esclusivamente genetica italiana, ma saper orientare una “Genetica per l’Italia” verso gli obiettivi delle nostre filiere, tutelando al tempo stesso il patrimonio delle razze autoctone

Il dibattito è aperto, e le risposte non tardano ad arrivare. Il 19 agosto scorso, con l’articolo “Ma la genetica italiana esiste ancora?”, Ruminantia ha scelto volutamente un tono provocatorio per sollevare una questione che riguarda da vicino il futuro della zootecnia italiana: quale spazio occupa oggi la selezione nazionale e quale rapporto esiste tra genetica, filiere produttive e valorizzazione del Made in Italy?
Dopo l’intervento di Enrico Santus, direttore di ANARB, ad unirsi al dibattito è ora Martino Cassandro, Direttore Tecnico di Fedana, professore ordinario presso l’Università degli Studi di Padova, Direttore Generale di ANAFIBJ e membro del Board di ICAR, che propone una lettura in parte diversa e sposta il baricentro della discussione. Il tema, sostiene, non è soltanto stabilire quanta genetica venga prodotta entro i confini nazionali, ma capire chi definisce gli obiettivi della selezione e quanto questi siano realmente costruiti sulle esigenze della zootecnia e delle filiere italiane.
Di seguito pubblichiamo integralmente il suo contributo.
La questione posta da Alessandro Fantini nel suo editoriale sprona il settore della genetica animale nazionale a raccontare l’evoluzione vissuta negli ultimi 50 anni di storia e di mercato della selezione italiana nel quadro zootecnico internazionale.
Le Associazioni Nazionali (ANA) gestiscono Programmi Genetici per ciascuna delle razze di loro competenza ed i Programmi Genetici possono avere finalità di selezione o di conservazione.
I programmi genetici di selezione possono perseguire obiettivi tipicamente nazionali oppure ricalcare gli schemi di selezione attuati nel Paese di origine delle razze.
I programmi di conservazione possono mettere in atto strategie per la tutela delle risorse genetiche animali a vantaggio della loro diversità genetica di razze autoctone, oppure limitarsi a certificare l’appartenenza degli individui ad una razza estera a limitata diffusione in Italia solo per permetterne la riproduzione in purezza.
Il tipo di attività svolta da ciascun Programma Genetico non dipende solo dalla volontà delle Associazioni, ma anche da alcuni vincoli normativi legati alla consistenza della razza e alle valutazioni del Comitato Nazionale Zootecnico, presso il Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste (MASAF).
Certamente, il miglioramento genetico persegue obiettivi di mercato, e laddove esistano produzioni DOP che richiedano carne o latte con particolari caratteristiche, i Programmi genetici si orientano a soddisfarne le richieste, talvolta anche stimolandole.
L’Italia non ha così dovuto attendere l’esempio francese del formaggio Roquefort prodotto con latte della pecora Lacaune. In base al disciplinare approvato con Reg.(CE) 1107/96 della Commissione, il Formaggio Fontina Valdostana DOP può solo essere prodotto con latte di vacche delle due razze valdostane (Pezzata Rossa e Pezzata Nera-Castana). Il medesimo Regolamento riconobbe anche la DOP Mozzarella di bufala Campana, la quale può solo essere prodotta con latte di bufale di razza Mediterranea Italiana.
Ma la competenza sui disciplinari produttivi delle DOP è dei rispettivi Consorzi di tutela, i quali sono certamente interessati agli elementi di caratterizzazione identitaria dei prodotti che tutelano, ma devono tenere conto anche dei volumi produttivi coinvolti.
Infatti, oltre alla qualità, per sostenere la DOP Economy italiana è essenziale la quantità di prodotto, altrimenti parleremo solo di mercati di nicchia. Infatti, non sarebbe possibile soddisfare la domanda generata dalle DOP, inclusa l’importantissima quota assorbita dall’ esportazione, con popolazioni da 30-40.000 vacche di razze che meritano attenzione solo per la loro conservazione. Sono necessarie popolazioni di oltre un 1 milione di capi bovini capaci di produrre alte quantità e qualità di latte, con elevata resa casearia. Lo sforzo selettivo di ANAFIBJ, ad esempio, ha fatto sì che dal latte di una lattazione media di una vacca Frisona oggi si producano 20 forme di formaggio Parmigiano Reggiano rispetto alle 14 forme di soli 20 anni fa (figura 1).

