Quale futuro per le stalle a posta fissa? L’opinione degli allevatori del Veneto che le utilizzano

I risultati di un'indagine condotta su 192 aziende mettono in luce le principali barriere alla conversione delle stalle a posta fissa e la necessità di interventi differenziati che tengano conto delle caratteristiche strutturali ed economiche delle singole realtà

3 Agosto, 2026

La recente raccomandazione dell’European Food Safety Authority (EFSA, 2023) a favore dell’abbandono della posta fissa quale sistema di stabulazione del bestiame da latte ha assunto un ruolo centrale nel dibattito europeo sulle future possibili norme applicabili agli allevamenti bovini. Su questo delicato tema, da un lato l’evoluzione della sensibilità sociale preme la politica europea verso sistemi di allevamento che garantiscano agli animali maggiore libertà di movimento e una completa espressione dei propri comportamenti naturali. Dall’altro, molte stalle a posta fissa sono ancora oggi le principali realtà presenti in contesti ambientali marginali e fragili dove l’allevamento svolge un ruolo che va ben oltre la mera finalità produttiva.

È ben noto, infatti, come soprattutto nelle aree di montagna o collinari le piccole stalle a stabulazione fissa e le mandrie che le utilizzano rappresentino un presidio del territorio che attraverso la gestione di prati e pascoli, contribuisce alla tutela del paesaggio e alla vitalità economica delle comunità rurali. Per questo motivo, parlare di una loro conversione verso la stabulazione libera significa affrontare non solo il tema del benessere animale, ma anche quelli della sostenibilità economica, ambientale e del ricambio generazionale.

Figura 1 Tradizionale stalla a posta fissa.

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In questo delicato dibattito, si inserisce lo studio recentemente pubblicato sulla rivista Italian Journal of Animal Science che ha coinvolto un ampio numero di aziende da latte del Veneto che utilizzano stabulazione fissa (Rigo e coll., 2026). La ricerca realizzata attraverso una collaborazione tra un team di docenti del Dipartimento di Medicina Animale, Produzioni e Salute dell’Università di Padova e l’ufficio tecnico dell’Associazione Regionale Allevatori del Veneto (ARAV), ha coinvolto tutte le 244 aziende a posta fissa della regione iscritte ai controlli funzionali. Attraverso la somministrazione a ciascun allevatore di uno specifico questionario si è voluto conoscere la sua volontà di convertire la propria stalla verso sistemi a stabulazione libera e quali fossero i principali ostacoli verso tale transizione.

Una disponibilità al cambiamento molto limitata

Il tasso di risposta al questionario è risultato molto elevato e pari al 78,7% per un totale di 192 aziende, a dimostrazione della preoccupazione degli allevatori in merito ad un possibile futuro bando della posta fissa a livello europeo. Un aspetto di particolare interesse emerso dall’indagine è che le aziende partecipanti non erano concentrate esclusivamente nelle aree collinari e montane; al contrario, la quota prevalente degli allevamenti era ubicata nelle aree di pianura (Tabella 1). Questa apparente anomalia è riconducibile al fatto che, in Veneto, è ancora presente un numero significativo di piccole aziende a stabulazione fissa, localizzate prevalentemente nelle aree di pianura prossime ai principali comprensori montani, quali l’Altopiano di Asiago, la Lessinia e il Cansiglio bellunese. Durante il periodo estivo, tali aziende praticano tradizionalmente l’alpeggio, trasferendo le mandrie nelle malghe situate in queste aree pre-alpine.

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Il quadro emerso dall’indagine è chiaro: la maggior parte degli allevatori ad oggi non si sente nelle condizioni di affrontare la conversione della propria stalla. Una chiara evidenza a supporto di questa affermazione è emersa dall’analisi della disponibilità dichiarata da ciascun allevatore a passare alla stabulazione libera che è stata valutata utilizzando una scala da 1 a 10, dove 1 indicava “per nulla disponibile” e 10 “pienamente disponibile”. La distribuzione delle risposte, sintetizzata graficamente nella Figura 2, mostra chiaramente come le valutazioni si concentrino soprattutto sui punteggi più bassi: il valore medio medio è risultato pari a 3,23/10 con oltre il 55% degli intervistati che ha indicato il punteggio minimo e solo il 6,3% ha espresso una piena disponibilità al cambiamento.

