L’utilizzo dei Fitoterapici ad azione antinfiammatoria per il controllo dello stress da caldo nelle BLAP
Fitoterapici naturali per mitigare lo stress da caldo e migliorare la resa

Si ripresenta puntuale e ogni anno è fonte di criticità nell’allevamento: lo stress da caldo.
E’ noto che condizioni ambientali anomale attivano meccanismi che modificano la termoregolazione.

Durante questo periodo, l’Indice di Temperatura e Umidità (THI) permette di stimare lo stato di malessere a cui sono soggetti gli animali in condizioni di alta temperatura ed elevata umidità dell’aria.
Nelle vacche da latte, le condizioni termoigrometriche elevate possono essere particolarmente dannose per le influenze negative sia sull’attività produttiva che sulle performance riproduttive.
Con queste condizioni, una buona parte dell’energia derivante dagli alimenti viene utilizzata per mantenere costante la temperatura corporea e non viene quindi destinata alle altre attività (produzione di latte, accrescimento, gravidanza, ingrassamento, ecc.).
Molti sono i fattori che nel bestiame possono influenzare il tasso di tolleranza allo stress da caldo. Tra i più importanti si ricordano:
- A livello ambientale: temperatura dell’aria, umidità relativa, radiazione solare, velocità del vento.
- Nell’animale: razza, colore, spessore e lunghezza del mantello, età e numero di lattazioni, tipo di razione, capacità produttiva.
L’abbassamento della temperatura corporea (termolisi) può essere ottenuto attraverso interventi ambientali come l’ombreggiamento, la ventilazione, l’evaporazione forzata, la doccia o il bagno. In alternativa, può avvenire tramite meccanismi fisiologici e metabolici: l’eliminazione diretta di latte, feci e urina, oppure l’aumento dell’attività respiratoria (da 25 fino a 60 atti al minuto) per effetto di iperventilazione e tachipnea.
A questi si associano:
- un incremento della frequenza cardiaca (da 55 a 65 battiti al minuto),
- una marcata vasodilatazione cutanea (iperemia epidermica fino a 50 volte superiore al normale),
- l’attivazione dell’attività sudoripara con aumento della perdita di acqua attraverso la pelle (sudorazione ed evaporazione),
- e una conseguente riduzione della quota di sangue circolante.
Quando le bovine non riescono più a compensare perifericamente l’aumento della temperatura corporea (stress da caldo), interviene una compensazione metabolica, in cui l’equilibrio del bilancio termico viene mantenuto attraverso l’attivazione di meccanismi che riducono la produzione interna di calore. I principali sono:
- Inibizione dell’appetito mediata dalla leptina e dal GTF (Glucose Tolerance Factor), con conseguente riduzione dell’ingestione di sostanza secca e aumento del bilancio energetico negativo (NEB).
- Aumento dell’ingestione di acqua, che diluisce ulteriormente l’ingestione di sostanza secca ma consente una maggiore disponibilità idrica per la termolisi metabolica indiretta periferica.
Nelle bovine da latte ad alta produzione (BLAP), le principali conseguenze pratiche includono:
- Aumento del consumo d’acqua
- Calo dell’appetito e ridotta ingestione di sostanza secca
- Riduzione della produzione lattea
- Peggioramento dei parametri del latte: calo di grasso, proteine e lattosio
- Ipoglicemia, con riflessi negativi sulla fertilità
- Lipomobilizzazione e dimagrimento, con rischio di chetosi e steatosi epatica
Non va trascurata inoltre la diminuzione del contenuto di grasso (fino al 10–13%) e proteine (10–15%) nel latte, associata a un aumento delle cellule somatiche, che riflette un peggioramento dello stato di stress sistemico.
Le azioni opportune da intraprendere vanno ad agire sul management e sull’ambiente, intervenendo su microclima, ombreggiatura e ventilazione con l’obbiettivo di abbassare il THI. Nel dettaglio:
- riducendo l’interazione sociale nella mandria e, ove possibile, separando in gruppi manze, soggetti più timidi e/o deboli (infermeria, ecc.);
- migliorando la fonte di abbeverata sia qualitativamente (acqua con durezza il più bassa possibile), sia quantitativamente (fare meno file per bere);
- migliorando ove possibile l’ombreggiamento (anche con l’uso di reti ombreggianti);
- applicando ventilatori (meglio i ventilatori a soffitto) in corrispondenza di mangiatoie e luoghi di riposo degli animali (es. qualità delle cuccette, ecc.)
- nebulizzando (attenzione a non bagnare) con acqua micronizzata, ove possibile, gli animali in stalle aperte (mai chiuse con rischio di effetto condensa e di polmoniti)
- bagnando i piedi degli animali se possibile, con acqua fresca (es. in vicinanza di risaie dove l’acqua può essere riciclata, ecc.)
Per quanto riguarda la razione:
- Continua disponibilità degli alimenti (se possibile fare più carri)
- Somministrare alimenti “freschi” nei momenti “giusti” (es. la sera, di notte o all’alba, ecc.). Mai prodotti fermentati (unifeed caldo!!) che oltre ad inibire l’appetenza, alterano anche il pH (eventualmente correggere aggiungendo un antibatterico-neoglucogenico come il sodio propionato non il propionato di calcio).
