Tra pascoli e innovazione: Halosheep e il futuro sostenibile dell’allevamento ovino e caprino nel mediterraneo

Valorizzazione delle aree marginali e mitigazione delle emissioni attraverso soluzioni scientifiche e agroecologiche

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11 Dicembre, 2025

Le popolazioni del bacino del Mediterraneo hanno dato un importante contributo allo sviluppo delle attività primarie dell’uomo; l’ambiente e il clima presenti in questi territori, diversi da quelli non mediterranei, hanno condizionato le tipologie di allevamento e i prodotti da esso derivanti.

L’allevamento ovicaprino, ad esempio, storicamente legato al territorio, è parte integrante di questo sistema agricolo e rappresenta una risorsa fondamentale per la zootecnia e l’economia. Non è un caso che il 95% del patrimonio ovino italiano sia localizzato nell’area mediterranea, mentre quello caprino è più tipico dell’arco alpino.

In questo contesto nasce il progetto HaloSheep, con l’obiettivo di sviluppare un sistema di allevamento ovino e caprino agroecologico capace di valorizzare aree marginali e affette da salinizzazione del bacino del Mediterraneo. L’obiettivo della ricerca realizzata nei tre Paesi “pilota” (Grecia, Turchia e Tunisia) è lo studio dell’impiego delle alofite, piante naturalmente tolleranti al sale e in rapida diffusione, come risorsa foraggera alternativa per alimentare pecore e capre al pascolo.

Attraverso un approccio multidisciplinare, il progetto analizza l’impatto di queste specie vegetali sulla produttività, sulla qualità dei prodotti (carne, latte), sul benessere animale in condizioni di stress ambientale, come suoli salini, temperature elevate e carenza idrica. In questo modo, HaloSheep punta a trasformare vincoli ambientali in opportunità, contribuendo alla sostenibilità delle produzioni zootecniche mediterranee. Il progetto è cofinanziato dalla Commissione europea nell’ambito del programma PRIMA – Partnership for Research and Innovation in the Mediterranean Area, un’iniziativa finanziata nell’ambito di Horizon 2020, il programma quadro dell’Unione Europea per la ricerca e l’innovazione. Sono coinvolti sette partner del bacino mediterraneo; maggiori informazioni sono disponibili nel sito del progetto (qui).

Gli allevamenti al pascolo nel Mediterraneo si trovano oggi ad affrontare una serie di criticità ambientali sempre più complesse, che mettono in discussione la loro sostenibilità economica, ecologica e sociale. La crescente scarsità idrica e la frequenza delle ondate di calore, dirette conseguenze del cambiamento climatico, riducono la disponibilità e la qualità dei pascoli naturali, rendendo più difficile garantire un’alimentazione costante ed equilibrata agli animali.

A questo si somma la progressiva salinizzazione dei suoli, particolarmente marcata nelle aree costiere, che limita ulteriormente la capacità produttiva di ecosistemi già fragili. In molti contesti l’eccessivo sfruttamento dei pascoli, dovuto anche alla riduzione delle superfici destinate alla pastorizia, accelera i processi di desertificazione, causando erosione, perdita di sostanza organica e impoverimento della biodiversità, elementi critici per il mantenimento della resilienza ecologica dei pascoli mediterranei.

Un ulteriore elemento critico è rappresentato dalla crescente competizione con l’espansione dell’agricoltura intensiva, l’urbanizzazione diffusa e la pressione del turismo, che riducono e frammentano gli spazi destinati al pascolo, costringendo gli allevatori a operare in condizioni sempre più marginali. Sul piano climatico e ambientale, non va trascurato il ruolo degli allevamenti nella produzione di gas serra, in particolare metano, che pone la pastorizia tradizionale sotto crescente scrutinio nelle politiche di mitigazione del cambiamento climatico.

L’analisi condotta nell’ambito del progetto HaloSheep mediante l’approccio del Life Cycle Assessment (LCA) ha evidenziato che la fermentazione enterica rappresenta la principale fonte di emissioni di gas a effetto serra (GHG), risultando al primo posto in tutte le aziende coinvolte. In media, tale processo è responsabile di circa il 67% delle emissioni complessive, corrispondenti a circa 17,97 kg di CO₂ equivalente (CO₂eq) per azienda. La fermentazione enterica è un processo naturale della digestione dei ruminanti durante il quale i microrganismi presenti nel rumine decompongono il cibo ingerito, producendo metano (CH₄), un gas serra con un potenziale di riscaldamento globale molto più elevato rispetto all’anidride carbonica (CO₂).

