Un’utopia per mettere in sicurezza il cibo Made in Italy
Il Made in Italy agroalimentare ha enormi potenzialità sui mercati internazionali, ma deve affrontare due vulnerabilità strategiche: la dipendenza dalla genetica estera e dalle materie prime importate per l’alimentazione animale. Per proteggere e rafforzare il suo valore, serve una visione di lungo periodo capace di puntare su genetica italiana, maggiore autosufficienza alimentare e ricerca, trasformando le fragilità della filiera in un nuovo punto di forza.

Vista la posta in gioco, è anche lecito sognare, perché spesso i sogni si avverano quando si prova ad affrontare un problema in modo completamente non convenzionale e a ragionare in un’ottica di lungo periodo.
Nel precedente editoriale di Ruminantia, dal titolo “Ma la genetica italiana esiste ancora?”, abbiamo dimostrato come i prodotti a Indicazione Geografica, la Cucina Italiana e, più in generale, il Made in Italy nel food siano asset economici fondamentali per la nostra economia, ma qualche “tallone d’Achille” c’è.
Fino ad ora si è scelto di non parlare di queste contraddizioni, per non sollevare pericolosi polveroni. Ma mettere la testa sotto la sabbia non è mai saggio, mentre lo è sforzarsi di guardare lontano, oltre l’orizzonte, e quindi oltre ciò che già conosciamo.
Non so se il latte e la carne italiani, ossia quelli derivanti da animali nati e allevati nel nostro Paese e nutriti con alimenti coltivati in Italia, siano oggettivamente più buoni e sicuri dal punto di vista batteriologico e chimico, ma sicuramente sarebbero molto più attraenti per i cittadini di quella parte del mondo che ama l’Italia, con la sua storia, le sue tradizioni e la sua rigorosa efficienza sanitaria.
Il mondo occidentale è sazio, o meglio, lo è la maggioranza delle persone, e con un pò di giustizia lo potrebbero essere tutte.
Carlo Petrini disse che “mangiare è un atto politico” e la Cucina Italiana è stata insignita del riconoscimento UNESCO di bene culturale immateriale dell’umanità non tanto per il sopraffino sapore dei nostri piatti, quanto per il fatto che, per noi italiani, mangiare è un momento conviviale, con radici nell’arcaica origine dell’uomo.

Quindi sarà pure un atto politico, ma essenzialmente è un atto culturale. La gente è costantemente bombardata dal mantra che i prodotti del latte e della carne fanno male, come del resto il vino e il pane, mentre i cibi ultraprocessati, consumati magari in modalità slow food, no.
Quanto potremmo resistere noi cittadini del mondo, cultori delle DOP, della Cucina Italiana, della Dieta mediterranea, dello Slow Food e del mangiare insieme, allo spiegamento di mezzi economici investiti in lobbying e nel marketing dai giganti del cibo, se non ci “diamo una mossa”?
La “mossa” non è solo assoldare le migliori agenzie di comunicazione del pianeta, ma creare contenuti, ossia sostanza, da diffondere poi con meticolosa pazienza a ogni abitante della Terra, avvantaggiati dal fatto che il Made in Italy, soprattutto nel cibo, è considerato molto attraente e quindi le sue ragioni sono, almeno per il momento, molto ascoltate.
Giocare sul detto e non detto, sui compromessi perché politicamente corretti, e sulla mediazione, se gestiti da menti intelligenti come è avvenuto fino ad ora, ha comunque pagato.
Un pò di numeri per dare le dimensioni del fenomeno. Nel 2025 l’agroalimentare italiano ha avuto un valore di 700 miliardi di euro. L’export agroalimentare nel 2024 ha raggiunto i 50 miliardi e i prodotti IG 20,7 miliardi.
È ovvio che l’espansione di questo volume d’affari non ha, senza dubbio, limiti sulle piazze internazionali, e che la crescita dell’agroalimentare italiano può avvenire a scapito di quote di mercato detenute da altri player, i quali non stanno sicuramente con le mani in mano.
Forti di odori e sapori sublimi, e dell’evocatività del mangiare e bere italiano, siamo però molto fragili e attaccabili sull’origine delle materie prime, anche se lo siamo meno quando si parla di IG, in virtù dei rigidi disciplinari che le governano.
Alcune lettere arrivate in redazione sull’editoriale di Ruminantia “Ma la genetica italiana esiste ancora?” hanno riportato i commenti ascoltati all’estero sulle “ombre” del Made in Italy, che ne condizionano un’ulteriore espansione e lo rendono soggetto al rischio del giornalismo d’inchiesta.
Le due grandi debolezze sono relative alla genetica degli animali e alla provenienza degli alimenti zootecnici.
Genetica
Un esempio concreto di quale possa essere l’importanza di specificare, su una confezione di carne bovina, il luogo nel quale l’animale è nato, è stato allevato e poi macellato, è quello del Regolamento (CE) n. 1760/2000 del Parlamento europeo e del Consiglio del 17 luglio 2000, che istituisce un sistema di identificazione e di registrazione dei bovini e relativo all’etichettatura delle carni bovine e dei prodotti a base di queste, e che abroga il Regolamento (CE) n. 820/97 del Consiglio.
