Politiche agricole e divari territoriali: un documento per fare chiarezza
Un nuovo report dell’Italian Review of Agricultural Economics analizza le disparità nel settore rurale italiano. Nonostante gli sforzi della PAC, il gap di reddito tra Nord e Sud persiste, mentre la fragilità demografica mina la capacità di attrarre fondi nelle aree interne del Paese

Nel numero speciale della rivista scientifica REA (The Italian Review of Agricultural Economics), coordinata da Francesco Mantino del CREA, diversi ricercatori e accademici hanno presentato nel 2025 una serie di studi sulle disparità settoriali e geografiche in Italia. L’obiettivo della pubblicazione è valutare l’impatto della Politica Agricola Comune (PAC) e delle politiche di coesione nel ridurre i divari economici e demografici che colpiscono le aree rurali, in particolare nel Mezzogiorno. Attraverso l’uso di modelli economici e l’analisi dei dati della rete contabile FADN, gli autori spiegano come i meccanismi di sostegno attuali debbano essere ripensati per affrontare le sfide della programmazione post-2027.
Perché persistono i divari rurali
L’agricoltura italiana vive e sopravvive in un contesto di divergenza economica e demografica tra i territori nazionali. Secondo il rapporto, comprendere queste dinamiche è fondamentale non solo per una corretta analisi accademica, ma soprattutto per orientare i prossimi investimenti europei. Il settore rurale non è infatti un mosaico di realtà in cui le aree montane e le zone marginali soffrono una pressione demografica che ne compromette la vitalità economica.
Il nodo del Mezzogiorno
Il fulcro della questione risiede nella persistenza di ciò che gli esperti definiscono il “problema del Mezzogiorno“, in cui il reddito agricolo non riesce a convergere verso i livelli del settentrione nonostante un sostegno finanziario proporzionalmente più elevato. Questo fenomeno vede i territori dipendere dai sussidi esterni, invece che dalla crescita delle attività economiche interne, creando un ciclo di sottosviluppo che si riattiva non appena il sostegno si ridimensiona. Tale situazione è aggravata da un declino demografico che erode progressivamente la forza istituzionale delle autorità locali e la capacità delle imprese private di investire nel capitale territoriale.
Un circolo vizioso

Innovazione tra nord e sud al 2020
Anche i sistemi di innovazione e conoscenza, noti come AKIS, mostrano una frammentazione critica: nel Sud Italia la propensione all’innovazione rimane sensibilmente inferiore alla media nazionale, limitando la capacità del settore di affrontare sfide cruciali quali la digitalizzazione e l’abbattimento dell’impatto ambientale. Persino le forme cooperative, pur essendo strumenti di stabilità, vedono la loro performance legata strettamente alla dimensione aziendale, penalizzando le realtà più piccole e meno integrate nei mercati internazionali. Questo meccanismo è il cosiddetto cane che si morde la coda, poiché le realtà più piccole e meno integrate allocano meno fondi per l’innovazione.
Statistiche e modelli sull’efficienza dei fondi
Le analisi basate sui dati della rete FADN per il periodo compreso tra il 2014 e il 2022 confermano che il gap di reddito agricolo tra Nord e Sud si è ampliato. Il valore aggiunto netto per azienda è cresciuto mediamente del 17% nel Nord Italia, mentre è rimasto pressoché invariato nelle regioni meridionali, evidenziando una polarizzazione delle performance economiche. Sul fronte della gestione dei fondi europei, i modelli indicano che l’efficienza amministrativa è una variabile determinante: si stima che una riduzione dei ritardi burocratici del 10% potrebbe incrementare la capacità di spesa pro capite tra il 6 e l’8%.
Un collegamento scomodo

Vulnerabilità nelle zone montane
Nelle zone montane italiane, inoltre, lo studio evidenzia una chiara correlazione tra fragilità socioeconomica e rischi ambientali: oltre un quarto dei comuni montani presenta vulnerabilità critiche che favoriscono l’abbandono delle attività agricole, aumentando così il rischio di dissesto idrogeologico. In questo scenario, la risposta dell’offerta agricola mostra come il cambiamento climatico e l’instabilità dei prezzi degli input, come i fertilizzanti, influenzino le decisioni di semina e la resa finale delle colture.
Le prospettive di cambiamento
Per superare la stagnazione dei redditi e i divari territoriali, il messaggio che emerge dal report è chiaro: non sono sufficienti ulteriori trasferimenti monetari, ma occorrono riforme strutturali profonde. Il futuro dell’agricoltura italiana dipenderà dalla capacità di costruire sinergie stabili tra i vari fondi europei, integrando la politica agricola con le politiche di coesione in un unico quadro strategico nazionale. È necessario rafforzare la capacità amministrativa dei territori fragili e investire nella ricerca e nello sviluppo di varietà colturali resistenti agli shock climatici. In conclusione, il passaggio da una pianificazione basata sulla semplice conformità procedurale a una basata sull’evidenza scientifica rappresenta l’unica strada per garantire uno sviluppo rurale equilibrato e sostenibile nel lungo periodo.



















































































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