Figura 1. Gli effetti della selezione, e buona gestione, per la produzione casearia della Frisona Italiana (ANAFIBJ)
I più grandi consorzi di tutela dei formaggi, il Grana Padano, il Parmigiano Reggiano, ma anche il Pecorino Romano, hanno per il momento scelto strade più progressive, sviluppando rapporti di collaborazione con le Associazioni responsabili della selezione.
La collaborazione ha già portato a risultati significativi: ad esempio, con la messa a punto da parte di ANAFIBJ dell’ICS-PR per la Frisona Italiana, si sono aumentate le caseine, la materia utile e la frequenza dell’allele B della k-caseina. La migliorata attitudine casearia ha così consentito anche di ridurre l’impatto ambientale per Kg di formaggio prodotto.
La differenziazione della selezione nazionale della Frisona Italiana ANAFIBJ, è stata oggetto di un approfondimento scientifico a livello internazionale e sull’argomento si sono ottenuti nel 2023 importanti risultati (Persichilli et al., 2023, J. Dairy Sci. 106:5537–5553, https://doi.org/10.3168/jds.2022-22159)

Le popolazioni Holstein messe a confronto hanno mostrato una forte differenziazione a livello genomico: in rosso individui USA e Canada, in blu individui italiani non usati nella zona del Parmigiano Reggiano e in giallo individui utilizzati per produrre latte per il Formaggio Parmigiano Reggiano.
Le tre popolazioni sono chiaramente differenziate: quindi anche in una razza cosmopolita, spesso caratterizzata da un intenso scambio genetico, i diversi obiettivi di allevamento, le condizioni ambientali ed i sistemi di allevamento possono indurre una differenziazione genetica in un numero molto breve di generazioni.
E qui si arriva al punto centrale della discussione: i programmi genetici di selezione non sono importanti in quanto titolari esclusivi e unici produttori di “Genetica Italiana” ma sono importanti in quanto orientano tutta la “Genetica per l’Italia”. Ad esempio, ANAFIBJ da anni persegue un rapporto molto elevato tra percentuale di proteine e percentule di grasso, al contrario di altri Paesi. Per esempio negli USA l’indice “Cheese merit” ha un rapporto proteine/grasso di 0,6: si tratta di meno di un decimo dei rapporti adottati dagli indici italiani: PFT (7,3), ICS-PR (6,4) e IES (7,8).
Ciò che conta quindi è poter stabilire i propri obiettivi di selezione, tipici della nostra realtà e delle esigenze del mercato italiano, non solo di filiera ma anche di società e cittadini che chiedono sempre più prodotti animali a basso costo, basso impatto ambientale e realizzati nel rispetto del benessere animale, tutte priorità oramai della moderna zootecnia.
Per le razze cosmopolite, importare materiale genetico a livello mondiale non significa perdere la genetica italiana: al contrario, se si effettuano scelte basate su analisi oculate e competenti, significa usare le migliori combinazioni alleliche presenti nel Mondo per gli obiettivi di selezione di interesse per il nostro Paese.
La Pezzata Rossa Italiana, ottimo esempio della complessa selezione per la contemporanea produzione di latte e carne, da sempre leader nell’innovazione (prima razza italiana ad adottare il BLUP Sire-Model nel 1982), ha recentemente inaugurato una strada ancora più coraggiosa, aderendo ad un consorzio mittel-europeo per il calcolo degli indici genomici. In questo modo, da un lato si avvantaggia della maggiore accuratezza di indici parziali calcolati su una grande popolazione (1 milione contro 60.000 vacche) ma dall’altro mantiene la piena libertà di comporre gli indici parziali nel proprio indice di selezione IDAS. La piena equivalenza degli Indici genetici con quelli tedeschi e austriaci, e un accordo con i principali centri tori italiani per la distribuzione dei giovani tori e del seme hanno anche favorito un deciso recupero di competitività del seme nazionale rispetto all’importazione.
