Il caseificio della Dozza torna operativo: lavoro e formazione per i detenuti

Riapre l’impianto interno al carcere bolognese con la produzione di caciotte. Filiera Granarolo, formazione strutturata e accordi con la GDO, per un progetto che punta al reinserimento professionale

Inaugurazione_caseificio_Dozza
22 Aprile, 2026

A Bologna, nella Casa circondariale Rocco D’Amato, conosciuta come la Dozza, è tornato operativo il caseificio interno. L’inaugurazione, avvenuta lunedì 20 aprile, segna la ripartenza di una struttura che negli anni scorsi lavorava paste filate e che oggi è stata riconvertita alla produzione di caciotte, con l’obiettivo di costruire percorsi di formazione e lavoro per i detenuti.

Alla cerimonia hanno preso parte il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Marina Elvira Calderone, il Cardinale Matteo Zuppi, il Sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari, il Presidente della Regione Emilia-Romagna Michele De Pascale e il Sindaco Matteo Lepore, insieme alla direttrice del carcere Rosa Alba Casella, al presidente di Fare Impresa in Dozza Maurizio Marchesini e al presidente di Granarolo S.p.A. Gianpiero Calzolari.

Il progetto nasce dalla collaborazione tra Granarolo e Fare Impresa in Dozza, inserendosi in una linea già consolidata di iniziative orientate alla creazione di occupazione stabile negli istituti penitenziari. Il latte, conferito dalla cooperativa Granlatte, viene pastorizzato nello stabilimento Granarolo di via Cadriano e successivamente lavorato nel caseificio del carcere. Qui i detenuti operano affiancati da tecnici e maestri casari dell’azienda, con contratti regolari e un’organizzazione del lavoro assimilabile a quella di un impianto produttivo esterno.

La scelta della caciotta non è casuale. Rispetto alla mozzarella consente una gestione più flessibile dei tempi grazie a una shelf life più lunga e introduce una componente tecnica legata alla maturazione. Si tratta di un prodotto che richiede continuità operativa, attenzione e competenze che si costruiscono nel tempo, elementi coerenti con un progetto orientato a detenzioni medio-lunghe e alla formazione di professionalità spendibili all’uscita dal carcere.

Accanto alla produzione, il caseificio si configura come ambiente formativo strutturato. La formazione, realizzata con Cefal, è stata affiancata dall’attività di tutor volontari coordinati dall’associazione Avoc, che riunisce ex professionisti del settore lattiero-caseario, tecnici e figure provenienti da ambiti diversi. Ne deriva un modello operativo che integra formazione tecnica, affiancamento quotidiano e inserimento progressivo nel lavoro.

Dal punto di vista industriale, il progetto si appoggia fin dall’avvio a una rete distributiva definita. Le caciotte prodotte sono destinate ai canali di Coop Alleanza 3.0 e Camst Group, oltre agli spacci aziendali Granarolo. Un elemento che sposta l’iniziativa da una dimensione simbolica a una filiera reale, in cui il prodotto entra nel mercato confrontandosi con parametri di qualità, continuità e prezzo.

Le prime sperimentazioni produttive risalgono al 2025, mentre tra marzo e aprile 2026 sono partite le assunzioni e le produzioni destinate alla vendita. Il caseificio coinvolge attualmente un primo nucleo di detenuti, con un’impostazione pensata per essere progressivamente ampliata. Resta centrale il nodo del “dopo”, ovvero la capacità di trasformare l’esperienza maturata in carcere in occupazione stabile una volta terminata la pena.

In questo quadro, il caseificio della Dozza si inserisce nel sistema delle attività produttive in carcere, dove il lavoro non rappresenta solo uno strumento trattamentale ma una leva concreta per la riduzione della recidiva. La presenza di un partner industriale strutturato e di una rete commerciale attiva introduce elementi di continuità economica e riconoscimento professionale, trasformando la formazione in produzione reale.

Autore: Roberta Terrigno

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