Agricoltura, ingiusta reputazione per scorrette narrazioni

La distanza crescente tra società urbana e mondo agricolo ha reso sempre più difficile conoscere davvero ciò che avviene nei campi e negli allevamenti. In questo vuoto di conoscenza, narrazioni parziali, stereotipi e messaggi spesso orientati contribuiscono a costruire una reputazione dell’agricoltura moderna che non sempre corrisponde alla realtà

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24 Agosto, 2026

Può non piacere, ma è indubbio che odiernamente l’agricoltura, compreso l’allevamento degli animali, in molti paesi industrializzata e tra questi l’Italia, non gode di una buona reputazione. Argomento sottaciuto se non ignorato ma che non si può nascondere.

La reputazione è il giudizio collettivo e la stima che un gruppo sociale, i clienti o il pubblico nutrono nei confronti di una persona, di un’azienda, di un’organizzazione o di un sistema complesso come è l’agricoltura. La reputazione è una percezione collettiva, non coincide con ciò che un soggetto è (identità) ma con come viene percepito dagli altri.

Non per questo può essere negata e ancor più sottovalutata, anche perché richiede anni se non secoli, come per l’agricoltura, per essere costruita e consolidata, ma può essere compromessa in poco tempo, come avviene in Italia quando da paese agricolo diviene un paese industriale e da una popolazione agricola del 60-70% nel 1861 dell’Unità d’Italia si passa all’odierno 4%.

Oggi il 96% degli italiani non ha una conoscenza personale e diretta della agricoltura, ma soltanto attraverso la mediazione di una comunicazione sempre più complessa e differenziata all’origine – almeno questa è l’opinione di chi scrive – di una ingiustificata e falsa reputazione della moderna agricoltura.

L’uomo di città non conosce di agricoltura

Non esistono estese e sicure ricerche su cosa l’italiano che vive in città sa sulla agricoltura, dalla quale riceve il suo nutrimento. Se parliamo di italiano medio di città, con un’età compresa tra i 35 e i 50 anni, 30-55 anni (un campione che ha tutti i suoi limiti) si ha un quadro orientativo che deriva da quello che vede e compra al supermercato e mangia durante il giorno.

Di sicuro l’uomo conosce una stagionalità degli alimenti soprattutto vegetali, anche se questa non esiste di molti altri. Inoltre dalle etichette sa riconoscere differenze tra alimenti dello stesso tipo, come vino, olio, pasta, pomodoro, che inoltre hanno diverse qualità sulle quali è pronto a discutere e disquisire per ore, ma del contadino che sta all’origine di questi alimenti non sa nulla, anche se in alcune città esistono mercati contadini e l’agriturismo.

Degli alimenti sa il prezzo e può essere a conoscenza di problemi di siccità, caro energia, dazi, difficoltà per guerre. Dei contadini il cittadino, per sentito dire o tramite alcuni documentari, superficialmente sa che fanno un lavoro è duro e pericoloso (questo perché i giornali e la televisione ogni anno segnalano circa centocinquanta morti per incidenti) ma non sa cosa fanno tutto il giorno, anche se per molte produzioni come quella del latte non vanno in ferie.

Sa invece che in certi momenti i contadini fanno scioperi occupando strade con i loro trattori (e di questo il cittadino si preoccupa per i propri viaggi), che con la PAC e i contributi UE prendono i soldi dall’Europa, ma non sa perché e come funzionano.

Per le loro produzione ha qualche idea, spesso nebulosa, che esistono alimenti vegetali biologici perché gli hanno detto che la chimica fa male, ma queste produzioni portano a minori rese, maggiori costi e certificazioni per cui hanno prezzi maggiori.

Per gli alimenti d’origine animale il cittadino ha poche e solo generiche idee ma in seguito a numerose trasmissioni televisive si è fatta l’idea che molti animali sono cresciuti in allevamenti intensivi in condizioni ben diverse di quelle nelle quali lui, uomo di città, mantiene, alimenta e cura il proprio cane e gatto.

Stereotipi urbani sulla agricoltura

Il cittadino della agricoltura e dell’allevamento degli animali non conosce quasi mai il “dietro le quinte” e non sa realmente nulla delle tecniche agrarie con le loro rotazioni, concimazioni, necessità di fitofarmaci, irrigazione a goccia, serra idroponica e tante altre pratiche scientifiche lungamente studiate sotto ogni aspetto, non ultimi la qualità e la sicurezza delle produzioni.