Al contrario, per le razze autoctone italiane è necessario valorizzare al massimo il patrimonio genetico nazionale, non disperderlo e tutelarlo con tecniche moderne ed efficaci sul mantenimento della massima variabilità genetica e della riduzione della consanguineità. Tra le razze autoctone che hanno mantenuto un importante ruolo economico vanno senz’altro ricordate le razze a duplice attitudine dell’arco alpino: oltre alle già citate Valdostane, vanno ricordate la Grigia Alpina e la Rendena, mentre in pianura da citare le razze Reggiana e Bianca Valpadana. Si tratta di razze ricche di storia e tradizione, ma tuttavia capaci di applicare metodologie moderne e fortemente innovative per assicurare, anche in ambienti e condizioni difficili, il progresso genetico. È giusto ricordare che la Grigio Alpina fu la prima razza italiana ad adottare il BLUP Animal-Model nel 1991. Per queste piccole razze, la gestione dell’inseminazione artificiale è parte integrante dello schema di miglioramento genetico. La valorizzazione dei loro prodotti è poi ormai nota e consolidata se solo si pensa al Parmigiano Reggiano delle vacche rosse (ormai disponibile anche quelle delle vacche bianche), oltre che alla rinomata Spressa di Rendena.
Solo un Paese che disponga di Enti selezionatori efficienti ha le competenze, tecniche ed operative, per scegliere cosa importare e per consigliare gli allevatori aderenti ovvero mettere in atto strategie efficaci di conservazione delle razze rare, troppo numerose per ricordarle in questa sede. La fine degli Enti selezionatori vedrebbe il prevalere dei più diversi interessi commerciali e, come già avvenne negli anni ’50 e ’60, la sparizione di molta biodiversità zootecnica.
Ma che ruolo hanno avuto finora le Associazioni Allevatori di razza o Specie?
Il miglioramento genetico è un investimento, che accumula ricchezza nel tempo: gli aumenti produttivi ottenuti non si perdono, e possono essere annullati solo da una selezione di segno contrario. L’azione delle ANA ha sostenuto incrementi produttivi annuali del +2% dal dopoguerra ad oggi, triplicando le produzioni di latte per vacca.
Ciò ha consentito di superare il 90% di autoapprovvigionamento di latte bovino, contestualmente riducendo negli anni l’import di latte, con benefici sulla bilancia commerciale del Paese che superano di gran lunga i finanziamenti spesi per il sistema della selezione.
Allo stesso tempo, si sono ridotti i costi di produzione, conservando e tutelando la biodiversità zootecnica, le tradizioni agroalimentari e la cultura rurale.
Sia pure in una dimensione molto più piccola, discorso analogo può essere fatto per il settore delle capre da latte, che comprende molte razze autoctone di interesse locale, ma la cui produzione di latte è in gran parte realizzata da due razze cosmopolite di origine estera.
Invece, il settore delle pecore da latte è ancora alla ricerca di una strategia di sviluppo, dibattuto tra le difficoltà di attuare programmi genetici di selezione in allevamenti che sfruttano il pascolo e il più recente sviluppo dell’allevamento stanziale e stallino. In questo settore, l’allevamento AssoNaPa di Asciano (SI) costituisce un esperimento molto innovativo di selezione in nucleo per pecore da latte Comisana e Massese.
La produzione di carne bovina evidenzia una situazione molto diversa: anche se i consumi pro-capite sono molto contenuti e sono ritornati ai livelli di 65 anni fa, l’autoapprovvigionamento non supera il 38 %. Inoltre, questo risultato non positivo viene raggiunto anche mediante l’ingrasso in Italia di circa un milione di vitelli importati soprattutto dalla Francia. In questo quadro, la selezione nazionale opera su tre distinti filoni:
- migliorando accrescimenti, rese al macello, fertilità e facilità di parto delle quattro razze da carne italiane (Piemontese, Marchigiana, Chianina e Romagnola);
- migliorando la conformazione senza ridurre la resilienza delle razze rustiche (Podolica e Maremmana);
- migliorando accrescimenti, rese al macello, fertilità e facilità di parto delle due razze francesi molto diffuse in Italia (Charolaise e Limousine) ricalcando gli originali schemi selettivi francesi.
