Carne bovina italiana, l’etica del lavoro parte dall’allevamento
Ad Asola il Consorzio Lombardo Produttori Carne Bovina ha riunito allevatori, operatori e rappresentanti delle istituzioni per discutere di qualità, concorrenza e futuro del comparto

Produrre carne bovina in Italia significa operare nel rispetto di norme rigorose sulla sicurezza alimentare, sull’impiego dei farmaci, sul benessere animale e sulla tutela dell’ambiente.
Un sistema di regole che richiede investimenti e controlli, ma che permette di offrire al consumatore un alimento sicuro e tracciabile. È da questa responsabilità che ha preso avvio l’incontro organizzato venerdì 11 settembre ad Asola, in provincia di Mantova, dal Consorzio Lombardo Produttori Carne Bovina presso l’azienda agricola dell’allevatore Massimo Zani.
Alla serata hanno partecipato allevatori, addetti ai lavori e rappresentanti della stampa, insieme alla senatrice Paola Mancini e all’eurodeputato Paolo Inselvini. A moderare il confronto è stata Elisa Guizzo, giornalista ed esperta della filiera della carne, che ha accompagnato il pubblico lungo le diverse fasi del percorso produttivo, dall’allevamento fino al consumo.

Al centro dell’incontro è stata posta la necessità di costruire una filiera capace di riconoscere il valore del lavoro svolto nelle aziende e di trasferirlo lungo tutta la catena di approvvigionamento. Non basta infatti produrre bene se le caratteristiche della carne italiana non vengono comprese dagli operatori commerciali e dai consumatori, oppure se il prezzo finale non consente di remunerare adeguatamente chi alleva gli animali.
Il valore del prodotto è stato mostrato concretamente attraverso una degustazione di diverse preparazioni ottenute dalla carne dei bovini di razza Limousine allevati nell’azienda Zani e lavorata dall’azienda Savoldi Carni. Sono state proposte una tartare preparata con particolare cura per non alterare le caratteristiche della materia prima, bresaola di bovino italiano, lingua salmistrata, hamburger e tagliata. Preparazioni differenti, accomunate dalla cura nella lavorazione e capaci di restituire consistenze e sapori spesso poco conosciuti. Secondo Massimiliano Ruggenenti, Presidente del Consorzio Lombardo Produttori Carne Bovina, se al consumatore venissero spiegate con maggiore chiarezza l’origine della carne, le modalità di allevamento e le qualità che distinguono il prodotto, sarebbe più facile comprendere anche la differenza di prezzo e accettare di spendere qualcosa in più per una carne italiana di qualità.

«Il nostro compito è creare una filiera che porti un prodotto di valore aggiunto al consumatore e, allo stesso tempo, restituisca valore agli allevatori», ha spiegato Ruggenenti. Il Consorzio riunisce oltre 400 allevatori e rappresenta una produzione annuale che sfiora i 100 mila capi. Dal 2024 porta avanti il progetto “Allevatori di buone pratiche”, fondato su tracciabilità, responsabilità ambientale e comunicazione.
Per Ruggenenti, l’etica del lavoro non è un principio astratto, ma si misura nelle scelte compiute quotidianamente in stalla: nella cura degli animali, nell’alimentazione, nell’impiego responsabile dei medicinali veterinari, nella gestione delle risorse e nella disponibilità a rendere verificabile ogni passaggio produttivo. «Noi lavoriamo così perché riteniamo che sia il modo corretto di allevare. Dobbiamo però riuscire a far conoscere ciò che facciamo ai consumatori».
Il tema assume un peso ancora maggiore considerando la limitata capacità di autoapprovvigionamento dell’Italia, che produce meno della metà della carne bovina consumata nel Paese. Gli allevamenti nazionali dipendono inoltre in larga misura dall’estero per l’acquisto dei ristalli, soprattutto dalla Francia e da altri Paesi europei. Questa debolezza strutturale espone il comparto alle oscillazioni dei mercati e rende più difficile programmare l’attività aziendale.
Alla questione produttiva si aggiunge quella della concorrenza internazionale. Gli allevatori europei devono rispettare disposizioni particolarmente severe, mentre le importazioni possono provenire da sistemi nei quali vigono condizioni differenti. Il recente blocco delle importazioni nell’Unione europea di carne e altri prodotti di origine animale dal Brasile, entrato in vigore il 3 settembre, ha mostrato concretamente la rilevanza del problema. La decisione è stata assunta perché le autorità brasiliane non avevano fornito garanzie sufficienti sul rispetto delle norme europee relative all’impiego di sostanze antimicrobiche negli animali destinati alla produzione alimentare.
Il caso riguarda direttamente anche il confronto sull’accordo tra Unione europea e Mercosur. «Non possiamo imporre regole molto rigorose ai nostri allevatori e, nello stesso tempo, introdurre prodotti provenienti da Paesi che non garantiscono condizioni equivalenti», ha osservato Ruggenenti. Non si tratta di chiudere il mercato, ma di assicurare reciprocità e controlli, affinché la competizione non penalizzi le aziende che sostengono costi maggiori per rispettare gli standard europei.
Nel suo intervento, Paolo Inselvini, ha richiamato il ruolo delle istituzioni comunitarie nella tutela dell’agricoltura e della zootecnia europee, mentre la senatrice Paola Mancini ha ribadito la necessità di sostenere le filiere nazionali e il loro contributo alla sicurezza alimentare.
Per la filiera bovina italiana la risposta passa dalla capacità di tenere insieme produzione, responsabilità e redditività. Senza una remunerazione adeguata, le aziende non possono continuare a investire nel benessere animale, nelle strutture e nella riduzione dell’impatto ambientale. Senza trasparenza e comunicazione, tuttavia, il consumatore non dispone degli strumenti necessari per riconoscere queste differenze. L’etica del lavoro in allevamento acquista quindi valore quando viene documentata lungo tutta la filiera e diventa parte di una scelta consapevole al momento dell’acquisto.

















































































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