- Concentrare il più possibile la razione abbassando il rapporto concentrati/foraggi privilegiando l’impiego di concentrati ricchi di pectine (es. polpe di bietola), per evitare rischi di A.R.A. (Sub Acute Ruminal Acidosis).
- Impiegare fonti alternative energetiche a base di grassi e proteine by-pass, impiegare stimolanti energetici come i glucogenici a base di glicole propilenico, glicerolo, ecc. ed utilizzo contemporaneo o alternativo di antinfiammatori fitoterapici totalmente naturali.
Dal punto di vista terminologico, limitatamente all’Europa, solo da pochi anni – e in modo circoscritto alla Gran Bretagna – esiste una categoria professionale istituzionalizzata di fitoterapeuti, con un percorso universitario specifico distinto da quello della biomedicina e con protezione legale del titolo. Negli altri Stati membri dell’UE, il termine fitoterapeuta non ha valore legale e la fitoterapia non è riconosciuta come branca della medicina convenzionale.
L’impiego di estratti di piante aromatiche officinali nell’allevamento intensivo può comunque essere considerato un approccio terapeutico rientrante in un ramo della fitoterapia che utilizza erbe e piante “aperitivo-officinali” come fonte di sostanze immunostimolanti e/o medicamentose. Queste piante vanno considerate veri e propri produttori e contenitori dinamici di composti chimici (Firenzuoli, 2009).
Un uso corretto degli additivi fitogenici parte dall’impiego di una terminologia precisa. È importante distinguere tra oli essenziali, oli funzionali, prodotti botanici e fitogenici, evitando confusione semantica.
Negli ultimi anni, sul mercato degli additivi per mangimi sono comparsi numerosi prodotti di origine vegetale, proposti come alternative agli antibiotici, il cui utilizzo è stato fortemente limitato dalla normativa. Tuttavia, la varietà di termini impiegati per descrivere questi prodotti ha generato confusione, poiché molti di essi non sono sinonimi, e un uso improprio della nomenclatura può portare a errate interpretazioni delle caratteristiche del prodotto.
Il mercato degli additivi per mangimi dovrebbe trattare questi composti con la stessa attenzione riservata ai farmaci convenzionali, richiedendo composizione, attività e controllo di qualità. Per questo, è essenziale definire con chiarezza ogni categoria di prodotto.
Attualmente, questi additivi possono essere utilizzati solo se ne viene dichiarata la composizione. Va però evidenziato che le autorità di controllo europee, non essendo in grado di distinguerli analiticamente dai composti naturali, li stanno collocando in una zona grigia di legalità, rendendo il loro impiego sempre più delicato e soggetto a controlli.
Gli oli essenziali
Gli oli essenziali sono sostanze volatili fortemente odoranti, contenute principalmente nella frazione lipidica delle piante. Si concentrano soprattutto in fiori, foglie, cortecce, radici e frutti.
La loro estrazione avviene prevalentemente tramite distillazione in corrente di vapore: il vapore attraversa la matrice vegetale, solubilizzando le sostanze volatili, che vengono poi condensate e separate per decantazione. Una volta raffreddato il distillato, si ottiene la separazione dell’olio essenziale dall’acqua aromatica (idrolato).
Nel caso specifico dei frutti del genere Citrus, la tecnica più utilizzata è la spremitura a freddo dell’epicarpo, seguita da centrifugazione, metodo che permette di conservare le componenti termolabili.
Va precisato che le sostanze aromatiche ottenute mediante estrazione con solventi organici (esano, etanolo, ecc.) non vengono considerate veri oli essenziali, ma sono classificate come resinoidi o preparazioni farmaceutiche a tutti gli effetti, data la presenza di residui solventi e la differente composizione.
Gli oli essenziali naturali
Sono contenuti in strutture specifiche all’interno di vari organi della pianta.
Oli funzionali

(J.Torrent – 2022 – 3tre3)
Tutti gli oli essenziali rientrano nella categoria degli oli funzionali, ma non tutti gli oli funzionali possono essere considerati oli essenziali. Questo perché molti oli funzionali non sono volatili, non sono aromatici e sono privi di profumo. Esempi tipici sono:
- l’olio di ricino
- l’olio di guscio di anacardi
- gli acidi grassi a catena media (MCFA)
Questi composti, pur essendo idrofobici, non sono volatili e non contengono molecole odorose, e non possono quindi essere classificati come oli essenziali.
Inoltre, non tutti gli oli funzionali sono oli nel senso chimico del termine. Ad esempio:
- l’olio di ricino e gli MCFA sono trigliceridi o acidi grassi liberi,
- l’olio di guscio di anacardi è invece una miscela complessa di alchilfenoli e loro polimeri.
Questa varietà compositiva rende evidente quanto il termine “olio funzionale” racchiuda un’ampia gamma di composti chimicamente eterogenei.