A causa dell’efficienza digestiva relativamente bassa rispetto ai monogastrici, i ruminanti generano una quantità di metano maggiore per unità di alimento consumato. Tuttavia, esistono altre fonti di emissione come la gestione dei reflui zootecnici e del suolo, l’uso di fertilizzanti e la produzione di mangimi. Ciononostante, la fermentazione enterica tende a prevalere poiché le emissioni di metano sono continue durante l’intero ciclo di vita dell’animale.

Il valore riportato si riduce quando lo si colloca in un contesto di analisi più ampio che tenga in considerazione gli altri passaggi cruciali della gestione dell’allevamento, come ad esempio il metodo di stoccaggio dei reflui, le condizioni climatiche, le pratiche di gestione del letame e la composizione della dieta degli animali. Per una gestione efficace, è essenziale adottare un approccio olistico, che consideri tutte le fonti di emissione e integri pratiche agricole sostenibili, tecnologie avanzate, politiche di supporto e formazione continua per gli allevatori. Solo attraverso una strategia completa e integrata è possibile ridurre significativamente l’impatto ambientale del settore e promuovere una produzione zootecnica più sostenibile.

Queste problematiche non hanno solo ricadute ecologiche, ma incidono anche sulla dimensione socioeconomica. Le aziende ovine e caprine mediterranee sono spesso di piccole dimensioni, a conduzione familiare e la loro redditività dipende in larga misura dalla stabilità degli ecosistemi pascolivi. La vulnerabilità strutturale di tali sistemi rischia quindi di tradursi in un progressivo abbandono delle aree rurali interne, con perdita di tradizioni, di servizi ecosistemici e di un patrimonio culturale millenario legato alla pastorizia. Tutti questi fattori rendono urgente l’adozione di strategie innovative e agro ecologiche, capaci di trasformare le criticità ambientali in opportunità per rilanciare la sostenibilità e la competitività del settore. Inoltre, le condizioni di stress per gli animali riducono la produttività, limitando la capacità delle aziende di investire e innovare.

Il calo della produzione, soprattutto se ricorrente, diventa un rischio concreto per la sostenibilità delle imprese agricole, per il benessere umano e per la sicurezza alimentare. Per contrastare questo problema, nell’ambito del progetto, si propone l’adozione di buone pratiche mirate al monitoraggio dello stato di salute e alla gestione alimentare. Alcune di queste soluzioni comportano costi aggiuntivi, ma nel lungo periodo si assicura una migliore produttività, nonché la riduzione di alcuni costi, come quelli dei trattamenti sanitari d’emergenza.

Lo studio condotto nell’ambito del progetto HaloSheep ha evidenziato la fragilità di un settore che opera in aree particolarmente esposte agli effetti del cambiamento climatico e che, in molti casi, rappresenta una delle principali fonti di sostentamento per le popolazioni locali. La raccolta di un insieme di buone pratiche ha mostrato come le soluzioni possibili siano molteplici, ma non sempre applicabili in maniera uniforme; le tre aree analizzate – entroterra turco, arcipelago tunisino, litorale greco – offrono un esempio concreto per riflettere su come le soluzioni debbano essere declinate in base alle differenze morfologiche e climatiche.

Studiare i nuovi agroecosistemi emergenti risulta fondamentale, perché permette di sperimentare soluzioni innovative e di dare continuità al percorso della ricerca. A livello del bacino del Mediterraneo, queste dinamiche meritano di essere costantemente monitorate e la cooperazione internazionale si conferma uno strumento prezioso per rafforzare la ricerca e per raggiungere gli obiettivi condivisi, anche quando i contesti di partenza sono molto diversi.

Autori

Annunziata Palamara, Lorena Giglio, Ambra Motta – Centro Ricerche Produzioni Animali (CRPA)

"La Scienza per animali più sani©"

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