Abbiamo bisogno della carne coltivata?
Tra percezioni, innovazione e realtà produttiva, il dibattito sulla carne coltivata impone una riflessione lucida sul futuro della zootecnia e dei sistemi alimentari

L’allevamento è da tempo sul banco degli imputati. Una parte dell’opinione pubblica considera la zootecnia un settore problematico, associandola alla sofferenza animale, alle emissioni climalteranti e, più in generale, a un modello produttivo percepito come non più sostenibile. E anche molti consumatori, che pure continuano a mangiare carne, guardano oggi alle stalle con crescente ambivalenza: da un lato ne apprezzano i prodotti, dall’altro si interrogano sul loro impatto etico e ambientale.
Il tema, naturalmente, è complesso e merita di essere affrontato senza semplificazioni. L’agricoltura italiana pesa per una quota limitata delle emissioni nazionali di gas serra, appena il 7%, mentre la zootecnia resta centrale per la produzione di alimenti ad alto valore nutrizionale e per la tenuta economica delle aree rurali. Questo non significa che il settore non debba migliorare. Al contrario, è giusto che anche gli allevatori siano chiamati a ridurre l’impronta ambientale, a migliorare il benessere animale e a usare in modo sempre più efficiente le risorse.
Mentre il comparto zootecnico lavora su questi fronti, all’orizzonte si affacciano tecnologie che promettono di cambiare il modo in cui produciamo il cibo. Tra queste, una delle più discusse è senza dubbio la carne coltivata.
Ma abbiamo davvero bisogno della carne coltivata? La risposta, probabilmente, non è né un sì entusiastico né un no pregiudiziale. Si tratta di una tecnologia ancora agli albori, che deve superare ostacoli rilevanti sotto il profilo tecnico, produttivo, energetico, normativo ed economico. Oggi non è in grado di sostituire gli allevamenti e difficilmente lo farà nel prossimo futuro. Pensare che possa rimpiazzare in tempi brevi bistecche, salumi, formaggi e l’intero patrimonio zootecnico europeo significa ignorare la realtà delle filiere, dei consumi e delle preferenze dei cittadini.
Questo però non vuol dire che la carne coltivata sia irrilevante o che debba essere demonizzata o vietata a prescindere. In prospettiva, potrebbe trovare spazio in alcuni segmenti specifici del mercato, ad esempio come ingrediente, in prodotti trasformati o per intercettare consumatori particolarmente sensibili ai temi etici e ambientali. Potrebbe inoltre diventare una delle tante opzioni disponibili in un sistema alimentare più articolato, accanto alla zootecnia convenzionale, alle produzioni di qualità, alle proteine vegetali, alla fermentazione di precisione e ad altre fonti alternative.
Il punto, dunque, non è scegliere tra allevamenti e carne coltivata come se si trattasse di due modelli destinati a combattersi fino all’eliminazione dell’uno o dell’altro. Il punto è capire quali problemi questa tecnologia potrà davvero risolvere, per quali consumi sarà adatta, con quali costi e con quali limiti. E soprattutto se saprà mantenere le promesse che oggi accompagnano il suo sviluppo.
È proprio questa una delle domande a cui cerca di dare una risposta La natura non basta, il libro del giornalista Tommaso Cinquemani, che affronta con taglio documentato e approccio scientifico il tema delle nuove frontiere del cibo: carne coltivata, fermentazione di precisione, insetti, proteine alternative. Senza aderire a visioni ideologiche, il volume analizza ciò che sta accadendo nei laboratori, nelle startup e nei centri di ricerca, mettendo in fila dati, interessi economici, criticità e potenzialità.
Il libro però non si ferma ai novel food. Affronta anche altri grandi nodi del dibattito contemporaneo: il miglioramento genetico delle colture, dagli OGM alle TEA, il ruolo degli agrofarmaci, il tema dei residui, il biologico, l’agricoltura rigenerativa e più in generale il rapporto tra innovazione, produzione agricola e percezione pubblica.
Il titolo, La natura non basta, richiama proprio questo punto. La natura è straordinaria, ma da sola non sarebbe in grado di sostenere una popolazione umana in continua crescita, garantendo al tempo stesso cibo sicuro, accessibile e abbondante. Da millenni l’uomo modifica l’ambiente e usa la tecnologia per rispondere ai propri bisogni. Oggi più che mai, di fronte alle sfide climatiche, produttive e sociali, la vera domanda non è se usare o no l’innovazione, ma quale innovazione adottare e con quali regole.
Anche per questo vale la pena discutere di carne coltivata. Non per celebrarla come soluzione definitiva, né per respingerla a priori, ma per valutarla per quello che è: una tecnologia emergente, ancora tutta da verificare, che non cancellerà gli allevamenti ma che potrebbe ritagliarsi uno spazio in alcuni ambiti specifici. Capirlo, con lucidità e dati alla mano, è oggi più utile che schierarsi per partito preso.


















































































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