Insilati, come gestire caldo e freddo per conservare meglio il foraggio
Dai tempi di apertura alla scelta degli inoculi, la temperatura influenza le decisioni sulla conservazione. Una metanalisi di 42 studi chiarisce gli effetti sulle fermentazioni e approfondisce, nel silomais, il rapporto tra perdite di sostanza secca e stabilità dopo l’esposizione all’aria

Un insilato che non si riscalda è necessariamente ben conservato? E una perdita contenuta di sostanza secca basta a garantirne la qualità? Una metanalisi pubblicata sul Journal of Dairy Science offre elementi utili per rispondere, mostrando come la temperatura influenzi l’attività microbica e la fermentazione. Per il mais emerge anche un risultato particolarmente interessante: basse perdite durante lo stoccaggio possono accompagnarsi a un’acidificazione incompleta e a una scarsa tenuta dopo l’apertura.
Il lavoro, firmato da G. F. L. Cruz, M. R. Pupo, J. L. P. Daniel e L. F. Ferraretto, coinvolge l’Università del Wisconsin–Madison e le università brasiliane di Viçosa e Maringá. Le indicazioni riguardano la gestione degli insilati, ma con una distinzione essenziale, i risultati generali sui diversi materiali e quelli specifici del silomais non sono sempre sovrapponibili.
Quarantadue studi, con un approfondimento sul mais
Gli autori hanno raccolto 42 lavori, per 253 medie di trattamento, su mais, graminacee, altri cereali, leguminose, unifeed insilati e altri materiali. Un’analisi separata ha riguardato il mais a pianta intera: 15 lavori e 96 medie di trattamento.
Gli esperimenti confrontavano almeno due temperature di conservazione, mantenute costanti o entro intervalli ristretti. I dati sono stati suddivisi in cinque fasce: fino a 10 °C, oltre 10 e fino a 20 °C, oltre 20 e fino a 30 °C, oltre 30 e fino a 40 °C, oltre 40 °C. Il modello statistico ha considerato anche la durata di conservazione e, nell’analisi generale, il tipo di insilato.
Si tratta quindi di temperature sperimentali di stoccaggio, non sono soglie da applicare direttamente alla temperatura esterna o a una singola lettura sul fronte del silo.
Il freddo può rallentare la fermentazione
Considerando l’insieme degli insilati, fino a 10 °C il pH medio stimato era 5,21, contro 4,11 nella fascia oltre 20–30 °C. Anche l’acido lattico mostrava una differenza significativa: rispettivamente 3,20% e 5,00% della sostanza secca. Le condizioni fredde risultavano dunque associate a una minore acidificazione.
Il motivo non va cercato soltanto nel numero di batteri lattici. Alle basse temperature questi microrganismi potevano essere ancora numerosi, ma meno attivi sul piano fermentativo. Presenza dei batteri ed efficacia della fermentazione non sono la stessa cosa.
Gli zuccheri residui erano più abbondanti sia nella fascia più fredda sia oltre 40 °C. Un dato da interpretare con attenzione: in queste condizioni, una maggiore disponibilità di zuccheri può segnalare una fermentazione limitata, anziché una migliore conservazione.
La fascia oltre 20–30 °C favoriva nel complesso la produzione di acido lattico, ma non tutti gli indicatori erano favorevoli: nell’analisi generale vi si osservava anche più acido butirrico, risultato che gli autori collegano alla combinazione di materiali diversi. Nel silomais, invece, il butirrico risultava sotto il limite di rilevazione. Un’ulteriore ragione per evitare conclusioni identiche per tutti i foraggi.