La distribuzione degli oli essenziali nelle piante è organospecifica: in alcune specie solo determinati organi vegetali ne sono ricchi, in altre tutti gli organi contengono quantità significative. Inoltre, la composizione chimica può variare tra organi diversi della stessa pianta, come nel caso dell’anacardo.
Tra le strutture vegetali comunemente utilizzate per l’estrazione degli oli essenziali si includono:
foglie, fiori, petali, corteccia, semi, pericarpi e radici.
Oggi, sul mercato sono disponibili anche oli essenziali di sintesi, ottenuti per via industriale. Sebbene presentino proprietà simili agli oli naturali, non sono identici nella composizione e possono manifestare effetti collaterali paragonabili a quelli degli antibiotici convenzionali.
Un esempio emblematico è l’olio di origano, che può contenere tra il 50% e l’80% di carvacrolo, a seconda della varietà botanica. Questa molecola può anche essere prodotta industrialmente in forma concentrata, analogamente a un principio attivo farmaceutico.
Alla luce di questa complessità, appare più corretto classificare questi estratti come prodotti botanici fitogenici, piuttosto che ridurli alla sola definizione di “oli essenziali”.
Tinture madri ed Estratti eterei
La tintura madre (TM) è una preparazione liquida, ottenuta esaurendo la pianta officinale tramite un processo di percolazione o macerazione con un opportuno solvente.
Il solvente più utilizzato nelle tinture madri è una soluzione idroalcolica (acqua + alcool) con una gradazione variabile il più delle volte compresa fra i 60° e gli 80° in funzione della solubilità degli attivi da estrarre.
Differenza fra tinture madri ed estratti
Spesso, in modo generico, qualsiasi preparazione vegetale in solvente viene definita estratto. Tuttavia, esistono differenze sostanziali tra le varie tipologie di preparati fitoterapici.
Le tinture madri si distinguono dagli estratti per il metodo di produzione:
- Le tinture madri sono ottenute tramite macerazione della pianta in una miscela di acqua e alcol, con rapporto pianta/solvente di 1:10, e rappresentano una diluizione diretta del principio attivo.
- Gli estratti propriamente detti, invece, prevedono un processo di concentrazione mediante evaporazione del solvente, che determina un aumento della concentrazione del principio attivo nel prodotto finale.
Gli estratti oleosi, ottenuti per macerazione della pianta in olio vegetale, vengono comunemente definiti oleoliti o oli macerati. Questi contengono principalmente molecole lipofile, e sono spesso utilizzati a scopo topico o cosmetico.
Dal punto di vista commerciale, secondo la normativa dell’Unione Europea (Reg. UE), sono definiti estratti di piante officinali anche le preparazioni:
- in solventi idroglicerici o glicolici,
- o estratti secchi, ovvero concentrati ottenuti mediante evaporazione totale del solvente, fino a isolare esclusivamente la frazione secca contenente il principio attivo puro.
L’EFSA, a livello comunitario, ne consente l’impiego come additivi alimentari, a condizione che siano chiaramente dichiarati in etichetta con il numero “E” autorizzato e l’indicazione della quantità utilizzata.
È importante sottolineare che tutti i fitoderivati descritti, pur essendo di origine naturale, possono presentare criticità tecnologiche. Infatti, le diverse modalità di estrazione del principio attivo (distillazione, fermentazione, estrazione eterea, idrolisi, ecc.) comportano stress chimico-fisici che possono alterare la stabilità, la biodisponibilità o la concentrazione finale del composto medicamentoso.
Lavorati a freddo per via meccanica di piante intere:
Si tratta di prodotti naturali ottenuti da un “pool” di piante aromatiche officinali, lavorate esclusivamente per via meccanica a freddo, senza ricorso a solventi chimici o alte temperature. La micromacinazione (<35 °C) e la micro-setacciatura (50–200 µm) permettono una micro-separazione selettiva della frazione intracellulare attiva, preservando l’integrità delle sostanze funzionali termolabili.
Questa tecnologia innovativa e unica a livello mondiale consente di estrarre e combinare diverse matrici vegetali, mantenendone intatte le proprietà medicamentose, tra cui:
- attività ormono-regolatrice
- effetto antimicrobico e antinfiammatorio
- azione antiossidante, immunostimolante e detossificante
L’impiego di questi preparati fitoterapici puri, se realizzati secondo standard produttivi rigorosi da aziende qualificate, non presenta controindicazioni. Trattandosi di composti naturali non sintetizzabili artificialmente, sono pienamente conformi ai Disciplinari dei Consorzi di Tutela di Parmigiano Reggiano, Grana Padano e Montasio.
L’utilizzo in zootecnia ha evidenziato benefici concreti sul benessere animale, con una riduzione dello stress da caldo e un mantenimento o incremento della produzione lattea, fino a +2 litri/capo/giorno nei periodi critici estivi.



















































































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