Dalla piana alla Sila: la transumanza della podolica attraverso la Calabria

Tutela del paesaggio, salvaguardia della biodiversità e molto altro: l’esperienza dell’azienda Tosto Francesco racconta il valore della transumanza e dell’allevamento podolico nelle aree interne della Calabria. Un patrimonio culturale e zootecnico da preservare, tra sfide quotidiane e speranze per il futuro

podolica-calabria
10 Luglio, 2025

Nell’ampio dibattito che coinvolge gli allevamenti, portandoli su e giù in un vorticoso alternarsi di ruoli e responsabilità anche molto contrastanti, raccontare il mondo agro-zootecnico a coloro che ormai ne sono molto lontani, è importantissimo per provare a ricostruire quel legame basilare che è sempre esistito tra uomo, natura e cibo.

Troppo spesso dimentichiamo, infatti, che l’attività allevatoriale, oltre alla produzione di nutrimento nobile per l’alimentazione umana, possiede un valore inestimabile nella tutela e nella salvaguardia del territorio e della biodiversità. E proprio per questo, negli ultimi anni, si è cercato di mettere in evidenza, anche a livello istituzionale, le varie sfaccettature di questa attività, riconoscendo, ad esempio, il ruolo di “custodi” agli allevatori delle aree rurali e marginali che tutelano certi territori, e ne mantengono la biodiversità preservando l’esistenza di molte specie animali e vegetali.

Proprio in questo contesto di custodia sia del paesaggio che della biodiversità, si va ad inserire la nuova intervista che oggi vi proponiamo per questa rubrica. Siamo andati, infatti, a conoscere da vicino un’azienda in provincia di Crotone che, da tre generazioni, alleva bovini di razza podolica e pratica l’antica usanza della transumanza verticale. Ricordiamo che la transumanza, dal 2019, è stata inserita dall’UNESCO nella “Lista del Patrimonio Culturale Immateriale”. Ma di cosa si tratta esattamente? Essa viene definita come:  “un’antica pratica della pastorizia che consiste nella migrazione stagionale del bestiame; viene denominata orizzontale quando avviene tra regioni vicine pianeggianti, oppure verticale, tipica delle aree di montagna” (leggi QUI). Nel nostro Paese è praticata soprattutto tra Molise, Abruzzo, Puglia, Lazio, Campania, e al Nord tra Italia e Austria nell’Alto Adige, in Lombardia, Valle d’Aosta, Sardegna e Veneto. Ogni anno, in primavera e in autunno, i pastori organizzano lo spostamento di migliaia di animali lungo i tradizionali sentieri, chiamati “tratturi“. Si spostano a piedi o a cavallo, guidati dai loro cani e talvolta accompagnati dalle loro famiglie. Per praticare la transumanza bisogna avere una profonda conoscenza dell’ambiente, delle risorse naturali e dei propri animali. Attorno alla transumanza, inoltre, si è creato nel tempo un intero sistema socioeconomico: dalla gastronomia, all’artigianato locale, alle festività, tutte attività che rafforzano l’identità culturale e i legami tra famiglie, comunità e territori.

Le comunità che vivono lungo i percorsi della transumanza svolgono, infatti, un ruolo importantissimo nella sua trasmissione, ad esempio, celebrando gli attraversamenti delle mandrie con l’organizzazione di festival ed eventi, come è recentemente accaduto con la manifestazione “Transumando“, organizzata dal GAL Sila, in occasione del passaggio degli animali (approfondisci QUI).

Proprio a questa manifestazione ha preso parte, con i suoi bovini di razza podolica, anche Francesco, titolare dell’Azienda Agricola Francesco Tosto, al quale abbiamo chiesto di raccontarci come si svolge questo viaggio, che affonda le sue radici nell’antica cultura di questi territori.

L’azienda Tosto è un’azienda storica per la realtà della podolica, tanto che ha contribuito alla costituzione del Libro genealogico della razza, fondato da Anabic, l’Associazione Nazionale Allevatori Bovini Italiani da Carne, nel 1988, anno in cui si tenne la prima “Mostra nazionale del bovino iscritto al libro genealogico della razza Podolica”. Francesco, nato e cresciuto tra questi animali, ha scelto, inizialmente, un percorso diverso per se stesso, studiando ed avviando una attività propria come odontotecnico. Quando poi però, quando quindici anni fa, suo papà non riusciva più a gestire da solo l’allevamento, si è trovato di fronte ad una scelta importante, e la sua innata passione per questo mestiere secolare ha avuto la meglio.

Ma cosa significa per Francesco essere un allevatore di podolica?

«Nostro nonno ci ha “sposato” con questa attività sin dai primi istanti in cui ci ha spiegato come andassero fatte le cose e ci ha portato con sé in mezzo agli animali. Sono cose che si tramandano di generazione in generazione, non credo sia possibile iniziare dal nulla ad allevare certe razze, perché per farlo è necessario un sapere che viene trasmesso nel tempo con racconti di storie vissute e si impara esclusivamente sul campo, è difficile acquisirlo in altri modi. Questo è anche il motivo per cui temo per il futuro della razza, perché non so quanti dei nostri figli saranno disposti a proseguire questa attività».

