SQNBA: il pensiero di un allevatore lombardo

Dopo gli approfondimenti dedicati alla proposta di riforma dello SQNBA, alla posizione di FNOVI, ANMVI e SIVeMP e alla riflessione del Prof. Beniamino Cenci Goga, Ruminantia pubblica il contributo di un allevatore lombardo che ha scelto di rimanere anonimo. Una testimonianza diretta che riporta il dibattito dal piano delle professioni a quello delle difficoltà quotidiane vissute negli allevamenti

7 Luglio, 2026

Il dibattito sul futuro del Sistema di Qualità Nazionale per il Benessere Animale (SQNBA) continua ad alimentare il confronto tra le diverse componenti della filiera.

Nelle scorse settimane Ruminantia ha seguito l’evoluzione della proposta di modifica del decreto sullo SQNBA, che introduce la possibilità di coinvolgere anche figure professionali diverse dal medico veterinario nelle attività di valutazione degli allevamenti, pubblicando sia un approfondimento sulle novità contenute nella bozza di decreto (SQNBA: in arrivo il nuovo decreto che slitta i termini e apre agli agronomi valutatori). sia la posizione espressa congiuntamente da FNOVI, ANMVI e SIVeMP (“SQNBA, FNOVI, ANMVI e SIVeMP contestano la riforma: no ai valutatori non veterinari”). Successivamente abbiamo ospitato anche il contributo del Prof. Beniamino Cenci Goga, che ha offerto una propria riflessione sul tema (SQNBA: riflessioni sul ruolo dei valutatori non veterinari).

Riceviamo ora il messaggio di un allevatore lombardo, responsabile di un allevamento con oltre mille bovine in lattazione, che ha preferito mantenere l’anonimato. Il testo che segue nasce dalla trascrizione di un messaggio vocale inviato alla redazione. Ne proponiamo una versione leggermente rivista nella forma per agevolarne la lettura, senza modificarne il contenuto e il pensiero espresso dall’autore.


Mi permetto di disturbarvi con un vocale perché scrivervi sarebbe troppo lungo e non ne ho neanche il tempo.

Volevo rispondere ai vostri post di Facebook che fanno riferimento alla diatriba tra veterinari e altre figure professionali che possono aderire alla certificazione SQNBA.

Da semplice allevatore, se mi permettete, vorrei dire qualcosa sulla certificazione.

Prima di tutto, che scopo ha questa certificazione? Per (…) non so se sia lui che se l’è inventata o se gli dicono di farlo, ma cosa è andato a mettere in piedi? Un’altra certificazione che, visto i risultati ottenuti sul campo, oggi è più una bufala che una certificazione, perché l’adesione è stata bassissima. Certificazione che, comunque, alcune aziende vogliono fare propria.

Ma quando un’azienda chiede una certificazione su un prodotto che noi produciamo, dovrebbe corrispondere qualcosa che incentivi l’allevatore, il produttore, ad aderire. Io so che (…) ha chiesto ai suoi conferenti perché ha fatto un contratto con (…); so di (…), che ha chiesto ai suoi soci perché ha fatto un contratto oppure perché glielo ha chiesto (…). Ma se all’allevatore non entra in tasca niente, perché uno dovrebbe essere motivato a certificarsi?

Io vedo la certificazione come un autovelox. Si vuole educare l’automobilista a rispettare i limiti di velocità con gli autovelox. La certificazione è improntata sul benessere animale, ma il benessere deve essere capito dall’allevatore. Se l’allevatore non comprende che il benessere è parte integrante del suo reddito, con una certificazione imposta non andiamo da nessuna parte.

Poi qui si aprirebbe un discorso grande come una casa sulla certificazione dei nostri prodotti. Considerando che siamo un Paese che importa di tutto e di più, si apre un discorso enorme: non sappiamo nemmeno che cosa ci portiamo sulle nostre tavole.

Abbiamo regolamentato il farmaco, e si doveva fare. Però sul benessere animale oggi facciamo di tutto per stare dentro la lancetta di ClassyFarm e tutto quello che vuole il sistema, ma alla fine gli allevamenti fanno più morti di prima. È inutile che (…) venga a raccontarci che questo è il sistema e che o si sta nel sistema oppure si chiude. No. Prima o poi chiuderemo lo stesso, perché con questi prezzi del latte, del riso e del grano non è che cambi poi molto.

La diatriba tra veterinari e agronomi per fare la certificazione mi sembra una guerra tra poveri.

Non capisco perché le sigle sindacali si siano impuntate sul fatto che la certificazione debba essere fatta solo dai veterinari. Ma che competenza particolare ci vuole per fare una certificazione che, alla fine, non è altro che una serie di dati già prestampati che il certificatore raccoglie e che poi il sistema elabora?

Mi chiedo se queste sigle sindacali siano davvero sul campo oppure no.

Io vivo nella zona a più alta densità zootecnica d’Italia. Abbiamo una delle ATS con la maggiore concentrazione di allevamenti d’Europa e non ci sono più buiatri giovani che intraprendono la libera professione. Viviamo ancora grazie ai gruppi storici, che ormai sono quasi tutti pensionabili.

Anche nelle ATS c’è una carenza di personale impressionante. Per coprire gli organici vengono reclutati professionisti provenienti dal mondo del farmaco o dalla libera professione. La nostra ATS è costantemente sotto organico. Arrivano giovani da tutta Italia, rimangono tre o sei mesi, magari non sanno ancora fare un OBEX o una MSU e poi si avvicinano a casa o cambiano strada.

Da semplice allevatore mi viene da dire che il mondo veterinario oggi è un po’ come quello dei medici. Mancano i medici di base e mancano anche i veterinari, sia nella sanità pubblica sia nella libera professione.

Oggi, se mi trovate un buiatra giovane che alle due di notte si alza per un prolasso, una torsione o qualsiasi altra urgenza, faccio davvero fatica a immaginarlo. Il settore più ambito è quello dei PET.

Per questo mi chiedo: se davvero mancano i certificatori, una volta che queste persone sono formate e accreditate, perché non lasciarle lavorare?

Scusate lo sfogo, ma noi allevatori abbiamo problemi che viviamo tutti i giorni. Se ogni tanto chi parla venisse davvero negli allevamenti, con gli stivali ai piedi, forse capirebbe un po’ meglio come funziona questo mestiere.

Grazie per la disponibilità e per il servizio che fate.

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Da leggere - Luglio 2026

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