La polarizzazione e la disinformazione

Il digitale ha rivoluzionato l’accesso alle informazioni, ma ha anche favorito polarizzazione, disinformazione ed echo chambers, minacciando la qualità del dibattito pubblico e la coesione sociale. Il rapporto EURISPES invita a investire in alfabetizzazione digitale e cultura umanistica, per formare cittadini capaci di orientarsi in un ecosistema sempre più complesso

social- giovani
1 Settembre, 2025

E’ stato recentemente pubblicato da EURISPES (Istituto di Studi Politici, Economici e Sociali) un report dal titolo “Il rapporto delle persone con il digitale: luci ed ombre di un fenomeno sociale”. Si tratta di un documento zeppo d’informazioni interessanti e di alta qualità che ci aiuta a capire come la nostra società abbia un complesso rapporto con l’ecosistema digitale nel quale tutti noi, volenti o nolenti, siamo immersi e che condiziona il flusso d’informazioni e come la gente, nelle varie fasce d’età, elabora le proprie opinioni e assume comportamenti e posizioni. I motori di ricerca, l’intelligenza artificiale e i numerosi algoritmi che mediano il rapporto tra le informazioni e gli utenti hanno parzialmente soppiantato l’intermediazione giornalistica, che è però ancora presente nei media analogici come la Tv e la carta stampata e i media digitali di qualità.

L’ingresso di queste tecnologie ha portato innumerevoli vantaggi, ma molti sono i rischi che spesso si fatica a comprendere. Il rapporto delle persone con il digitale è un argomento troppo generico e fallace perché sono le fasce d’età più che il livello d’istruzione a fare la differenza. I nativi digitali, che in parte coincidono con la generazione Z, sono quegli individui nati quando erano disponibili i PC, le interfacce grafiche (1983), i sistemi operativi a finestre (1993) e motori di ricerca come Google (1998). Queste persone non sono necessariamente più abili dei cosiddetti “immigrati digitali”, ossia quelli nati nella precedente era analogica, ma hanno una struttura mentale plasmata e condizionata dall’ecosistema digitale.

Merita riportare tal qual e senza sostanziali correzioni ciò che è scritto nel paragrafo del documento di sintesi del rapporto EURISPES e che dà il titolo a questo editoriale.

“Tra le conseguenze più insidiose dell’ambiente digitale contemporaneo c’è la crescente esposizione della popolazione a fenomeni di polarizzazione ideologica e disinformazione sistemica. In particolare, il ruolo degli algoritmi di personalizzazione e delle logiche di “engagement” sta progressivamente sostituendo la tradizionale mediazione giornalistica con una disintermediazione radicale, che privilegia contenuti emotivamente coinvolgenti, in linea con le convinzioni pregresse dell’utente e capaci di generare reazioni immediate. Si chiamano echo chambers: spazi dove leggiamo e ascoltiamo solo chi la pensa come noi. Senza contraddittorio, il risultato è un progressivo restringimento dell’orizzonte informativo individuale. L’esposizione costante a narrazioni parziali, distorte o volutamente ingannevoli mina la fiducia nelle Istituzioni, nei media tradizionali e nella scienza, creando un clima di sospetto, cinismo e confusione. La polarizzazione digitale non solo danneggia la qualità del dibattito pubblico, ma ha anche un impatto negativo sulla coesione sociale, accentuando le divisioni ideologiche, generazionali e culturali all’interno della società italiana. Per questo, servono percorsi educativi di alfabetizzazione digitale fin dalla scuola, che insegnino ai più giovani – ma anche agli adulti – a orientarsi tra le informazioni, a porsi domande, a confrontarsi con le opinioni diverse dalle proprie”.

Le conseguenze o, meglio, la sintomatologia, della polarizzazione ideologica nel confronto tra diverse opinioni e la disinformazione sta dando una forma nuova ai rapporti sociali e a quelli tra la politica e i cittadini. L’ambiente digitale fatto di motori di ricerca tradizionali, di social media, algoritmi e IA non è assolutamente un male in sé. Il male è che in questo nuovo modo di rapportarsi tra individui e tra gli individui e il mondo, gli Stati e le strutture sovranazionale non devono stancarsi a educare la gente, anzi devono iniziare a fare iniezioni di cultura umanistica, di storia e di conoscenza scientifica utilizzando però non il linguaggio dei migranti digitali ma quello dei nativi digitali e delle successive generazioni.

La popolazione italiana sta invecchiando e molto rapidamente. Basti pensare che gli over 65 sono ormai il 23% della popolazione, ossia circa 14 milioni di persone che detengono il 40% della ricchezza del nostro Paese. Questo contrasta molto con la situazione dei giovani fatta di precarietà e basso reddito. Questa diseguaglianza sociale e culturale dei nativi e dei migranti digitali, unita alla propensione a rifugiarsi nelle echo chambers, che ha antichissime radici, non fa bene alla coesione sociale e quindi al futuro di tutti noi.

Non è demonizzando il digitale o accusando gli smartphone di essere la causa di ogni male che si risolvono i problemi. La storia ci insegna che ogni qual volta si è fatto ricorso ai capri espiatori la vera natura umana ha dato il peggio di sé. Pertanto, il nuovo che tumultuosamente avanza nel contesto digitale non deve spaventare nessuna fascia d’età ma va compreso fino in fondo e gestito.

Per i giovani la scuola è il luogo dove acquisire la consapevolezza di questi strumenti e gli insegnati hanno il dovere di aggiornarsi non tanto nei contenuti ma sul modo che i giovani hanno di ragionare e di rapportarsi con il mondo esterno. Espressioni “come siamo nel tempo della memoria del pesce rosso” oppure che i testi e i video devo essere più brevi possibili per catturare l’interesse e l’attenzione, sono semplificazioni utili solo a non volere capire come la tecnologia stia modificando l’apprendimento e il flusso di informazioni nella testa delle persone.

Ad onor del vero quello che si nota è una generale perdita di attenzione soprattutto all’esterno delle echo camber e questo è un fenomeno tecnico e culturale che richiede studi e soluzioni. Una delle soluzioni maestre per aiutare sia i nativi che i migranti digitali a non perdere il rapporto con l’approfondimento, sia tecnico-scientifico che umanistico, è la lettura dei libri scritti da esseri umani dove gli argomenti vengono certosinamente dettagliati facendo anche leva sul coinvolgimento emotivo del lettore, perché lo scrivere bene è anche arte e l’arte genera un fascino emotivo ineguagliabile.

Una mente settata a seguire i post e i video dei social all’inizio fa molta fatica ma l’allenamento fisico e mentale da spesso risultati inaspettati, direi spiazzanti. I libri, tanto temuti dalle dittature al punto di essere bruciati come le streghe, hanno accompagnato l’uomo fin dai suoi esordi e sono probabilmente l’antidoto non per combattere il progresso tecnologico ma per comprenderlo e quindi gestirlo.

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