Che livelli di produzione di latte ha raggiunto la Frisona italiana durante la primavera 2025?
I mesi di aprile e maggio rivelano il vero potenziale della Frisona italiana e ci aiutano a comprendere come ottimizzare le performance della mandria e affrontare consapevolmente i fattori stagionali

Nell’ormai lontano 2015, Ruminantia e l’allora Ufficio Studi dell’Associazione Italiana Allevatori, elaborando i dati raccolti dai controlli funzionali, dimostrarono che le bovine di razza Frisona, a parità di giorni medi di lattazione, producevano più latte nei mesi di aprile e maggio rispetto a ottobre e novembre, e che questo comportamento era simile in tutto l’emisfero boreale.
Da allora sono passati undici anni e, nonostante le tante conoscenze che si sono accumulate, non siamo ancora arrivati ad una parità produttiva generale durante l’anno, se non in alcuni allevamenti.
Al di là di questo aspetto sicuramente interessante, focalizzare l’attenzione sulla produzione di questi due mesi primaverili, dove le temperature sono ideali e il fotoperiodo è positivo, aiuta a comprendere il reale potenziale produttivo di un determinato allevamento e, più in generale, della Frisona italiana. È un po’ come seguire lo sport individuale per osservare quali prestazioni può raggiungere un atleta nelle diverse discipline: in altre parole, si tratta di esplorare i limiti della specie umana. Questo significa che con un buon allenamento, una buona dieta e un’adeguata attrezzatura si possono superare livelli magari prima inimmaginabili, e questo vale anche per le bovine da latte.
Oltre a ciò, verificare il top produttivo, riproduttivo e sanitario nel corso di un periodo ideale permette all’allevatore di comprendere l’utilità economica di estendere una condizione ambientale e gestionale ideale per più mesi possibili durante l’anno. Se, ad esempio, si vuole adottare una nuova razione e un nuovo additivo, farlo nel periodo antecedente ad aprile-maggio darà sicuramente risultati superiori rispetto al farlo a fine estate, e questo può confondere le idee. Uno dei rischi più grandi per chi si occupa a vario di animali d’allevamento sono infatti le associazioni non causali, i fattori di confondimento, i bias cognitivi e le euristiche.
Adottare uno stile di lavoro basato sull’associare fatti non correlati e sul trarre conclusioni affrettate riguardo al rapporto causa-effetto delle scelte effettuate può offrire vantaggi solo apparenti e di breve termine, soprattutto quando non si attribuisce valore alla ricerca – anche quella sul campo – e all’aggiornamento professionale. Nel medio-lungo periodo, tuttavia, questo approccio porta a risultati negativi per ogni anello della filiera in cui si opera.
Per questo motivo, è fondamentale studiare attentamente i fenotipi, anche quelli minori, espressi dagli animali allevati, al fine di comprendere a fondo sia il singolo allevamento sia l’intera razza. Solo così è possibile ottenere performance individuali e collettive più facilmente prevedibili perchè i fenotipi, in particolare nei ruminanti da allevamento, sono fortemente influenzati da variabili come il fotoperiodo, l’indice THI (Temperature-Humidity Index), la genetica, la gestione, la nutrizione e la sanità. Comprendere il peso relativo di ciascuna di queste variabili consente di prevedere, con buona approssimazione, l’insorgenza di determinate patologie e le prestazioni produttive in modo da attribuire correttamente responsabilità e meriti e di evitare così di procedere a tentativi nelle scelte tecniche.
Sebbene i fenotipi raccolti nell’ambito dei controlli funzionali dell’Associazione Italiana Allevatori siano ancora troppo pochi rispetto alla complessità della selezione e della gestione delle bovine da latte, anche con i dati attualmente disponibili è possibile fare molto, soprattutto nel contesto del benchmarking, ossia nella definizione di valori di riferimento utili al confronto e al miglioramento continuo.
Come di consueto abbiamo chiesto ad ANAFIBJ, nelle persone di Maurizio Marusi e Gloria Manighetti, sotto la supervisione di Martino Cassandro, il supporto dei dati per dare a voi lettori informazioni oggettive con cui lavorare.
La produzione media della Frisona italiana nei mesi di aprile e maggio dal 2020 al 2025
Nella tabella uno si nota molto chiaramente che la produzione media individuale delle bovine di razza Frisona italiana nei mesi di aprile e maggio è, dagli anni 2020 al 2025, cresciuta di 2.3 kg di latte, ossia del 6.9%, una percentuale probabilmente superiore, anche se di poco, alla normale tendenza evolutiva genetica.
I giorni medi di lattazione, un parametro che non si può non considerare quando si deve valutare la produzione di latte, sono in questi due mesi dell’anno piuttosto lunghi (mediamente 192 nel periodo considerato) e il loro andamento non giustifica certo questo incremento produttivo. Nel 2020, infatti, erano 196 e nel 2025 193.9.

