«La genetica italiana c’è. Ma ora va valorizzata». La risposta di Enrico Santus

Il direttore dell'ANARB risponde alla nostra riflessione sulla genetica italiana portando l’esempio della Bruna e proponendo un “Libro Genealogico del Made in Italy”

25 Agosto, 2026

Il 19 agosto, con l’articolo “Ma la genetica italiana esiste ancora?”, abbiamo voluto lanciare una provocazione e aprire una riflessione su un tema strategico per il futuro delle nostre filiere Made in Italy e della DOP Economy.

L’Italia ha costruito una parte importante della propria identità agroalimentare sulla valorizzazione del Made in Italy, ma dipende dall’estero per una quota significativa di latte, carne e materie prime destinate all’alimentazione animale, e anche per quanto riguarda la genetica utilizzata negli allevamenti.

Una questione che assume ancora maggiore rilevanza quando si parla di filiere DOP e IGP, nelle quali l’origine, la qualità e la valorizzazione della produzione nazionale rappresentano elementi distintivi da tutelare.

A questo articolo hanno risposto alcuni dei principali enti selezionatori riconosciuti in Italia, offrendo punti di vista e riflessioni sul ruolo della genetica nazionale.

Di seguito, la risposta di Enrico Santus, direttore di ANARB, presidente di SYNERGY e presidente di ICAR.


Gentile Redazione di Ruminantia,

ho letto con molto interesse l’articolo a firma di Alessandro Fantini sulla genetica italiana. Si tratta di una riflessione quanto mai opportuna e strategica per il futuro del nostro comparto zootecnico, che tocca corde molto sensibili come la tutela del Made in Italy e la sostenibilità dei nostri enti selezionatori.

Come ANARB (Associazione Nazionale Allevatori Razza Bruna), sento il dovere di intervenire per portare il nostro punto di vista e, in primo luogo, per fare una doverosa precisione sui dati presentati. Nell’analisi e nei grafici proposti si avverte la mancanza di alcune razze di primaria importanza per il nostro territorio, come la Bruna ed altre.

Questo è un dettaglio non trascurabile, perché non tutte le popolazioni di ruminanti in Italia soffrono dello sbilancio sollevato dall’articolo. Nella razza Bruna, ad esempio, registriamo una situazione straordinariamente virtuosa: per ogni singola dose di seme che importiamo, ne esportiamo ben 5. Questo dato eccezionale dimostra che la selezione genetica italiana, quando condotta con criteri rigorosi, non solo è ritenuta credibile e vincente dai nostri allevatori, ma viene ampiamente apprezzata e acquistata a livello mondiale.

Nonostante questi successi, ci scontriamo ancora oggi con un limite culturale radicato: spesso gli allevatori non credono nella selezione genetica in generale, ritenendo che il management della stalla sia la soluzione a ogni problema. Sicuramente una corretta gestione è fondamentale, ma non può fare miracoli da sola. La genetica è un lavoro complesso, difficile da comprendere nell’immediato poiché richiede tempo e una visione che si dispiega su più generazioni; tuttavia, se si lavora con costanza su obiettivi precisi, i risultati arrivano e restano nel tempo.

La genetica italiana invece esiste, è viva e, all’atto pratico, regala ai nostri allevatori molte più soddisfazioni di quanto dicano i freddi indici numerici degli schemi di valutazione, venendo enormemente apprezzata da chi la sfrutta concretamente a livello produttivo. La forza storica della nostra selezione nazionale risiede nell’equilibrio: non abbiamo mai cercato estremismi esasperati sul solo volume di latte o sulla pura morfologia esteriore. Abbiamo sempre selezionato animali equilibrati, capaci di garantire reddito reale all’allevatore ed esaltare al massimo la straordinaria attitudine alla trasformazione casearia del latte.

A questo si aggiunge oggi un pilastro imprescindibile: la questione sanitaria, la riduzione dei farmaci e la lotta all’antibiotico-resistenza. La nostra selezione mira a ottenere animali intrinsecamente più robusti, resilienti e con un basso numero di cellule somatiche. Più l’animale è rustico e sano, meno molecole chimiche richiede, rispondendo così a una delle più grandi sfide di salute pubblica globali e alle richieste di un consumatore sempre più attento.

Biodiversità, territori e l’illusione della genetica estera

L’Italia è caratterizzata da una immensa biodiversità di territori in cui si allevano animali da reddito. Questa varietà richiede uno sforzo selettivo specifico, mirato ad adattare — o forse riadattare — le popolazioni bovine alle reali condizioni di allevamento possibili del nostro territorio. Dobbiamo fare i conti con precisi vincoli di alimentazione imposti dai nostri disciplinari più prestigiosi (si pensi al divieto di insilati del Parmigiano Reggiano, ma anche alle produzioni biologiche o al latte fieno) e con la necessità di resistere a estati sempre più torride.