Per l’allevamento degli animali oggi il cittadino ogni anno mangia una media di circa ottanta chilogrammi di carne, comprese ossa ecc., a un prezzo molto contenuto, in quantità ben diverse di un secolo prima, quando il consumo annuo medio di carne era di sedici chilogrammi per anno e “un povero mangia un pollo quando è ammalato l’uomo o il pollo”, le mucche erano in stalle buie e alla catena, i maiali in porcilaie e le galline in pollai in condizioni a dir poco catastrofiche.

L’uomo delle città, attento ai costi della sua vita e ai prezzi di ogni oggetto che acquista, non sa quanto costa un ettaro di terra, quanto rende un quintale di grano o un ettolitro di vino, che esistono rischi di gelate o di siccità che necessita irrigazione a pioggia.

Il cittadino non sa che oggi in Italia il quattro per cento della popolazione agricola produce molto, ma molto di più del sessanta per cento della popolazione di un tempo e che questo è possibile solo con i nuovi mezzi di meccanizzazione, nei campi trattrici, GPS, droni, sensori nel terreno ecc. e nelle stalle non più un mungitore ogni dodici mucche, ma sistemi meccanici ed ora automatizzati di mungitura, alimentazione, ventilazione.

Il cittadino quasi sempre non sa che per fare il vino ci vogliono due anni, che un ulivo rende dopo cinque, sette anni, che da quando si semina un campo di erba medica per alimentare una mucca a quando è pronto un buon formaggio stagionato passano diversi anni.

Molti sono gli stereotipi dell’uomo urbano perché l’agricoltore non è un romantico dei campi ma un imprenditore che deve combattere con i mutui, le bizzarrie del tempo, i cambiamenti climatici e la burocrazia, perché non basta piantare vegetali o allevare animali e aspettare qualche mese per dare un raccolto, ma per averlo sono necessari prodotti della moderna industria chimica, meccanica, mangimistica.

Non è inoltre vero che tutto il chimico fa male perché senza le difese ottenute con gli agrofarmaci e gli zoofarmaci e senza fertilizzanti avremmo solo la metà delle rese in alimenti vegetali e animali.

L’uomo di città conosce bene il cibo finito, le storie e i marchi, conosce poco o niente il lavoro, i costi, i rischi e la tecnica di chi quel cibo lo fa nascere e questo è la conseguenza principale di tre condizioni. 1 – L’uomo urbano aveva nonni contadini, i loro figli sono andati in fabbrica o in ufficio e la terza generazione (circa un secolo) ha perso il contatto con l’agricoltura. 2 – Nel supermercato il cibo sullo scaffale non ha più alcun legame con la terra di provenienza e con chi lo ha prodotto. 3 – Nelle scuole di città non si fa più educazione agricola.

Ma soprattutto quanto ora tratteggiato sulla mancata conoscenza della agricoltura e dell’allevamento sta alla base di paure e di una falsa, cattiva reputazione della agricoltura.

Reputazione e comunicazione

Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua? I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “Ma cosa diavolo è l’acqua?”

Una storiella questa – lo storytelling o raccontare storie, come vedremo – è e oggi se non di moda è quasi obbligatorio e ci dice che spesso le più ovvie e importanti realtà sono quelle più difficili da vedere e di cui parlare, anche quando i banali luoghi comuni possono riguardare ed essere alla base di importanti questioni, come è il caso della comunicazione che oggi vi è tra agricoltura e vita urbana della quasi totalità della popolazione italiana e sulla quale si basa la reputazione.

Avere una buona reputazione, ieri ma soprattutto oggi, è fondamentale perché genera fiducia, apre porte nel lavoro e migliora i rapporti sociali. È un capitale prezioso che si costruisce con il tempo e guida le scelte delle persone.

Nel lavoro e nelle aziende porta più clienti perché la gente sceglie ciò di cui si fida, e aiuta a vendere meglio e a superare i momenti di crisi. Nella vita di tutti i giorni una buona reputazione facilita i rapporti umani basati sul rispetto, soprattutto se – come avviene per i prodotti agricoli – riguarda la sicurezza.

Una corretta comunicazione è altrettanto necessaria, soprattutto oggi quando questa passa attraverso su storie più che su fatti scientificamente e sicuramente accertati, deliberatamente o involontariamente aumentati e o distorti per altri fini e che anche indirettamente riguardano l’agricoltura nei suoi diversi aspetti, causando una non corretta e non di rado sua negativa reputazione.