Perdite di sostanza secca: il risultato specifico del silomais
Considerando insieme tutte le tipologie di insilato, la temperatura non aveva un effetto statisticamente significativo sulle perdite di sostanza secca. Nel silomais, invece, le perdite aumentavano al crescere della temperatura.
Le medie stimate erano pari all’1,71% fino a 10 °C e all’1,97% nella fascia oltre 10–20 °C. Salivano al 4,22% oltre 20–30 °C e al 4,59% oltre 30–40 °C, raggiungendo il 7,58% oltre 40 °C. Le due fasce intermedie più calde non differivano significativamente tra loro; oltre 40 °C le perdite erano significativamente maggiori.
Nell’analisi generale e in quella sul mais, la temperatura influenzava anche la frazione proteica, con maggiore solubilizzazione all’aumentare della temperatura nelle fasce confrontabili. Nel silomais, l’azoto ammoniacale passava dal 2,67% dell’azoto totale fino a 10 °C al 6,25% oltre 30–40 °C, coerentemente con una maggiore degradazione proteica.
Per NDF, ADF e amido non emergevano invece differenze statisticamente significative, né nell’analisi generale né in quella sul mais. La sola composizione chimica, quindi, non descrive completamente ciò che è accaduto durante la conservazione.
Dopo l’apertura, il silomais conservato al freddo era meno stabile
L’analisi della stabilità aerobica, cioè della resistenza al deterioramento dopo l’esposizione all’aria, riguardava specificamente il silomais.
La stabilità media stimata era di 16 ore fino a 10 °C, contro 108 ore nella fascia oltre 20–30 °C e 77 ore oltre 30–40 °C. Queste ultime due fasce erano significativamente più stabili rispetto alla più fredda, ma non differivano significativamente fra loro. Oltre 40 °C non erano disponibili stime.
Nel mais conservato alle temperature più basse si osservavano anche più lieviti e una minore acidificazione: un quadro coerente con la ridotta tenuta all’aria. Gli autori ipotizzano un contributo dei cambiamenti nelle comunità microbiche, ma la metanalisi non dimostra un unico meccanismo responsabile. L’acido acetico, ad esempio, non differiva significativamente fra le temperature.

Dal dato alla stalla: quali decisioni prendere
Se il foraggio viene insilato in condizioni fredde, l’assenza di riscaldamento non basta a confermare che la fermentazione sia conclusa. Prima di programmare l’apertura occorre considerare anche l’andamento fermentativo: gli autori suggeriscono tempi di conservazione più lunghi, senza individuare un numero di giorni valido per ogni situazione. Gli eventuali inoculi vanno scelti sulla base di un’efficacia documentata alle temperature previste.
Con il caldo, le priorità sono riempire e chiudere rapidamente il silo, compattare bene e curare il fronte durante il desilamento. Un riscaldamento eccessivo richiede di verificare anche possibili ingressi d’aria. Gli autori richiamano inoltre il possibile contributo di inoculi eterofermentanti, come quelli a base di Lactobacillus buchneri, alla stabilità aerobica: indicazioni gestionali da adattare al contesto, non un confronto di efficacia fra prodotti dimostrato da questa analisi.
La fascia 21–30 °C viene indicata come potenzialmente favorevole alla fermentazione, ma non rappresenta un obiettivo termico universale. Nel mais, proprio in questa fascia, la maggiore produzione di acido lattico coesisteva con perdite superiori rispetto alle condizioni fredde. Temperatura, profilo fermentativo e stabilità dopo l’apertura vanno quindi valutati insieme.
Indicazioni utili, senza trasformare le medie in soglie aziendali
Gli esperimenti comprendevano durate da 1 a 141 giorni, materiali e condizioni operative diversi. Per vari parametri di composizione, l’eterogeneità tra studi superava il 90%. Inoltre, temperature costanti non riproducono pienamente i gradienti e le oscillazioni di un silo aziendale.
Le medie riportate non sono valori attesi per ogni allevamento e lo studio non quantifica effetti su ingestione, produzione di latte o redditività. Offre però un criterio utile per le decisioni: valutare quanto alimento viene conservato, come fermenta e, per il silomais esaminato, quanto resiste all’aria, senza scambiare il buon risultato di un singolo parametro per una garanzia complessiva di qualità.
Fonte: Cruz G. F. L., Pupo M. R., Daniel J. L. P., Ferraretto L. F. (2026). Effects of storage temperature on silage nutrient composition, fermentation profile, and aerobic stability through a meta-analysis. Journal of Dairy Science, 109(4), 3748–3761. DOI: 10.3168/jds.2025-27446.
















































































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