Voluto per ragioni sanitarie, ha trovato un ampio consenso presso i consumatori, al punto che le principali aziende della GDO lo hanno cavalcato, contribuendo alla sua diffusione.
Tale regolamento obbliga solo la carne bovina a dichiarare in etichetta dove sia nato, allevato e macellato l’animale, mentre per suini, ovini, caprini e avicoli il Regolamento (UE) n. 1337/2013 rende obbligatorio indicare in etichetta soltanto in quale Paese l’animale sia stato allevato e dove sia avvenuta la macellazione.
Questa premessa serve a testimoniare quanto un regolamento mosso da motivazioni sanitarie abbia saputo rispondere a una domanda dell’opinione pubblica: conoscere nei dettagli l’origine dell’alimento che si porta sulla propria tavola.
Nell’ambito dei prodotti IG, ossia DOP e IGP, ce ne sono alcuni i cui disciplinari prevedono di indicare la provenienza geografica dell’animale e la razza. Relativamente alla carne, un esempio su tutti è quello del Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale, dove esiste un vincolo di provenienza degli animali, che deve essere il comprensorio indicato dal disciplinare, e le razze devono essere quelle autoctone italiane, Chianina, Marchigiana e Romagnola, iscritte nei registri genealogici.
Sul fronte dei formaggi troviamo la DOP Formaggella del Luinese, che è un formaggio caprino prodotto con latte obbligatoriamente ottenuto da capre allevate nel comprensorio, appartenenti alle razze Camosciata delle Alpi, Nera di Verzasca, Saanen e meticce. Si può notare, però, che la Camosciata delle Alpi e la Saanen non sono razze autoctone italiane. Molte delle grandi DOP del formaggio, inoltre, non specificano nei propri disciplinari le razze degli animali.
Nell’articolo di Ruminantia “Ma la genetica italiana esiste ancora?” abbiamo invitato a intervenire i principali enti selezionatori e, puntualmente, sono arrivate dapprima la lettera alla redazione dal titolo “La genetica italiana c’è. Ma ora va valorizzata”, di Enrico Santus, in qualità di direttore di ANARB, presidente di SYNERGY e presidente di ICAR, e successivamente quella di Martino Cassandro, professore ordinario di zootecnia all’Università di Padova, direttore generale di ANAFIBJ e direttore tecnico di FEDANA, dal titolo “La Genetica Italiana esiste e persegue obiettivi di Filiera”.
Alimentazione
L’Italia può immaginare, per il latte e per la carne da ruminanti, uno scenario di indipendenza genetica in un percorso di medio-lungo periodo, mentre sul fronte dell’alimentazione animale la cosa diventa più complessa, se non impossibile.
Le produzioni foraggere realizzabili, sia nelle pianure irrigue che nelle aree marginali, di insilati, foraggi secchi e verdi, possono essere sufficienti, mentre per i concentrati lo scenario è alquanto diverso, soprattutto per quanto riguarda il mais e la soia. Non va inoltre dimenticato che esiste una profonda differenza tra monogastrici, ossia avicoli e suini (dei quali non ci occupiamo), e ruminanti.
Nell’alimentazione dei ruminanti, quella che viene genericamente definita soia è in realtà la farina d’estrazione e i panelli, ossia i sottoprodotti derivanti, rispettivamente, dall’estrazione con solventi e meccanica dell’olio, che viene poi impiegato esclusivamente nell’alimentazione umana e in quella dei monogastrici e dei pesci. Nei ruminanti, il consumo di semi di soia integrale, o full fat, crudi e trattati termicamente (fioccatura e tostatura) è molto marginale.
L’Italia importa sia i semi integrali sia i panelli e le farine d’estrazione. Sembrerebbe che nel 2024 il nostro Paese abbia importato dall’estero circa 2 milioni di tonnellate di farine d’estrazione e panelli per l’alimentazione animale, che si sommano agli oltre 2,5 milioni di tonnellate di semi di soia.
La produzione nazionale di soia è di 1,1 milioni di tonnellate, a fronte di un fabbisogno di 3,4 milioni, e quindi con un livello di autoapprovvigionamento del 32%.
Relativamente ai sottoprodotti della soia utilizzati prevalentemente per l’alimentazione animale, la situazione è alquanto differente. Da una fonte internazionale si stima che il consumo interno italiano di farina d’estrazione di soia (soybean meal) sia di poco più di 4 milioni di tonnellate, a fronte di un autoapprovvigionamento interno, dovuto all’estrazione di olio dai semi di soia, pari a 700.000 tonnellate. Questo costringe quindi all’importazione di circa 3,4 milioni di tonnellate di soybean meal.