Scorrette narrazioni agro-alimentari

Quando la maggior parte della popolazione mangiava quel che produceva erano gli alimenti spessi che parlavano e non vi era bisogno di una comunicazione. Oggi non è più così e la narrazione rappresenta il principale mezzo di accesso e diffusione della conoscenza intervenendo nel processo di percezione, interpretazione e condivisione degli alimenti, quando questi sono sempre più differenziati (molte decine sono le tipologie di latte, ma anche di gran parte di altri alimenti) e le tabelle – diciamolo subito – oltre ad essere spesso di non facile lettura ed interpretazione, hanno uno scarso impatto psicologico.

L’interesse per la narrazione e il suo ruolo nella costruzione della realtà alimentare è divenuto, un tema centrale in diversi ambiti disciplinari: psicologico, pedagogico, sociologico ed economico-manageriale e nella rappresentazione che la popolazione si è fatta della agricoltura che produce alimenti.

In una società urbana nella quale il 96% degli italiani ha visto un campo di grano, una mucca o un maiale lo vede solo in televisione, è attraverso la narrazione che si costruisce una identità, si ricordano tradizioni culturali e memorie collettive in gran parte più o meno artificialmente ricostruite con eventi ed esperienze che interagiscono con il presente, orientando persino le scelte future degli individui.

La narrazione oggi si configura come un modello interpretativo della realtà, responsabile del processo di trasmissione, nonché di interpretazione di valori, tradizioni e conoscenza e quindi anche nel giudizio che una società e i singoli individui hanno dalla reputazione di una agricoltura che fornisce alimenti d’origine vegetale ed animali e che modifica l’ambiente nella quale opera.

Narrazioni delle più diverse forme (comunicati, interviste, testi scritti, immagini, sketch televisivi ecc.) diffusi su ogni mezzo di comunicazione, tradizionali e moderni, in gran parte di produzione settoriale, pubblica (Ministeri diversi) di organizzazioni collettive (Consorzi ecc.), e privata (singole imprese ed aziende multinazionali o locali) danno origine ad un infinito schiamazzo di voci, immagini, messaggi che nei consumatori concorrono alla formazione di una non più sicura e affidabile, buona reputazione di una agricoltura che fornisce loro alimenti d’origine vegetale a animale.

Paure e falsa, cattiva reputazione della agricoltura

Il 96% degli italiani non conosce l’agricoltura italiana e di questa ha notizie e informazioni spesso distorte o di parte, che gli arrivano in diversi modi sotto diverse forme (giornali, libri, immagini, film, comunicazioni informatiche dei più diversi tipi, messaggi pubblicitari anche subliminali anche su confezioni alimentari).

Gran parte dei messaggi che riguardano l’agricoltura e che sono inviati e diffusi tra le popolazioni urbane in maggioranza sono di parte di chi non fa agricoltura, coltiva o alleva, ma di chi usa le loro produzioni sotto le più diverse forme: conservazione, trasformazione, commercio, produzione di alimenti di consumo diretto trasformato ecc.

Quest’ultima informazione molto spesso contribuisce a dare della agricoltura immagini di parte, settoriali, quindi falsate, se non quando, per diversi motivi, l’agricoltura e i suoi prodotti sono oggetto di una comunicazione che mira al sensazionale che non di rado sconfina con uno scandalismo, se non diviene fonte di paure.

Una informazione incompleta e soprattutto inadeguata genera nuove paure.

Nei secoli passati si pregava Dio con l’invocazione fame, peste et bellum libera nos domine, per chiedere protezione contro i tre peggiori flagelli che colpivano l’umanità: le epidemie (peste), le carestie (fame) e i conflitti armati (guerra).

Oggi prevale l’idea che senza cibo si muore di fame, ma con il cibo si rischia di morire perché gli alimenti sono entrati tra Le nuove Paure studiate dall’antropologo, etnologo, scrittore e filosofo francese Marc Augè (1935 – 2023).

Un moderno illuminista che ci ha spinto a conoscere ciò che collettivamente temiamo di più, quando la paura fa sistema, crea contagio, induce visioni apocalittiche in un insieme riallacciato a una crisi planetaria nella quale rientra anche l’incubo, l’allarme e la paura alimentare, che sempre più oggi è scaricata sulla agricoltura.

 

Da leggere - Agosto 2026

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