Gestione selettiva della “fauna inselvatichita” o mattanza? Ecco cosa sta succedendo nel Lazio

La Regione ha finanziato i Comuni per interventi di controllo sugli animali domestici rinselvatichiti, nei giorni scorsi però si sono svolte operazioni che hanno innescato forti proteste e ricorsi delle associazioni. Ma da dove origina il provvedimento, quali strumenti autorizza e perché la presenza di capi ferali è un nodo sensibile anche per gli allevamenti da carne e da latte?

vacche pascolo
7 Novembre, 2025

Un piano regionale per contenere la “fauna inselvatichita”

Tutto parte a metà giugno 2025, quando la Regione Lazio approva un avviso pubblico destinato a sostenere i Comuni impegnati nella gestione e nel contenimento delle specie domestiche rinselvatichite. Il bando, che mette a disposizione 600.000 euro, nasce per rispondere a situazioni di rischio per la sicurezza pubblica e per l’equilibrio ecologico in aree dove la presenza di animali vaganti è diventata problematica.

Il provvedimento chiarisce che queste attività non rientrano nella caccia, ma sono azioni di controllo che possono essere svolte anche in zone vietate al prelievo venatorio, incluse aree urbane e protette. Gli strumenti previsti vanno dalla cattura con recinti o gabbie alla teleanestesia, fino, solo in casi estremi, all’abbattimento degli animali.

A supporto tecnico del piano, la Regione richiama il parere favorevole dell’ISPRA, che nel mese di agosto 2025 ha riconosciuto la necessità di intervenire per ridurre la presenza di animali domestici rinselvatichiti e vaganti, ritenuti potenzialmente pericolosi per la salute pubblica e per le attività agricole.

Montelanico e Carpineto Romano, il caso che accende il dibattito

La questione è esplosa a fine ottobre nei Comuni di Montelanico e Carpineto Romano, nei Monti Lepini. Lì, il Sindaco di Montelanico ha emanato un’ordinanza urgente per intervenire su quattro bovini di grandi dimensioni che si aggiravano liberi nel Parco comunale “Fontana Nuova”, a poca distanza da un’area frequentata da famiglie e bambini.

Nei giorni successivi, alcune associazioni animaliste hanno diffuso immagini di animali colpiti da armi da fuoco, denunciando una “mattanza” e parlando di “barbarie istituzionalizzata”. Secondo Lndc Animal Protection, LAV, ENPA e Animalisti Italiani, le operazioni in corso sarebbero una violazione dei principi di benessere animale e un utilizzo improprio di fondi pubblici.

Le associazioni hanno presentato ricorso al TAR del Lazio, chiedendo la sospensione del piano regionale. L’udienza è fissata per il prossimo 3 dicembre, ma intanto la polemica si è allargata al Parlamento, dove la deputata Patrizia Prestipino (Garante per la Tutela e il Benessere degli animali di Roma Capitale) ha sollevato il caso chiedendo l’intervento del Governo.

La posizione della Regione

Da parte sua, la Regione Lazio difende la legittimità e la finalità del provvedimento. Il Commissario straordinario alla Fauna selvatica, Vito Consoli, ha sottolineato che il piano segue “criteri di selettività e tutela del benessere animale”, con l’impiego di personale formato e il ricorso a tecniche non cruente ogni volta che sia possibile.

Secondo la Regione, gli interventi sono atti a garantire la sicurezza dei cittadini e ad evitare incidenti o contatti rischiosi tra animali vaganti e mandrie regolarmente allevate. I capi catturati e ritenuti sani potranno essere riconosciuti e ceduti ad allevamenti, associazioni o strutture idonee, mentre l’abbattimento è previsto solo come extrema ratio per gli animali particolarmente aggressivi o non gestibili in sicurezza.

Perché la questione riguarda anche gli allevatori

Oltre alla dimensione etica, quella della fauna inselvatichita può rappresentare una criticità anche per chi lavora con gli animali. La presenza di bovini, equini o caprini ferali può generare problemi sanitari, perché si tratta di capi non identificati né tracciati, e dunque potenziali vettori di malattie.

C’è poi l’aspetto genetico: la promiscuità con mandrie controllate o greggi al pascolo può portare a accoppiamenti indesiderati, alterando la selezione genetica costruita negli anni da allevatori e associazioni di razza.

A ciò si aggiunge il rischio di danni ai pascoli e alle recinzioni, la competizione per le risorse foraggere e l’aumento dei pericoli stradali. Anche per questo, molte organizzazioni agricole chiedono che il tema venga affrontato con strumenti efficaci ma equilibrati, capaci di tutelare tanto la sicurezza quanto la coesistenza tra animali domestici e ambiente.

Un equilibrio difficile

Il confronto resta aperto e tocca tre livelli: quello amministrativo, con il TAR chiamato a pronunciarsi sulla legittimità degli atti; quello tecnico, legato alla reale capacità di catturare e ricollocare animali di grandi dimensioni; e quello sociale, alimentato da immagini e testimonianze che hanno comprensibilmente scosso l’opinione pubblica.

La sfida, per il Lazio e per altre regioni alle prese con problemi simili, sarà trovare un equilibrio tra sicurezza, benessere animale e sostenibilità dei sistemi zootecnici, evitando derive opposte: da un lato l’abbattimento come scorciatoia, dall’altro l’abbandono del problema a danno di cittadini e allevatori.

Riferimenti normativi e documentali

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