Tabella 1 – Produzione e giorni medi di lattazione della Frisona italiana nel mesi di aprile-maggio. Fonte: ANAFIBJ.
Percentuale di bovine di razza Frisona italiana con una produzione maggiore di 40 kg
Questo parametro è disponibile per tutti gli allevamenti di bovine da latte, e di qualsiasi razza ma con valori diversi, che partecipano al piano nazionale di selezione genetica ed è consultabile dopo ogni controllo funzionale nel Sintetico Collettivo.
Sappiamo da molto tempo che il livello produttivo al picco condiziona la produzione di tutta la lattazione. Ormai la massima produzione di latte si è spostata oltre gli 80 giorni e questo ha necessariamente messo in discussione il principio che è meglio fecondare le bovine prima possibile per avere gravidanze anticipate.
Nell’arco temporale compreso tra il 26/5 e il 26/6 2025, il picco produttivo della Frisona italiana è avvenuto a 93 giorni medi. Una bovina, una volta gravida, sposta le sue priorità metaboliche dalla mammella all’utero. Pertanto, ingravidare le bovine prima del picco produttivo può essere controproducente per la produttività sia individuale che collettiva.
Nel corso degli audit zootecnici negli allevamenti è importante conoscere come evolve mensilmente la percentuale di bovine con una produzione > 40 kg, soprattutto quando la produzione media non è soddisfacente. Se il latte manca nelle bovine fresche e non gravide (picco) si fanno determinati interventi, mentre se manca sulle gravide (persistenza) se ne fanno altri. Dalla tabella due si evidenzia come la percentuale di bovine di razza Frisona italiana con una produzione superiore ai 40 kg sia passata dal 14.5% del 2010 al 32.4% del 2025.

Tabella 2 – Soggetti di razza Frisona italiana con produzione > 40 kg di latte nei mesi di aprile e maggio. Fonte: ANAFIBJ.
Medie produttive raggiunte dalla Frisona italiana nei mesi di aprile e maggio
Nella tabella tre sono stati quantificati gli allevamenti di bovine di razza Frisona italiana soci di ANAFIBJ per quattro fasce produttive raggiunte nel corso dei controlli funzionali AIA nei mesi di aprile e di maggio degli ultimi 16 anni.
La fascia produttiva che è cresciuta di più è quella da 39 e 41 chilogrammi di latte, che è passata da 142 allevamenti nel 2010 (1.1%) a 758 nel 2025 (8.8% del totale degli allevamenti). La seconda fascia produttiva è quella compresa tra i 41.1 e i 43 kg di latte, dove troviamo nel 2025 432 aziende (4.9% del totale). Nella terza fascia, ossia quella con una produzione media procapite nei due mesi considerati > 44 kg, troviamo 259 stalle (2.9% del totale). La quarta e ultima fascia, ossia quella tra i 43.1 e 43.9 kg di latte, è quella che è rimasta più stabile nel tempo e annovera nel 2025 131 allevamenti (1.5% del totale).
In sintesi, nel 2010 il numero di allevamenti di Frisona italiana soci ANAFIBJ con una produzione media nei mesi di aprile e maggio maggiore di 39 kg erano 222, ossia l’1.75 % del totale. Nel 2025 il numero di queste aziende è arrivato a 1.580 (17.9 %).

Tabella 3 – Numero di aziende di razza Frisona italiana suddivise per fasce produttive (aprile-maggio). Fonte: ANAFIBJ.
Conclusioni
Studiare nei dettagli la produzione media procapite delle bovine da latte aiuta ad avere informazioni che la media annuale non riesce a dare, soprattutto se si deve intervenire. La media produttiva di aprile e maggio, se confrontata con quella di ottobre e novembre, permette di verificare se fattori di rischio come il fotoperiodo negativo e lo stress da caldo possono condizionare a breve, medio e lungo periodo molte delle prestazioni delle vacche da latte.
Le performance nei mesi più produttivi dell’anno aiutano a capire dove la mandria potrebbe arrivare se si riuscissero a rimuovere il più possibile specifici fattori di rischio individuali e collettivi che sono presenti in un determinato allevamento.
Se il tuo allevamento appartiene al gruppo di aziende che nel periodo aprile-maggio 2025 ha mantenuto la produzione costante rispetto a ottobre e novembre, e hai voglia di condividere con i tuoi colleghi le scelte che hai fatto, contatta la redazione di Ruminantia.



















































































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