È del tutto improbabile che un animale frutto di genetica estera, selezionato in contesti industriali e climi completamente diversi, possa adattarsi facilmente a questi rigidi sistemi alimentari e climatici. Questo lavoro di adattamento sul territorio è una sfida che, tecnicamente, i nostri enti selezionatori sono perfettamente in grado di vincere. Tuttavia, è necessario che il sistema alimentare ed economico sia disposto a sostenere e valorizzare queste produzioni. Diversamente, rischiamo di replicare la celebre metafora della chirurgia di cinquant’anni fa: “l’operazione è perfettamente riuscita, ma il paziente non ha resistito“. Non serve a nulla avere una vacca iper-produttiva sulla carta se poi non sopravvive alle condizioni reali delle nostre stalle e dei nostri pascoli.

La progressiva concentrazione del patrimonio zootecnico in pochissime aree fortemente vocate alla zootecnia intensiva non fa che esasperare questo problema, comportando impatti e danni ambientali significativi nelle zone sature e accelerando la drammatica marginalizzazione e l’abbandono degli allevamenti estensivi nelle aree collinari e montane. Al contrario, allevare la Bruna — forte, docile e rustica — significa il piu delle volte garantire la salvaguardia dell’ambiente e promuovere produzioni in reale sintonia con la natura e il territorio.

Condividiamo pienamente la preoccupazione sul profondo scollamento tra la selezione genetica e il mondo delle produzioni DOP/IG. Ci culliamo nell’orgoglio e nei fatturati delle nostre Indicazioni Geografiche, ma ignoriamo la fonte genetica degli animali: è come se un disciplinare di un prestigioso vino DOC ignorasse completamente il vitigno da utilizzare.

In altri settori nazionali non è così. Nella suinicoltura, ad esempio, la percentuale di richiamo esplicito delle razze e dei libri genealogici nei disciplinari di produzione dei grandi prosciutti DOP (Parma, San Daniele, Toscano) sale fino al 70%, a testimonianza di una sinergia strategica ed economica che funziona e che genera risorse per l’intero sistema degli allevatori.

Perché nel settore lattiero-caseario non riusciamo a fare lo stesso?

Una strada concreta e vincente l’abbiamo già tracciata. La pur piccola esperienza del nostro Consorzio disolabruna (costituito a Verona nel 2005) dimostra che legare a doppio filo i prodotti all’origine genetica certificata dal Libro genealogico degli animali è la via maestra. Nel nostro circuito, la tracciabilità di filiera è garantita da un rigoroso Disciplinare e da severi controlli, assicurando che ogni formaggio derivi esclusivamente da latte di bovine iscritte al Libro genealogico della Bruna italiana. Un’impostazione strutturale di questo tipo, applicata più in grande, sarebbe assolutamente necessaria per l’intera produzione alimentare italiana di qualità.

La grande sintesi: Libri Genealogici, DOP e la Cucina Italiana UNESCO

Per fare questo salto di qualità dobbiamo agganciarci al treno delle grandi eccellenze nazionali. Il recente e storico riconoscimento della Cucina Italiana come patrimonio immateriale dell’UNESCO (avvenuto a dicembre 2025) ci offre l’opportunità perfetta.

Dobbiamo unire in una sintesi strategica e politica tre ambiti che fino ad oggi hanno viaggiato su binari paralleli che non si parlavano: i libri, i prodotti DOP/IGP e la cucina italiana.

Non si può, infatti, parlare di autentica cucina italiana senza parlare dei suoi ingredienti d’eccellenza (formaggi, carni, salumi), e questi prodotti non esistono senza le nostre razze allevate sul territorio. C’è un patrimonio immenso di ricette, cultura e biodiversità che sopravvive solo grazie alla selezione dei nostri animali. Far comprendere alle istituzioni e ai cittadini che la cucina italiana patrimonio dell’umanità nasce prima di tutto dalla biodiversità dei nostri libri genealogici è la vera chiave di volta per salvare il nostro settore.

La nostra proposta: il “Libro Genealogico del Made in Italy

Per tradurre questa sinergia in realtà, proponiamo l’istituzione di un vero e proprio “Libro Genealogico del Made in Italy” per i prodotti alimentari di origine animale d’eccellenza.

L’idea è strutturare un registro nazionale pubblico-privato che colleghi l’accesso, ai marchi DOP e IG (o degli incentivi), alla certificazione di biodiversità e alla genetica d’origine dei capi allevati, proprio come avviene per il nostro consorzio. Non possiamo più permetterci che un formaggio vanti l’italianità in etichetta se la genetica di partenza è interamente importata e sradicata dal nostro territorio. Il “Libro Genealogico del Made in Italy” darebbe dignità economica agli allevatori virtuosi (in particolare a quelli estensivi e di montagna), garantirebbe l’indipendenza finanziaria degli enti di selezione e blinderebbe la reputazione delle nostre DOP da attacchi speculativi di concorrenti esteri pronti a bollarci come un gigante dai piedi d’argilla.

La sfida per la genetica italiana non è solo tecnica, ma di identità, tutela ambientale e salute pubblica. ANARB e il Consorzio disolabruna sono pronti a fare la loro parte per rimettere la genetica al centro del valore delle nostre produzioni alimentari di eccellenza.

Enrico Santus

 

Da leggere - Agosto 2026

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