Da una stima, non molto accurata, sembrerebbe che il fabbisogno di farina d’estrazione di soia nei ruminanti sia di 1,1 milioni di tonnellate e quello dei monogastrici di 3,1 milioni all’anno.
Ridurre i consumi di soia f.e. nei ruminanti è piuttosto semplice, mentre una sua eliminazione è più complicata, ma ipotizzabile.
Un ottimo alimento è l’erba medica, utilizzata fresca ma soprattutto affienata o disidratata. Non sono da sottovalutare gli altri fieni di leguminosa coltivabili in Italia. Un esempio molto pratico è quello del Parmigiano Reggiano: negli allevamenti del Comprensorio si fa largo uso di erba medica e questo ha come effetto diretto quello di poter ridurre a meno della metà la presenza di soia f.e. nella razione delle bovine in latte.
Se non ci sono particolari proibizioni nei disciplinari di produzione delle DOP, esistono molti “sottoprodotti” utilizzabili, come le farine d’estrazione o i panelli di altre oleaginose, come il girasole e la colza. Si possono utilizzare legumi come il favino e il pisello proteico e l’urea, che ha una concentrazione proteica equivalente, sulla sostanza secca, del 281%, a meno che non sia vietata dai disciplinari.
Un altro alimento sul quale soffermare l’attenzione è il mais. Le cariossidi possono essere trattate in vari modi prima di essere somministrate agli animali. Possono essere insilate fresche (pastone), macinate (farina), fioccate ed estruse.
È il cereale a più alta concentrazione di amido, di elevatissima qualità per l’alimentazione sia dei monogastrici che dei ruminanti. Una delle fonti più autorevoli stima in 9 milioni di tonnellate la quantità di granella di mais consumata in Italia per l’alimentazione animale, mentre si ritiene essere di 12 milioni di tonnellate il consumo totale di questo alimento.
Del quantitativo utilizzato per l’alimentazione animale, il 22-26% è destinato alle bovine da latte e il 7-9% a quelle da carne. Tutto il resto va a suini e avicoli.
Nei ruminanti, e in particolare nella bovina da latte, molta della quota di amido apportata dal mais deriva dall’insilato di mais, che è ovviamente di esclusiva produzione nazionale. Si quantificano in 3 milioni le tonnellate di granella prodotta in Italia, a fronte di un consumo zootecnico di 9 milioni, il che significa che 6 milioni di tonnellate dobbiamo importarle dall’estero, pari all’incirca al 65%.
Nell’alimentazione dei ruminanti, soprattutto di quelli che hanno a disposizione l’insilato e il pastone di mais, la quota di mais da granella può essere ridotta molto, se non addirittura eliminata.
Valorizzando con maggiore attenzione i cereali autunno-vernini, come il grano, l’orzo e il triticale, e i legumi, si può ridurre all’indispensabile il mais.
In uno studio condotto da ISMEA di concerto con il MASAF, dal titolo “Bilancio di massa per la zootecnia DOP – aggiornamento metodologia e dati 2025”, una cui sintesi è stata pubblicata il 17 agosto 2026 nella rubrica Domus Casei con il titolo “Zootecnia DOP. Gli areali italiani reggono la sfida dell’autosufficienza alimentare”, emerge un quadro particolarmente interessante.
L’articolo 47 del Regolamento (UE) 2024/1143 stabilisce che, per gli alimenti a denominazione d’origine, questi debbano provenire integralmente dal comprensorio di produzione della DOP. È ammesso il ricorso ad alimenti esterni purché non compromettano le caratteristiche dell’IG e per una quota, su base annua, che non superi il 50% della sostanza secca della dieta.
Conclusioni
Dai numeri e dalle considerazioni contenute in questa revisione narrativa si può ritenere che sia possibile mettere in sicurezza l’agroalimentare italiano in un tempo ragionevolmente breve.
Rinunciare alla genetica straniera non sarebbe intelligente, ma si potrebbe utilizzare una variante zootecnica dello ius soli, ossia pretendere che il riproduttore, maschio o femmina, sia nato in Italia, come già avviene per buona parte dei bovini da carne. In questo caso nessuno può dire che il maschio o la femmina in questione non siano italiani, anche se i genitori non lo sono.
Per l’alimentazione degli animali, o meglio dei ruminanti, si può fare, a patto che si possa aumentare la SAU, utilizzando anche le aree interne italiane e potenziando di molto la ricerca scientifica applicata.
L’alternativa a queste supposizioni è lasciare tutto così, ma il rischio dell’atteggiamento “abbiamo sempre fatto così” è che, ai capricci del mercato, si potrebbe soccombere, perché in economia, e anche nella vita, non ci sono diritti acquisiti da difendere a oltranza, ma solo la capacità di adattarsi, e rapidamente, al mondo che cambia.

















































































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