Latte crudo, i pediatri USA chiedono lo stop alla vendita

Una nuova presa di posizione dell’American Academy of Pediatrics richiama i rischi per bambini e donne in gravidanza, includendo il pericolo emergente H5N1. Per la filiera italiana, il documento riporta l’attenzione su prevenzione, validazione dei processi e informazioni al consumatore

30 Ottobre, 2026

L’American Academy of Pediatrics (AAP) torna a chiedere il divieto di vendita e distribuzione del latte non pastorizzato e dei prodotti derivati negli Stati Uniti, richiamando espressamente formaggi freschi, molli e a maturazione superficiale. La posizione è contenuta in un documento pubblicato online il 5 ottobre 2026 su Pediatrics, firmato da Adam J. Ratner, Anne Sardi e Mark R. Corkins con i comitati dell’associazione per le malattie infettive e la nutrizione.

È una policy statement: un documento di indirizzo fondato sulla letteratura scientifica, che raccomanda a donne in gravidanza e in allattamento, bambini e ragazzi di consumare esclusivamente latte e derivati pastorizzati. La raccomandazione riguarda latte bovino, caprino e ovino. La richiesta di divieto esprime la posizione dell’associazione e non introduce nuove disposizioni di legge.

Il peso delle infezioni nei più giovani

Tra i dati richiamati dall’AAP figurano quelli relativi al consumo di latte non pastorizzato negli Stati Uniti tra il 2013 e il 2018: 75 focolai, 675 persone ammalate, 98 ricoveri e due decessi. Il 48% delle persone colpite aveva meno di vent’anni e il 14% meno di cinque. Sono dati storici statunitensi, che documentano il problema senza descrivere l’incidenza attuale in Italia.

I microrganismi coinvolti comprendono Campylobacter, Salmonella, Listeria monocytogenes ed Escherichia coli produttori di Shiga-tossine (STEC). Questi ultimi possono causare la sindrome emolitico-uremica (SEU), una complicanza particolarmente grave nell’infanzia. In gravidanza, la listeriosi può compromettere anche la salute del feto e del neonato.

La contaminazione può avvenire attraverso materiale fecale, cute degli animali, ambiente e attrezzature, oppure essere associata a infezioni della mammella. Le buone pratiche igieniche sono essenziali, ma non assicurano lo stesso abbattimento dei patogeni ottenibile con una pastorizzazione correttamente eseguita. Il documento ricorda anche la possibilità di contaminazioni successive al trattamento: la sicurezza richiede quindi protezione del prodotto lungo tutta la filiera.

H5N1: un pericolo da distinguere dalle trasmissioni dimostrate

Il documento affronta anche l’influenza aviaria A(H5N1), alla luce delle infezioni negli allevamenti bovini da latte statunitensi. Nelle bovine infette il virus può raggiungere concentrazioni elevate nella ghiandola mammaria e nel latte; la refrigerazione non costituisce un trattamento di inattivazione. Gli studi richiamati confermano invece l’efficacia della pastorizzazione.

Occorre però distinguere la presenza di virus infettivo nel latte dalla dimostrazione del contagio alimentare nell’uomo: alla data del documento, gli autori non riportano casi umani attribuiti al consumo di latte non pastorizzato. Le infezioni professionali descritte riguardano l’esposizione ad animali infetti. Il rischio alimentare viene dunque considerato un pericolo da prevenire, senza presentarlo come una via di trasmissione umana già accertata.

Valore nutrizionale, alcune precisazioni  

Secondo l’AAP, le evidenze non dimostrano benefici del consumo di latte crudo tali da compensarne il maggiore rischio infettivo. La pastorizzazione può modificare alcune componenti bioattive e ridurre determinate vitamine, ma conserva sostanzialmente il valore nutrizionale del latte. Non elimina il lattosio né rende il prodotto adatto alle persone allergiche alle proteine del latte.

Il dibattito italiano

Ruminantia ha già seguito il tema, dalle iniziative sull’etichettatura dei formaggi a latte crudo alla pubblicazione delle linee guida ministeriali sul controllo degli STEC. La posizione americana aggiunge un riferimento sanitario a un confronto che interessa direttamente allevatori, caseifici e distribuzione.

Sul piano normativo, il regolamento (CE) n. 853/2004 prevede la dicitura «fabbricato con latte crudo» per i prodotti ottenuti da latte crudo il cui procedimento di fabbricazione non richieda trattamenti termici o altre forme di trattamento fisico o chimico. Questa indicazione va distinta dalle avvertenze sanitarie aggiuntive.

Le linee guida italiane del luglio 2025 raccomandano fortemente un’etichettatura informativa quando non sia possibile garantire una totale mitigazione del rischio, da mantenere fino alla vendita o somministrazione. Precisano inoltre che l’informazione non esonera l’operatore dall’applicazione delle misure di controllo.

Per i produttori, il punto operativo è documentare l’efficacia della prevenzione: igiene di mungitura, gestione del latte, controllo dei parametri di caseificazione e validazione del processo. La valutazione deve riguardare ciascun prodotto; i risultati ottenuti su un formaggio non si trasferiscono automaticamente a lavorazioni diverse. Un’informazione chiara al consumatore completa questo lavoro e consente di riconoscere le situazioni di maggiore vulnerabilità.

Fonti: Ratner A.J., Sardi A., Corkins M.R. e comitati AAP, Consumption of Unpasteurized (Raw) Milk and Milk Products by Pregnant People and Children: Policy Statement. Pediatrics. 2026;158(5):e2026079036. Pubblicazione online: 5 ottobre 2026. DOI: 10.1542/peds.2026-079036

Autore: Giulia Spadafora

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