“Stop alla crudeltà e alla macellazione”: oltre 1,3 milioni di firme per l’iniziativa che chiede la chiusura degli allevamenti

Raccolta firme conclusa con esito positivo: 10 Paesi superano la soglia minima. Si apre ora un iter istituzionale che chiama in causa la Commissione e il Parlamento europeo, mentre il settore zootecnico appare poco mobilitato di fronte a una sfida senza precedenti

26 Settembre, 2025

Con la cifra ufficiale di 1.325.043 dichiarazioni di sostegno raccolte entro il 24 settembre 2025, l’iniziativa dei cittadini europei “Stop alla crudeltà e stop alla macellazione” ( o in lingua originale Stop Cruelty Stop Slaughter”) ha raggiunto e superato la soglia necessaria per proseguire il proprio iter istituzionale. Promossa dalla Fondazione Save the Chickens, registrata dalla Commissione europea il 24 luglio 2024, l’ICE si pone due obiettivi radicali:

  • incentivare la produzione di proteine vegetali e di carne coltivata;
  • programmare una riduzione progressiva del 50% degli animali allevati ogni anno, fino alla chiusura graduale di tutti gli allevamenti e dei macelli.

Gli organizzatori ritengono che gli allevamenti intensivi e i macelli siano incompatibili con i principi del Trattato di Lisbona, in quanto gli animali sono riconosciuti come esseri senzienti, e li descrivono come luoghi di sofferenza, sfruttamento e rischio sanitario.

Le regole delle iniziative dei cittadini europei

Le iniziative dei cittadini europei (ICE) sono uno strumento previsto dal Trattato di Lisbona e disciplinato dal Regolamento (UE) 2019/788, che consente a un milione di cittadini, provenienti da almeno sette Stati membri, di chiedere alla Commissione europea di presentare una proposta legislativa.

Per la validità, ogni Stato membro ha una soglia minima di firme calcolata in proporzione ai suoi eurodeputati. Ad esempio, in Italia sono necessarie almeno 54.720 dichiarazioni di sostegno, in Germania 69.120, in Francia 58.320 e in Spagna 43.920.

“Stop Cruelty Stop Slaughter” non solo ha superato il milione complessivo di firme, ma ha anche oltrepassato la soglia in 10 Paesi: Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Grecia, Germania, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi e Slovacchia con percentuali elevatissime, passando così alla prossima fase dell’iter legislativo.

In Italia sono state raccolte 14.861 dichiarazioni di sostegno, su una soglia minima di 54.720 (27,16%).

PaeseDichiarazioni di sostegnoSoglia minimaPercentuale
Danimarca62.47310.800578,45%
Finlandia61.84710.800572,66%
Francia434.85358.320745,63%
Germania465.97669.120674,16%
Grecia74.19515.120490,71%
Irlanda34.09010.080338,19%
Lussemburgo15.6004.320361,11%
Paesi Bassi108.94522.320488,10%
Slovacchia42.46310.800393,18%

Cosa succede adesso

La conclusione della raccolta firme apre ora la fase delle verifiche nazionali: entro tre mesi, le autorità competenti dei singoli Stati membri dovranno confermare la validità delle sottoscrizioni.

Successivamente, gli organizzatori presenteranno l’iniziativa alla Commissione europea, che dovrà riceverli e consentire un’audizione pubblica al Parlamento europeo. Entro sei mesi da questa presentazione, la Commissione sarà obbligata a esprimere una posizione ufficiale, che potrà tradursi in una proposta legislativa, in un altro tipo di azione politica o nella decisione di non intervenire, motivando le ragioni.

L’esito rimane dunque incerto, ma la forza simbolica e politica del superamento della soglia è indiscutibile.

Non dimentichiamo che la precedente iniziativa su un tema affine, ovvero “End the cage age”, che ha lo scopo di eliminare gradualmente l’uso delle gabbie negli allevamenti, avendo raccolto oltre un milione di firme è arrivata in Commissione europea ed è ora uno dei fattori considerato nella revisione della legislazione UE sul benessere animale.

Possibili implicazioni per il settore zootecnico

Per la zootecnia europea e italiana, le implicazioni di un’iniziativa di questo tipo sono potenzialmente dirompenti. Le richieste degli organizzatori, se tradotte in norme, metterebbero in discussione l’intero sistema produttivo basato sull’allevamento animale, con conseguenze che toccano occupazione, approvvigionamento alimentare, equilibrio economico delle filiere e relazioni commerciali internazionali.

Non meno rilevanti sarebbero gli effetti politici e sociali un rafforzamento delle lobby del cibo ultraprocessato, una crescente pressione sui consumatori e nuove tensioni tra Stati membri, a fronte della necessità di coniugare obiettivi climatici, benessere animale e sicurezza alimentare.

Ci stiamo mobilitando abbastanza?

Già nel nostro articolo del 25 luglio 2024, avevamo segnalato l’apertura di due iniziative di grande impatto potenziale: “Stop Cruelty Stop Slaughter” e “Stop cibo falso: origine in etichetta”. Oggi, a distanza di oltre un anno, possiamo constatare che, se solo una delle due iniziative ha raggiunto il traguardo del milione di firme, la reazione del settore zootecnico continua a essere debole e frammentata.

Non si sono registrate prese di posizione ufficiali di organizzazioni professionali o associazioni di categoria, né campagne coordinate di informazione o sensibilizzazione. Questo silenzio rischia di apparire come un segnale di sottovalutazione della portata politica sociale e culturale dell’iniziativa.

Il paradosso è evidente. Un comparto che contribuisce in modo determinante alla sicurezza alimentare e all’economia europea sembra trovarsi impreparato ad affrontare una sfida che mira direttamente alla sua stessa legittimità.

Un invito alla riflessione

L’iniziativa “Stop Cruelty Stop Slaughter” entrerà ora nel vivo del suo percorso istituzionale, e sarà la Commissione europea a decidere se e come raccoglierne le richieste. Ma al di là dell’esito formale, il messaggio che arriva dai cittadini è chiaro, il dibattito sul futuro dell’allevamento animale è destinato a crescere e ad assumere un peso sempre maggiore.

Per questo, come Ruminantia, riteniamo fondamentale che il settore zootecnico prenda coscienza della sfida e si attrezzi per affrontarla con strumenti adeguati: informazione, mobilitazione e capacità di dialogo con l’opinione pubblica e le istituzioni. Ignorare o minimizzare il fenomeno significherebbe esporsi a rischi ben più grandi.

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