L’aumento della produzione di vitelli da ristallo, sia di razze da carne che da incroci, è un obiettivo nazionale ben individuato dal progetto di Legge “Coltiva Italia” attualmente all’esame del Parlamento. Le Associazioni allevatori sono pronte a dare tutto il loro supporto tecnico all’iniziativa, non solo per potenziare la linea vacca-vitello ma anche con un’altra strategia innovativa, resa disponibile dall’uso diffuso del seme sessato per garantire la rimonta in purezza, ovvero l’uso controllato e mirato dell’incrocio di vacche da latte con tori da carne (il cosiddetto Beef on Dairy).
BOX RAZZE DA CARNE:
L’ANABORAPI, per la razza Piemontese, gestisce 250.000 capi, con 145.000 fattrici iscritte al L.g. nazionale. L’utilizzo della F.A. si attesta al 40%, non male per una razza da carne che è in buona parte allevata all’aperto o in alpeggio nel periodo estivo. I tori di monta naturale sono al 60% figli dei tori di F.A. e l’utilizzo dei tori in prova di progenie è pari al 18%. Le dosi di seme distribuite in Italia nel 2025 ammontavano a 140.000, mentre quelle esportate a 20.000 con una irrisoria quantità di dosi importate con inseminazioni registrate nel LG pari a 450 (da Rep. Ceca e DE). Il COALVI (Consorzio di tutela della Razza Piemontese), che si occupa della valorizzazione e delle commercializzazione della carne della razza, beneficia e approva la selezione della razza sia per quanto riguarda i caratteri produttivi, sia per quelli funzionali che pesano il 50% nell’indice complessivo di selezione e che sostanziano la sostenibilità etica dell’allevamento della Piemontese agli occhi del consumatore.
L’ANABIC per le razze Marchigiana, Chianina, Romagnola, Maremmana e Podolica gestisce circa 140.000 capi con 75.000 fattrici iscritte al L.g. nazionale. Trattandosi per lo più di razze allevate allo stato brado o semibrado, la percentuale di FA è relativamente bassa, non raggiungendo il 20%. In ogni caso, oltre il 70% dei riproduttori è figlio o nipote dei tori testati al centro genetico dell’ANABIC e questo assicura il miglioramento dei caratteri selezionati (accrescimento e muscolosità in primis), ma rende necessario prevedere anche strumenti che consentano di mantenere la necessaria variabilità genetica in popolazione. Per questo l’Associazione gestisce direttamente un centro di produzione di materiale seminale che si occupa di produrre poche dosi (al massimo trecento per toro) destinate agli accoppiamenti programmati in popolazione. Finora in Italia non è stato mai importato seme delle razze autoctone italiane, viceversa siamo esportatori di genetica, attraverso il lavoro dei Centri di FA, nei numerosi paesi in cui le cinque razze sono allevate. Per le razze Marchigiana, Chianina e Romagnola è attivo l’IGP Vitellone Bianco dell’Appennino centrale che certifica le carni provenienti dagli animali iscritti al Libro Genealogico.
Alla luce di quanto sopra si può quindi concludere che l’importazione di materiale seminale delle razze cosmopolite è una necessità ed una opportunità che, se operata con competenza e accortezza, ben si concilia con la “genetica per l’Italia”.
Il MASAF ha sempre sostenuto con contributi, ma anche partecipando alle decisioni tecniche più importanti, il lavoro delle Associazioni Nazionali di razza e specie. Si tratta complessivamente di molto meno di un Euro all’anno per ciascun cittadino italiano, ed è stato stimato che per ogni Euro così investito ne siano rientrati tre in maggiore produzione e migliore qualità. Il problema è che non esiste una posta fissa nel bilancio dello Stato, e ogni anno le ANA devono rincorrere le mutevoli opportunità finanziarie. Ciò crea grandi aumenti di costi per le anticipazioni bancarie e incertezza nella programmazione. La cosa più necessaria non sarebbe quindi un aumento dei contributi, ma una loro stabilizzazione.
Sarebbe anche importante sviluppare una chiara e continua sinergia, coordinata dal Ministero, tra gli Enti selezionatori ed i consorzi di tutela dei formaggi e dei prodotti di origine animale, i quali hanno bisogno di una “Genetica per l’Italia” sempre più distinta da quella internazionale.
Martino Cassandro
















































































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