Riforma PAC post-2027: l’allarme di sette Paesi (tra cui l’Italia) su Fondo Unico e rischio nazionalizzazione
A Bruxelles, Italia e alleati chiedono alla Commissione di rivedere il piano per il 2028-2034 per evitare complessità, tagli di bilancio e disparità nei pagamenti agli agricoltori europei

La proposta della Commissione Europea di integrare la Politica Agricola Comune (PAC) 2028-2034 in un unico piano e fondo eterogeneo, o Fondo Unico, che comprenda politiche di coesione, pesca e strumenti per la sicurezza e la migrazione, ha generato un forte dissenso tra gli Stati Membri. L’Italia, sostenuta da Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Portogallo e Slovacchia, chiede una profonda revisione per scongiurare una rinazionalizzazione della politica agricola, l’aumento delle disparità di pagamento e l’insufficienza di risorse di fronte alle sfide attuali.
Il contesto
La Politica Agricola Comune è il principale strumento con cui l’Unione Europea sostiene la competitività del settore, garantendo supporto essenziale al reddito degli agricoltori, alla sicurezza alimentare, alla sostenibilità ambientale e alla tutela delle aree rurali. In questo contesto, e alla luce degli scenari geopolitici e socioeconomici in evoluzione, l’Italia e gli altri sei Paesi hanno fornito informazioni al Consiglio “Agricoltura e Pesca” (Agrifish) a Bruxelles il 17 novembre u.s.. Il dibattito in corso verte sull’adeguatezza della futura PAC e sulle proposte regolamentari della Commissione relative ai Piani Nazionali e Regionali di Partenariato e alla PAC 2028-2034, presentate il 16 luglio 2025.
Il motivo principale di questa mobilitazione è il timore che le nuove proposte non siano coerenti con la visione strategica dell’Unione e che, invece di semplificare, introducano complicazioni operative e gestionali per chi lavora nell’allevamento e nell’agricoltura.
Il punto delle preoccupazioni
Il fulcro delle critiche è l’idea di fondere la PAC in un unico quadro di programmazione eterogeneo. Sebbene l’obiettivo dichiarato sia migliorare l’efficacia della spesa UE, l’approccio proposto dalla Commissione non soddisferebbe il bisogno di semplificazione invocato dagli agricoltori.
Secondo i Paesi che hanno mosso la critica, concentrare tutte le politiche in un unico piano, dal punto di vista gestionale e finanziario, comporterebbe un rischio concreto: la rinazionalizzazione della PAC. Questo perché la quantificazione effettiva delle risorse destinate all’agricoltura verrebbe relegata alle decisioni interne di ciascuno Stato Membro. Ne deriverebbero l’aumento delle disparità nei livelli di pagamento tra i Paesi e l’indebolimento del fondamentale principio di equità.
A livello operativo, sempre secondo i critici, gli agricoltori si troverebbero di fronte a un incremento degli oneri amministrativi e a un’incertezza manageriale dovuta alla mancanza di regole finanziarie e di sistemi di governance uniformi tra le diverse componenti del Fondo Unico. Tutto questo comporterebbe il rischio di ritardare i pagamenti ai beneficiari. La situazione sarebbe particolarmente critica nei Paesi regionalizzati, dove la centralizzazione nazionale di un quadro di programmazione intersettoriale implicherebbe notevoli sconvolgimenti organizzativi.
Per scongiurare questi pericoli, i sette Paesi promotori dell’iniziativa esortano la Commissione a mantenere la PAC come politica separata, ancorata alla struttura dei due pilastri. Chiedono, inoltre, di garantire una continuità evolutiva e migliorativa rispetto all’attuale periodo di programmazione (2023–2027), tenendo conto degli sforzi e degli investimenti già sostenuti dagli Stati Membri.
Dubbi economici
Le preoccupazioni sulla struttura si sommano a quelle sulla dotazione finanziaria. Il budget pre-allocato per la PAC (293,7 miliardi di euro) è ritenuto insufficiente ad affrontare le sfide attuali come gli shock geopolitici, la volatilità dei mercati e la crisi climatica. Questo ammontare è significativamente inferiore ai 378,5 miliardi di euro del periodo di programmazione 2021–2027.
L’utilizzo della quota non pre-allocata per allineare le risorse totali disponibili, si legge all’interno della lettera, introdurrebbe ambiguità e il rischio di competizione interna tra le priorità nazionali. Inoltre, la proposta è indebolita dal mancato adeguamento degli stanziamenti all’inflazione, che ridurrebbero il valore reale della PAC intesa come leva per sostenere la redditività delle imprese agricole. Il vincolo che colloca le principali misure di sostegno al reddito nella quota pre-allocata rischia di comprimere drasticamente le misure di sviluppo rurale, che rappresenterebbero lo strumento chiave per il rafforzamento della competitività agricola, la tutela del paesaggio e lo sviluppo economico delle aree rurali.
Il ministro dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, Francesco Lollobrigida, presente al consiglio, chiarisce in una dichiarazione che gli obiettivi originali della PAC, definiti dal Trattato di Roma, mantengono piena rilevanza e devono continuare a guidare l’azione futura dell’Unione.
Nel frattempo, la discussione sulla sicurezza alimentare rimane centrale. Mentre alcune delegazioni sostengono che il sostegno al reddito debba concentrarsi sugli agricoltori che fanno della produzione alimentare la loro principale fonte di reddito, le associazioni ambientaliste (Greenpeace, LIPU, ProNatura, WWF) propongono un approccio diverso. Secondo le ONG, l’Europa non affronta una carenza di cibo, bensì un problema di cattiva gestione agroalimentare. Sottolineano che i principali rischi per la sicurezza alimentare futura sono la perdita di biodiversità, la crisi climatica e l’inquinamento, aggravati dalle pratiche agricole convenzionali che esauriscono le risorse essenziali come suolo e acqua. Un dato che rafforza questa posizione è che circa due terzi dei cereali nell’UE vengono utilizzati per l’alimentazione animale o per i biocarburanti (3%). Le associazioni chiedono quindi che la PAC sostenga pratiche agroecologiche, allevamenti estensivi basati sul pascolo e la diversificazione della produzione, per aumentare la resilienza agronomica ed economica delle aziende.
Le richieste dei Paesi Membri
Per rispondere alle attuali sfide, il settore agricolo necessita di chiarezza e certezza nelle scelte politiche. La richiesta congiunta dei sette Paesi è di abbandonare la ricerca di un “modello di programmazione perfetto” a favore di una profonda revisione della proposta del Fondo Unico.
Il messaggio chiave della richiesta è garantire una PAC veramente Comune, che fornisca regole semplici e risorse stabili e adeguate, commisurate alle aspettative del settore e in linea con il ruolo dell’agricoltore come custode del territorio. Chiedere agli Stati Membri di affrontare un’altra riforma complessa a soli tre anni dall’introduzione dell’attuale periodo di programmazione 2023-2027 è ritenuto “impensabile”.
Per gli allevatori e gli agricoltori dei Paesi Membri coinvolti nella critica, la risposta consiste nel difendere la stabilità della struttura a due pilastri, per evitare che la PAC si trasformi in un insieme di politiche nazionali disomogenee. La via da seguire, come tema della prossima sessione del Consiglio di dicembre 2025, sarà basata sull’innovazione e sulla semplificazione, elementi essenziali per sostenere la transizione e la resilienza di fronte alla crisi climatica e alla volatilità dei mercati.
Qui il documento ufficiale.
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