USA, stop ai dazi reciproci su manzo e altri prodotti agricoli

Con un nuovo ordine esecutivo Trump esenta la carne bovina dalle “Liberation Day tariffs”: cosa cambia per i mercati globali e per le filiere europee

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18 Novembre, 2025

Con un ordine esecutivo firmato il 14 novembre u.s., il presidente degli Stati Uniti ha modificato ancora una volta il perimetro delle “tariffe reciproche” introdotte lo scorso aprile con le cosiddette Liberation Day tariffs, esentando un pacchetto di prodotti agricoli tra cui la carne bovina. La misura, motivata ufficialmente con i progressi nei negoziati commerciali e con l’andamento di domanda e capacità produttiva interna, si inserisce in un contesto di forte pressione dovuta all’inflazione alimentare e riapre il dossier dei rapporti tra Washington, i partner commerciali e le diverse filiere agroalimentari, a partire da quella bovina.

Dalle “Liberation Day tariffs” alla nuova correzione di rotta

Per capire la portata dell’ultima decisione occorre tornare al 2 aprile 2025, quando Trump ha firmato l’Ordine esecutivo 14257, dichiarando un’emergenza nazionale legata ai “consistenti e persistenti deficit commerciali” degli Stati Uniti. Attraverso l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), la Casa Bianca ha introdotto un dazio base del 10% sulle importazioni, affiancato da tariffe “reciproche” più elevate verso i partner con i quali il disavanzo commerciale è ritenuto particolarmente squilibrato.

Nel nuovo impianto tariffario, la logica di reciprocità prevede che gli Stati Uniti applichino dazi calibrati sulle barriere, tariffarie e non, incontrate dalle esportazioni americane, con una struttura flessibile e suscettibile di aggiustamenti dinamici. L’Allegato II all’Ordine esecutivo elenca i prodotti esclusi da questo meccanismo: inizialmente si trattava soprattutto di minerali critici, energia e prodotti energetici essenziali.

Una prima revisione è arrivata con l’Ordine esecutivo 14346 del 5 settembre 2025, che ha modificato l’ambito dei dazi reciproci e definito le procedure per l’attuazione degli accordi commerciali e di sicurezza, aggiornando proprio l’Allegato II e introducendo l’ulteriore allegato sui “Potenziali adeguamenti tariffari per i partner allineati” (PTAAP).

Cosa prevede il nuovo ordine esecutivo

Con l’ordine del 14 novembre 2025, la Casa Bianca interviene di nuovo sull’architettura delle tariffe. Nel preambolo del provvedimento, Trump spiega di aver ricevuto nuove informazioni e raccomandazioni dai dipartimenti competenti, chiamati a monitorare gli effetti dell’emergenza dichiarata ad aprile. Alla luce dello stato dei negoziati con vari partner commerciali, dell’attuale domanda interna di specifici prodotti e dell’attuale capacità produttiva domestica, la conclusione è che sia “necessario e opportuno” rimodulare ancora il perimetro dei dazi.

Il cuore della decisione è l’allargamento dell’Allegato II dell’Ordine 14257: una serie di prodotti agricoli viene aggiunta all’elenco di quelli esclusi dalle tariffe reciproche, con effetto sulle merci immesse in consumo o sdoganate dai magazzini a partire dalle 00:01 del 13 novembre 2025 (ora della costa Est).

Secondo la scheda informativa diffusa dalla Casa Bianca e le note tecniche pubblicate nelle ultime ore, rientrano ora tra i prodotti non più soggetti alle tariffe reciproche:

  • caffè e tè,
  • frutta tropicale e succhi di frutta,
  • cacao e spezie,
  • banane, arance e pomodori,
  • carne bovina,
  • e alcune categorie di fertilizzanti, parte delle quali non erano peraltro mai state colpite dalle tariffe.

Sul piano tecnico, l’ordine modifica la Tariffa doganale armonizzata degli Stati Uniti, introducendo nuove voci e rinvii incrociati per assicurare una corretta classificazione dei prodotti esclusi, e prevede il rimborso dei dazi eventualmente già riscossi, in conformità alle procedure della U.S. Customs and Border Protection.

Inflazione alimentare e consenso interno: il contesto politico-economico

La motivazione ufficiale resta quella di rafforzare l’economia e la sicurezza nazionale attraverso una combinazione di dazi e accordi commerciali più “reciproci”. Nella comunicazione della Casa Bianca si insiste sui “progressi storici” ottenuti con una serie di intese bilaterali, dai quadri di cooperazione con vari Paesi dell’America Latina e dell’Asia agli accordi commerciali con Malesia, Cambogia, Thailandia, Vietnam, fino agli impegni presi con Unione Europea, Regno Unito e Svizzera.

Sullo sfondo, però, c’è un dato difficilmente ignorabile: l’inflazione dei prezzi alimentari che da anni pesa sui consumatori statunitensi. Secondo gli indicatori dell’ufficio statistiche del lavoro americano, l’indice dei prezzi al consumo per il cibo ha continuato a crescere nel 2025, con aumenti particolarmente marcati per il comparto carni, pollame, pesce e uova. Le stime del Dipartimento dell’Agricoltura indicano per il 2025 un incremento dei prezzi al dettaglio di carne bovina e vitello superiore al trend medio degli ultimi vent’anni, con rialzi a doppia cifra rispetto al 2024.

