Il lato più oscuro delle fake news
La bugia, un tempo considerata un grave peccato sociale e morale, è oggi spesso banalizzata e strumentalizzata, soprattutto in ambito politico e mediatico

Una volta, invece di dire fake news, utilizzavamo la parola bugia, che era considerata un comportamento esecrabile, tale da portare a una più o meno grave esclusione sociale e, per i giovani, a sonore punizioni. C’è sempre stato, comunque, chi con bugie e menzogne si è fatto spazio nella società e negli affari.
Tutti conosciamo il rito della dichiarazione di impegno del testimone in un processo, che recita: «Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione, mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza». Giurare il falso è un comportamento sanzionabile anche in maniera esemplare, perché è un reato.
In realtà, il termine “una volta” utilizzato nell’incipit di questo articolo è impreciso, perché per buona parte della cosiddetta maggioranza silenziosa dire bugie è ancora considerato un comportamento molto grave. Per arrivare a questa rigidità, l’uomo ha dovuto, nei millenni, classificare la bugia come un comportamento gravissimo, perché sovversivo dell’ordine sociale e delle relazioni tra gli uomini.
Anche per la religione cattolica la bugia è considerata un peccato grave, che viola addirittura l’ottavo comandamento.
Negli ultimi anni, dire bugie non è più considerato un peccato grave, ma un comportamento normale, probabilmente sdoganato dalla politica che non lo vede più come un tabù inviolabile ma, anzi, come un formidabile strumento per ottenere consenso. Forse siamo arrivati a inserirlo nella sempre più lunga lista del politicamente corretto. Basti pensare che, in certi ambiti, ricevere un avviso di garanzia è considerato persino prestigioso.
Siamo ormai assuefatti a sentire politici, anche di alto rango, contraddirsi e negare di aver fatto determinate affermazioni, pur se queste sono state registrate e possono essere riascoltate in qualsiasi momento da chiunque. Anche il negare l’evidenza è diventato un vezzo, ma non per la maggioranza silenziosa.
La bugia, da vile atto di umiliazione della verità, è diventata anche uno strumento privilegiato per diffamare una persona o travisare la realtà. Il tentacolare e corposo movimento di pensiero negazionista-revisionista-complottista ha tra le sue armi più efficaci l’uso disinvolto delle menzogne, che va di pari passo con la delegittimazione della figura dell’esperto, da sempre guida e mentore delle civiltà umane.
Nella speranza di ritrovare (non semplicemente trovare) un giorno un anticorpo contro le bugie, che oggi si chiamano più elegantemente fake news, è importante, come farebbe qualsiasi immunologo, studiare bene l’antigene nei suoi più intimi dettagli.
Un ottimo spunto di riflessione ci è stato offerto dalla lettura, nel numero di aprile 2025 di Mind, sia dell’editoriale del direttore Marco Cattaneo, dal titolo “Come le bugie diventano realtà”, sia dall’articolo “Fake news e falsi ricordi” di Aglaé Navarre, André Didierjean e Cyril Thomas. Questi due articoli, molto ben argomentati (che potete scaricare e leggere cliccando qui), risultano inquietanti soprattutto per chi crede nell’inalienabilità del diritto alla verità.
Quando una fake news diventa addirittura un ricordo personale o entra nella memoria collettiva, significa che quel confine netto tra vero e falso è stato infranto e che la contaminazione della coscienza si è estesa. Il diffuso benessere sociale e le tante sicurezze di cui oggi possiamo godere li dobbiamo al rigore del metodo scientifico e alle regole sociali che la cultura umanistica ha stratificato su ogni individuo e su ogni comunità umana.
Ma chi può salvarci? Al momento, non ci sono pillole da ingoiare o vaccini da inoculare. Sia i motori di ricerca sia le chatbot come quelle di OpenAI cercano le informazioni sulla rete, ma i criteri di selezione per apparire nella SERP di Google o nella risposta confezionata su misura di ChatGPT non seguono sempre rigorosamente il criterio della verità, e tanto meno lo fanno i contenuti che circolano sui social.
Sono ormai tanti gli ambiti della conoscenza in cui anche geni del passato come Leonardo da Vinci o Pico della Mirandola apparirebbero oggi come mediocri tuttologi, motivo per cui è necessario abbandonare questo modello e abbracciarne altri. Due garanzie di qualità delle informazioni erano l’intermediazione giornalistica e il metodo scientifico.
I giornalisti di alto livello, pur consci che essere esperti di tutto è impossibile, utilizzavano un metodo per selezionare e filtrare le notizie prima di diffonderle a un pubblico, sia esso generico o specialistico. Per fare questo serviva rigore, e questa inflessibilità era richiesta e premiata dagli editori più importanti. Essere giornalisti e scrivere per testate di rilievo era quindi una garanzia di qualità. Sia la testata sia il giornalista erano incentivati, per ragioni edonistiche ed economiche, a diventare famosi e ad acquisire sul campo il titolo “di chiara fama”, conferito dal popolo sovrano e dai cosiddetti addetti ai lavori.
Oggi questo non è più assoluto, perché i media, soprattutto digitali, hanno dato a chiunque la possibilità di esprimere la propria opinione, sia essa colta o puramente di fantasia. Oggi, per essere classificato come influencer, non è necessario essere molto competenti su un determinato aspetto dello scibile umano. Tuttavia, con un pò di attenzione, cultura personale e spirito critico, i “di chiara fama” si possono ancora individuare nella giungla della formazione e dell’informazione, e seguirli.
Per quanto riguarda la comunità scientifica, la situazione è più semplice, ma ciò che è mancato è l’insegnamento, alla gente comune, di cosa sia il metodo scientifico, quali regole segua e quali siano le fragilità della conoscenza. Dire “non lo so” rappresenta oggi il più alto livello di sapere conosciuto.
Sconfiggere le bugie, anche dette menzogne o fake news, sembra un compito arduo, quasi donchisciottesco, ma associare la cultura professionale con quella umanistica può essere l’unico vero antidoto alla tossicità delle menzogne. Anche perché pensare che dei censori possano neutralizzare d’ufficio le notizie false significherebbe rinunciare alla libertà di stampa e di espressione. La storia ci ha insegnato che essere consapevoli di un problema è l’unica strada per risolverlo.
Per dare un ulteriore contributo a questo argomento, il gruppo di lavoro n. 3, “La disinformazione lede il diritto alla verità e i nostri interessi”, nato come seguito del II Symposium di Ruminantia del 13 marzo 2025, sta elaborando concrete proposte culturali e operative su questo tema.



















































































GDPR Compliant