I motivi della scelta

La testimonianza di Francesco prosegue spiegando i motivi legati alla scelta della razza podolica e le sue caratteristiche: «alleviamo podolica da sempre perché siamo nella culla di questa razza. Quasi l’80% degli allevamenti di podolica si trova in Calabria, ed in particolare nelle colline della provincia di Crotone, dove evidentemente ha trovato il suo habitat naturale e svolge un prezioso ruolo di mantenimento del paesaggio, con funzioni estremamente importanti sull’intero ecosistema come, ad esempio, il controllo sugli incendi. È una razza estremamente intelligente che si adatta benissimo alle aree marginali, e ai terreni più poveri. La sua alimentazione si basa quasi esclusivamente sul pascolo, a cui viene data una piccola integrazione di fieno».

Cosa significa gestire un allevamento di podolica?

«Innanzitutto, è un lavoro molto lungo in termini di selezione, che si basa su una accurata scelta dei riproduttori, maschi e femmine. Noi siamo molto attenti a questo aspetto, e ci dedichiamo esclusivamente alla vendita di animali da vita. Un tempo trasformavamo anche il latte, per fare il pregiatissimo caciocavallo di razza podolica, ma solo mio padre era in grado di fare questa lavorazione. Ora che lui non è più operativo, purtroppo, questa pratica l’abbiamo abbandonata. Partecipiamo, però, attivamente all’attività di selezione genetica, sottoponendo gli animali ai controlli funzionali dell’Associazione Regionale Allevatori, oltre che ai classici controlli previsti dal Sistema Sanitario Nazionale. Per il resto gli animali sono assolutamente liberi e non vengono maneggiati, se non per ricevere cure o assistenza in caso di malessere».

Quale è il problema principale che si riscontra negli allevamenti allo stato brado come i vostri?

«Sicuramente il problema principale sono i grandi predatori. Noi abbiamo circa 200 ettari di terreno ed è difficilissimo mantenere il controllo su tutto. Ci avvaliamo dei cani da guardiania, ma a volte non sono sufficienti a salvaguardare la mandria, così come talvolta non bastano le recinzioni. L’altro aspetto fondamentale è la gestione dei pascoli, che quando inizia il caldo vengono a mancare e, per animali che si nutrono quasi esclusivamente di questi, il problema è di dimensioni importanti».

Dunque, con la stagione calda, si rende necessaria la ricerca di nuovi pascoli e si parte, in transumanza, verso il massiccio della Sila.

«Proprio così! Quando, nel mese di giugno, inizia a mancare il pascolo noi ci spostiamo in Sila. Percorriamo i tratturi in circa 2 giorni e mezzo per una distanza indicativa di 120 km. Passiamo dal livello mare a circa 1800 mt, da una temperatura di 35-36°C a una temperatura media di 20 °C. Gli animali hanno un incredibile sollievo da questo spostamento, Attualmente siamo  in quattro o cinque persone ad accompagnare la mandria, divisi in due gruppi, soprattutto per garantire la sicurezza di persone e bestiame quando si passa sulle strade statali. Ai tempi di mio nonno si caricavano i muli con tutto ciò che si poteva, e si partiva senza fare ritorno per almeno cinque mesi: addirittura si portavano le fotografie dei familiari,  salumi e formaggi stagionati, vestiti e coperte. Ogni punto di passaggio o di  svolta nel percorso racchiudeva un aneddoto di vita vissuta…zone dove, a causa della neve alta, gli animali non erano riusciti a passare; punti strategici del cammino dove la strada si stringeva e si potevano ricontare gli animali per essere sicuri che ci fossero tutti. Oggi qualcuno va a piedi e qualcuno segue con la macchina.

Chi va avanti prepara il pranzo o la cena, ed è proprio quello serale il momento più bello in cui si fa un po’ il resoconto della giornata, ci si confronta su episodi che hanno interessato i singoli animali, sull’andamento della mandria. Considerate che c’è sempre “una regina“, ovvero la vacca che guida la fila, e che porta la campana più grande generalmente. Questa sarà sostituita da una giovane quando, con il passare degli anni, inizierà a rallentare, e anche sulla scelta di colei che prenderà il suo posto, è necessaria esperienza e una cauta e accurata osservazione delle dinamiche della mandria. Perché chi conosce un po’ i bovini sa bene che sono molto gerarchici, pertanto, bisogna individuare correttamente i leader del gruppo. Una volta arrivati abbiamo i nostri pascoli recintati, alcuni di proprietà altri in affidamento, e restano almeno due persone a sorvegliare la mandria  per tutto il periodo. Sono in tutto circa 5 mesi, e generalmente per l’8 dicembre tutti riscendono in basso».

Quali prospettive ci sono, secondo te, per questo settore e queste tradizioni?

«Come accennavo all’inizio, sul futuro ho grandi perplessità perché non vedo giovani incentivati a portare avanti queste tradizioni. Ci sono, però, dei progetti in via di sviluppo per la valorizzazione e trasformazione della carne di podolica e questo potrebbe rendere questa nicchia più appetibile, fuoriuscendo dalle difficoltà che le importazioni di carni estere hanno generato. Se vogliamo che queste razze abbiano un futuro dobbiamo puntare tutto su trasformazione e vendita di queste carni e a livello di governo deve essere fatta un’azione concreta per la loro valorizzazione. Noi siamo anche certificati biologici, perché crediamo in questo metodo rispettoso di fare agricoltura e zootecnia, ma nemmeno di questo c’è riscontro su mercato, non c’è valore aggiunto. Noi vogliamo differenziarci e valorizzare il prodotto, anche per seguire le indicazioni dell’Unione Europea ma il percorso è molto in salita, comunque non ci arrendiamo. E nel frattempo il grande investimento fatto sulla genetica, rappresenta, al momento, il nostro cavallo di battaglia!»

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Da leggere - Luglio 2026

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