Caro gasolio, agricoltori e autotrasportatori in difficoltà mentre gli utili di Eni crescono del 70%
Le proteste contro il costo dei carburanti riportano al centro dell'attenzione il peso dell'energia sulle attività produttive. Intanto, nei primi nove mesi del 2026, Eni registra un utile netto rettificato di 6,44 miliardi di euro, in crescita del 70% rispetto all’anno precedente. Un confronto tra i costi sostenuti dalle imprese e i risultati economici del settore energetico

Le proteste degli autotrasportatori e degli agricoltori contro il caro gasolio, che nelle ultime settimane hanno interessato diverse regioni italiane, riportano in primo piano una questione fondamentale per la tenuta economica delle attività produttive: il costo dell’energia e la sua incidenza sulla redditività delle imprese.
Per il settore agricolo, il gasolio rappresenta un fattore produttivo essenziale. Dalle lavorazioni dei terreni alla raccolta, dall’irrigazione alla movimentazione dei prodotti, numerose operazioni dipendono direttamente e strettamente dalla disponibilità di carburante. Allo stesso tempo, l’aumento dei costi dell’autotrasporto si ripercuote sull’intera filiera agroalimentare, e non solo, incidendo sulle spese per l’approvvigionamento e per la distribuzione dei prodotti. A rendere particolarmente delicata la situazione nel suo complesso, è che spesso un aumento dei prezzi alla vendita non trova corrispondenza alcuna nella produzione primaria. La pressione esercitata dai prezzi energetici sul sistema economico è, quindi, notevole, e sta alla base delle dimostrazioni che stiamo vedendo in questi giorni nelle nostre piazze e lungo le nostre strade.
Gli annunci del Governo della scorsa settimana, hanno fatto sì che la protesta venisse momentaneamente allentata (approfondisci in fondo i contenuti correlati a questo articolo) in attesa delle prossime azioni: oggi, ad esempio, si terrà la prima seduta del “Tavolo permanente dell’autotrasporto di merci e della logistica” con le principali rappresentanze degli autotrasportatori, presso in MIT. Se non si riuscirà a raggiungere un accordo soddisfacente, il 30 ottobre prossimo i mezzi pesanti raggiungeranno Roma.
In questo contesto, la pubblicazione, lo scorso 23 ottobre, dei risultati economici di Eni relativi ai primi nove mesi del 2026 ha attirato l’attenzione anche di testate come Il Sole 24 Ore e Internazionale, che hanno approfondito i risultati finanziari del gruppo energetico. Numeri che, alla luce delle difficoltà che stanno attraversando agricoltori e autotrasportatori, ci hanno spinto ad approfondire il tema e a mettere a confronto i risultati economici della società con l’andamento dei prezzi dei carburanti.
Eni, nel frattempo, registra utili in crescita del 70% nei primi nove mesi del 2026
Se da una parte intere categorie di lavoratori e cittadini sono messe in ginocchio da questi rincari vertiginosi, dall’altra nell’ultimo comunicato stampa, pubblicato da Eni lo scorso 23 ottobre (QUI), ci troviamo di fronte a dei risultati economici di questa compagnia da capogiro. Nei primi nove mesi del 2026, infatti, Eni ha registrato un utile netto rettificato (detto anche adjusted, ovvero, un indicatore economico che misura il profitto di un’azienda escludendo alcune componenti straordinarie o non ricorrenti che potrebbero alterare il confronto tra i risultati di periodi diversi) di 6,44 miliardi di euro, in crescita del 70% rispetto ai 3,79 miliardi dello stesso periodo del 2025. L’utile netto complessivo è stato, invece, pari a 7,59 miliardi di euro, con un incremento del 202% rispetto all’anno precedente. Anche l’utile operativo proforma rettificato ha registrato un incremento significativo, passando da 9,36 a 14,91 miliardi di euro, pari a una crescita del 59%. Particolarmente positivo il terzo trimestre, durante il quale l’utile netto rettificato ha raggiunto 2,8 miliardi di euro, più che raddoppiando rispetto al corrispondente periodo del 2025.

Raffinazione, margini incrementati del 167% nei primi nove mesi del 2026
Leggendo l’intero documento (“Eni: risultati del terzo trimestre e dei nove mesi 2026“), cui il comunicato stampa si riferisce, tra le attività che hanno contribuito maggiormente ai risultati del gruppo figura anche la raffinazione. Nel terzo trimestre 2026, questo comparto ha conseguito un EBIT proforma rettificato di 730 milioni di euro, beneficiando di uno scenario di mercato favorevole e di un maggiore utilizzo degli impianti.
Anche Enilive, società del gruppo attiva nella mobilità e nella bioraffinazione, ha registrato un risultato operativo proforma rettificato di 410 milioni di euro, in crescita dell’80% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. Si tratta di risultati che meritano attenzione nel dibattito sul caro carburanti, pur considerando che i profitti complessivi delle società energetiche derivano da molteplici attività e non possono essere direttamente ricondotti ai prezzi praticati ai distributori.
Dividendi e riacquisto di azioni: aumenta la remunerazione degli azionisti
Alla luce dei risultati conseguiti, Eni ha annunciato un rafforzamento della remunerazione degli azionisti. La società ha previsto un dividendo straordinario complessivo di 1,3 miliardi di euro e ha aumentato a 3,8 miliardi il programma di riacquisto di azioni proprie per il 2026, rispetto agli 1,5 miliardi inizialmente previsti. Parallelamente, il gruppo ha rivisto al rialzo la previsione del flusso di cassa rettificato per l’intero esercizio, portandola a 16,5 miliardi di euro.
“Gli eccellenti risultati conseguiti nel terzo trimestre – si legge testualmente nel comunicato stampa – derivano dalla forza del nostro modello operativo e dai selettivi investimenti nel nostro portafoglio ampiamente diversificato di asset competitivi. Grazie alla forza dei fondamentali, alle prospettive di crescita in continuo miglioramento e alla performance finanziaria storicamente solida, siamo ben posizionati per continuare ad assicurare ai nostri clienti forniture energetiche sostenibili, sicure e sempre più decarbonizzate“.
Due facce della stessa medaglia
La dicotomia che emerge da questo scenario, e che pone da una parte le difficoltà delle imprese agricole e dell’autotrasporto e dall’altra i risultati delle grandi società energetiche, non consente però da sola, di individuare delle responsabilità dirette nella formazione dei prezzi. Il costo finale del gasolio dipende, infatti, da diversi fattori: quotazioni internazionali dei prodotti petroliferi, costi di raffinazione e distribuzione, margini commerciali e imposizione fiscale.
Resta dunque irrisolta una questione economica rilevante, legata al fatto che le oscillazioni dei prezzi energetici non producono gli stessi effetti su tutti gli operatori della filiera. In particolare, per le aziende agricole, soprattutto quando i prezzi di vendita dei prodotti non crescono proporzionalmente ai costi di produzione, gli aumenti del carburante si traducono in una compressione pesantissima dei margini economici.
Pertanto, il dibattito sul caro gasolio non dovrebbe limitarsi agli interventi temporanei sulle accise o agli sconti commerciali, ma dovrebbe affrontare seriamente il tema di riuscire a tenere in piedi delle realtà redditizie anche quando si attraversano questi periodi di crisi a livello internazionale, come quello attuale innescato dalla guerra tra Stati Uniti e Iran.
In momenti come questo, è fondamentale anche ricordarsi che certe questioni non riguardano soltanto gli agricoltori e gli autotrasportatori, o il sistema agroalimentare, ma l’intera società.
Fonti: Eni – Il Sole 24 Ore – Internazionale
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