Non sorprende quindi che parte dell’analisi mediatica veda nella scelta di esentare un ampio paniere di prodotti alimentari, dalla frutta tropicale al caffè, fino al manzo, anche un tentativo di raffreddare il carrello della spesa e contenere il malcontento sociale legato al costo della vita. La Casa Bianca nega un collegamento diretto tra tariffe e rincari, ma studi economici citati dalla stampa statunitense hanno quantificato in migliaia di dollari l’anno l’onere delle politiche tariffarie sulle famiglie americane, alimentando il dibattito interno.

Il nodo carne bovina: tra mercato interno e nuove rotte dell’import

Per la filiera bovina la svolta data dall’esecutivo statunitense è particolarmente importante. La carne bovina rientrava infatti tra i prodotti colpiti dalle tariffe reciproche introdotte con l’Ordine 14257, con aliquote differenziate per Paese fornitore. La nuova esenzione, con l’inserimento della carne bovina nell’Allegato II, significa che quelle importazioni non saranno più soggette al sovraccarico tariffario legato alla strategia dei dazi “di reciprocità”.

Sul piano dei prezzi, la rimozione dei dazi può facilitare l’ingresso negli Stati Uniti di tagli freschi e congelati dai principali Paesi esportatori, con potenziali effetti al ribasso sui listini all’ingrosso e, nel medio periodo, sui prezzi al consumo. Per un mercato come quello americano, dove il patrimonio bovino è sceso ai minimi storici recenti mentre la domanda di carne resta sostenuta, l’apertura aggiuntiva all’import si inserisce in una fase già caratterizzata da tensioni sull’offerta e da una dinamica rialzista dei prezzi.

Non sorprende che il mondo degli allevatori statunitensi guardi alla misura con forte preoccupazione. Organizzazioni di categoria hanno già contestato in passato le scelte dell’Amministrazione, in particolare l’ampliamento delle quote di importazione a dazio zero da Paesi come l’Argentina, considerato da alcuni come un segnale di preferenza per la carne estera a scapito di quella domestica. Diverse associazioni hanno parlato di “minaccia significativa” per i produttori USA, richiamando sia il rischio economico, per l’impatto sui prezzi del vivo e sui margini degli allevatori, sia il timore sanitario legato all’importazione da Paesi dove malattie come l’afta epizootica sono ancora presenti.

In questo quadro, la rimozione delle tariffe reciproche sulla carne bovina è percepita, da una parte, come un possibile sollievo per consumatori e industria di trasformazione, ma dall’altra come un ulteriore elemento di pressione competitiva sulle aziende allevatrici statunitensi, già alle prese con la ricostituzione lenta delle mandrie e con costi produttivi elevati.

Implicazioni per l’Europa e per l’Italia: più spazio per il manzo europeo?

Per i partner commerciali degli Stati Uniti, la scelta di Washington di spostare la carne bovina nell’area dei prodotti esclusi dalle tariffe reciproche apre potenzialmente una finestra di opportunità. La logica dell’ordine esecutivo è chiara: eliminare o ridurre i dazi su beni che gli Stati Uniti non producono o non producono in quantità sufficienti, e per i quali si ritiene strategico assicurare flussi stabili di approvvigionamento.

L’elenco dei Paesi con cui la Casa Bianca rivendica accordi o avanzati progressi nei negoziati include numerosi esportatori di prodotti agricoli, compresi quelli della fascia tropicale. Tuttavia, anche per l’Unione Europea, che già esporta verso gli USA carni bovine ad alto valore aggiunto, spesso in segmenti premium o legati a specifiche certificazioni, la rimozione del “sovra-dazio” reciproco potrebbe tradursi in un miglioramento relativo della competitività rispetto ad altri fornitori, a parità di condizioni regolatorie e sanitarie.

Per l’Italia, che nel comparto bovino è più spesso importatore netto che grande esportatore verso gli Stati Uniti, gli effetti diretti in termini di volumi di export di carne potrebbero essere limitati. Ma la misura non è priva di riflessi per le nostre filiere:

  • sul piano concorrenziale, un aumento dell’offerta di carne bovina estera a prezzi potenzialmente più bassi sul mercato statunitense può influenzare gli equilibri globali, con ricadute sulle quotazioni internazionali e quindi, indirettamente, anche sui mercati europei;
  • sul piano negoziale, la decisione conferma che la Casa Bianca è disponibile a usare in modo flessibile lo strumento tariffario, premiando i partner considerati “allineati” e i prodotti ritenuti strategici, dentro una logica di scambio che intreccia sicurezza economica, energia, materie prime e agroalimentare.

Va sottolineato che, almeno allo stato attuale, le esenzioni non toccano molti dei prodotti simbolo del made in Italy, dal vino all’olio, dalla pasta ai grandi formaggi DOP, che erano entrati nel mirino della politica dei dazi reciproci e che restano al centro dell’attenzione delle organizzazioni agricole italiane. Coldiretti e Filiera Italia, che subito dopo l’annuncio hanno ricordato come il “ripensamento” non riguardi le principali eccellenze agroalimentari italiane, chiedono di proseguire il confronto per evitare che le nostre produzioni di qualità restino penalizzate rispetto ai competitor.

Fonte: The White House

 

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Da leggere - Luglio 2026

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