Forse non conosciamo davvero la psicologia e il comportamento delle vacche
In un momento di stabilità economica per il settore lattiero-caseario, la riflessione si sposta oltre la produttività: conoscere psicologia e comportamento delle bovine diventa la chiave per ripensare modelli gestionali e costruire un futuro in cui benessere animale e sostenibilità (in tutte le sue accezioni) vadano di pari passo

Da diversi mesi il settore del latte sta vivendo un periodo favorevole. Il prezzo del latte alla stalla è su livelli accettabili e il costo delle materie prime appare in equilibrio con i ricavi. Gli allevatori più organizzati ed efficienti stanno ottenendo buoni margini economici, una condizione positiva e, al tempo stesso, preziosa. È infatti proprio in questi rari momenti di relativa stabilità che si può affrontare con maggiore lucidità un’analisi critica del proprio operato, mettendo alla prova le convinzioni e le abitudini consolidate nella gestione quotidiana.
La maggior parte degli allevamenti da latte utilizza vacche Frisone, seguendo modelli gestionali e alimentari molto simili tra loro. Nelle aziende di pianura irrigua, le produzioni sono generalmente elevate, e la qualità del latte risulta oggi sorprendentemente alta rispetto al passato recente.
Questo modello intensivo, basato su stalle con cuccette interne e senza accesso all’esterno, si è dimostrato efficiente dal punto di vista produttivo e gestionale, ma presenta alcuni limiti. Da un lato è poco apprezzato dall’opinione pubblica, sensibile al tema del benessere animale, dall’altro le bovine mostrano spesso una fertilità naturale ridotta (senza il ricorso alla TAI) e una longevità funzionale più breve.
A questi aspetti si aggiunge un elevato tasso di rimonta, dovuto principalmente a sub-fertilità, zoppie e mastiti, sia cliniche che subcliniche, che continuano a rappresentare le principali cause di esclusione dalle mandrie.
Questi due ultimi aspetti generano una ragionevole perplessità quando ci si interroga se ciò che noi riteniamo ideale per le nostre bovine lo sia davvero anche per loro. Il dubitare sistematicamente è, in fondo, ciò che ha sempre spinto l’uomo a evolversi dal vivere nelle caverne fino a raggiungere il livello di conoscenza e complessità attuale.
A questa riflessione, che molti allevatori e tecnici condividono, si aggiunge una domanda di fondo: conosciamo davvero la psicologia e il comportamento delle bovine che oggi popolano i nostri allevamenti?
I dati pubblicati da ANAFIBJ nel Profilo Genetico Allevamento mostrano ormai da diversi anni una tendenza costante: tra il valore genetico e il fenotipo produttivo reale delle vacche si registra un saldo negativo per i caratteri legati alla produzione di latte e dei suoi costituenti principali, grasso e proteine. In altre parole, le Frisone italiane producono meno di quanto la loro genetica le predisporrebbe a fare.
Noi esseri umani, come i nostri animali domestici più comuni, cani e gatti, siamo predatori e non prede. Questa nostra “natura” rende la comunicazione con altri predatori relativamente semplice ma complica quella con le prede, come le bovine. Predatori e prede differiscono profondamente nel comportamento sociale, e nel modo in cui esprimono emozioni e reagiscono allo stress, e questa distanza naturale rende più difficile interpretare correttamente i segnali che le vacche ci mandano ogni giorno.
La prima domesticazione animale risale al Paleolitico, tra 15.000 e 40.000 anni fa, con il cane, e fu in quel periodo che si impresse profondamente nella mente umana, attraverso la selezione naturale, l’attrazione per questa specie, capace di instaurare un legame cooperativo e affettivo con l’uomo. Nel Neolitico, con l’abbandono dello stile di vita raccoglitore-cacciatore e l’affermarsi di una vita stanziale, basata su agricoltura e allevamento, iniziò invece la domesticazione di diverse specie selvatiche, utili per la produzione di cibo e materiali destinati alla costruzione di strumenti e abiti, oltre che per il lavoro.
La domesticazione non fu un processo rapido, ma un’evoluzione lunghissima, durata migliaia di anni e segnata anche da casualità e tentativi fortuiti. I nostri antenati, talvolta per coincidenza, come nel caso dell’allevamento di cuccioli orfani, e talvolta per intuito, scelsero poche specie tra le migliaia di animali selvatici che condividevano con loro la Terra, selezionando quelle che meglio si adattavano alla convivenza con l’uomo.
Tra queste, circa 10.500 anni fa, l’uomo rivolse la propria attenzione all’Uro (Bos primigenius), progenitore dei bovini domestici, perché possedeva caratteristiche comportamentali e sociali perfettamente coerenti con le esigenze dell’uomo neolitico, come la vita in grandi gruppi sociali, una struttura gerarchica definita, la convivenza stabile tra maschi e femmine, un accoppiamento promiscuo con maschi dominanti, un comportamento estrale evidente, la tendenza delle femmine ad accettare i giovani altrui, la precocità nello sviluppo dei piccoli, la tolleranza alla vicinanza con l’uomo, la notevole adattabilità ambientale e un’agilità limitata che ne facilitava la gestione.
Da questa matrice originaria, l’Uro, l’uomo ha dato origine nel corso dei millenni alle migliaia di razze bovine oggi presenti nel mondo, ognuna frutto di un lento e complesso equilibrio tra selezione naturale, addomesticamento e intervento umano.
Oggi nel mondo si stima la presenza di circa 1,3 miliardi di bovini, di cui 388 milioni sono bovine da latte. Partendo dalla matrice originaria dell’Uro, l’uomo, attraverso la selezione genetica, ha progressivamente plasmato un’enorme varietà di razze, ciascuna modellata in funzione degli obiettivi produttivi, ambientali e gestionali desiderati.
Quando parliamo di psicologia e comportamento delle bovine da latte che popolano oggi le nostre stalle, non dobbiamo dimenticare che esse rappresentano un mix complesso tra ciò che era l’Uro selvatico e ciò che, nel tempo, l’uomo ha selezionato e premiato in base alle proprie esigenze produttive.
«Esistono ampie prove comportamentali che dimostrano che le bovine potrebbero possedere non solo una gamma di emozioni, ma anche un livello di complessità emozionale simile a quello di altri mammiferi generalmente riconosciuti come intelligenti. Queste prove includono il comportamento di gioco e le interazioni tra emozioni e cognizione sotto forma di pregiudizi cognitivi, contagio emotivo, buffering sociale e persino reazioni emotive all’apprendimento» (L. Martino e K. Allen – The Psychology of Cows).
Numerosi lavori scientifici di rilievo hanno poi approfondito il comportamento alimentare delle bovine da latte, offrendo indicazioni pratiche fondamentali per la gestione quotidiana. Tra questi si distinguono gli studi di R.G. Dado e M.S. Allen (Variation in and relationships among feeding, chewing, and drinking variables for lactating dairy cows, J. Dairy Sci. 77:132-144) e di R.J. Grant e J.L. Albright (Effect of Animal Grouping on Feeding Behavior and Intake of Dairy Cattle, J. Dairy Sci. 84(E. Suppl.):E156-E163), che hanno contribuito, insieme ad altri autori, a definire modelli di riferimento sul comportamento alimentare, sociale e ingestivo delle vacche da latte moderne.
Nell’articolo divulgativo di Ruminantia Mese dal titolo “Come le vacche trascorrono la loro giornata” vengono riportate altre informazioni di grande valore pratico. Sempre più spesso la scienza ci invita a non considerare le bovine da latte come individui identici, ma come animali dotati di una spiccata individualità, capaci di reagire e adattarsi in modo diverso alle condizioni ambientali e sociali in cui vengono allevate. Le vacche, dunque, non sono macchine produttive, ma esseri senzienti, il cui comportamento e benessere dipendono strettamente dal contesto in cui vivono.
Il tempo ci ha insegnato che certezze e paradigmi evolvono rapidamente. Un esempio emblematico è il passaggio dall’educazione coercitiva del passato al metodo Montessori per la crescita dei bambini, e non è improbabile che anche nel mondo zootecnico si stia assistendo a una trasformazione analoga, ancora in corso.
Per chi desidera approfondire questi temi, risultano particolarmente utili anche due articoli pubblicati su Ruminantia: “L’obsoleto concetto di benessere animale” e “Benessere dei bovini da latte: concetti chiave e il ruolo della scienza”, che offrono ulteriori spunti di riflessione sulla necessità di un approccio scientifico, dinamico e aggiornato al benessere bovino.
Approfondiremo ulteriormente questo tema il prossimo 28 novembre 2025, in occasione di un convegno alla Fiera di Cremona organizzato congiuntamente da Ferrero Mangimi e Ruminantia e dal titolo “Benessere che fa latte“, in cui sarà presente come ospite d’eccezione Daniel M. Weary, della University of British Columbia (Canada), autore di una vasta e autorevole produzione scientifica sulla psicologia e il comportamento delle bovine da latte nel contesto della moderna produzione industriale.
Alla tavola rotonda che seguirà la relazione del professore parteciperanno Simona Caselli, Presidente di Granlatte e del CRPA, Silvana Mattiello dell’Università di Milano e Marta Brscic dell’Università di Padova, per un confronto aperto e attuale sul futuro della gestione del benessere e del comportamento delle bovine da latte.



















































































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