Figura 2 Disponibilità dichiarata al passaggio alla stalla a stabulazione libera.

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Questi dati indicano che, per molti allevatori, la conversione viene percepita come un cambiamento troppo rischioso o non sostenibile alla luce dell’attuale situazione del comparto zootecnico da latte. Il passaggio alla stabulazione libera sembra richiedere condizioni economiche, strutturali e organizzative che non tutte le aziende possiedono.

Questa scarsa propensione al cambiamento va letta alla luce delle caratteristiche delle aziende coinvolte. La dimensione media della mandria era di circa 40 capi, con una produzione media giornaliera di latte per vacca pari a circa 21,6 kg. Circa l’80% delle stalle non era stato oggetto di importanti ristrutturazioni negli ultimi 30 anni, un dato che evidenzia quanto la conversione richiederebbe, in molti casi, interventi edilizi molto rilevanti e investimenti difficili da sostenere. Anche il profilo degli allevatori aiuta a spiegare il risultato: l’età media dei conduttori era di 53 anni e circa il 15% degli intervistati aveva più di 67 anni, attuale età di riferimento per il pensionamento di anzianità.

La disponibilità al cambiamento è risultata maggiore per gli allevatori più giovani, per le aziende con mandrie più numerose, con reddito più elevato e con disponibilità di manodopera familiare o esterna. Al contrario, età avanzata, presenza di un unico operatore, superfici agricole limitate e incertezza sul ricambio generazionale erano elementi associati a una minore disponibilità alla conversione.

Cosa frena il cambiamento: i costi ma non solo!

Una seconda parte dell’indagine ha voluto analizzare quali siano i maggiori ostacoli percepiti dagli allevatori nei confronti della conversione alla stabulazione libera della propria stalla. A tale scopo è stato proposto un elenco di possibili fattori che potrebbero contribuire a frenare la transizione che sono stati valutati mediante una scala a 10 punti (1 = non rilevante; 10 = molto rilevante). Come evidenziato nella Figura 3, le principali barriere emerse hanno riguardato i costi di investimento, la necessità di contributi economici o accesso al credito, l’incertezza sul rapporto tra costi e benefici, la mancanza di spazio per l’adeguamento della struttura, le difficoltà nell’ottenere l‘autorizzazione edilizia e la ridotta dimensione aziendale.

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Al contrario, gli allevatori considerano decisamente meno importanti le barriere legate alla necessità di una formazione specifica o di competenze tecniche necessarie per gestire una stalla a stabulazione libera. Ciò che manca non è dunque tanto la conoscenza, quanto la presenza di condizioni economico-finanziarie e logistiche tali da giustificare la ristrutturazione della propria stalla.
Una transizione non accompagnata da misure adeguate di sostegno economico potrebbe quindi avere effetti inattesi e tuttaltro che favorevoli, come la probabile scomparsa di numerose aziende meno strutturate e la conseguente possibile accelerazione di dinamiche di abbandono del territorio. Nel campione analizzato, circa il 60% delle aziende praticava il pascolo, confermando il ruolo multifunzionale che questi allevamenti svolgono, in particolare nelle aree rurali più marginali. Oltre alla produzione zootecnica, essi contribuiscono infatti al mantenimento di prati e pascoli, contrastando i processi di abbandono del territorio, favoriscono la conservazione del paesaggio e sostengono economie locali spesso caratterizzate da una maggiore fragilità. In questo contesto, l’introduzione di misure volte a migliorare il benessere animale dovrebbe essere accompagnata da adeguati strumenti di sostegno, al fine di evitare effetti indesiderati sulla sostenibilità di aziende che svolgono un’importante funzione ambientale, economica e sociale nelle aree più vulnerabili.

Verso una transizione progressiva e differenziata

Il miglioramento del benessere animale rimane un obiettivo imprescindibile per la moderna zootecnia, ma i risultati di questo studio evidenziano come soprattutto nelle aree rurali più fragili e marginali esso debba essere perseguito tenendo conto della capacità di adattamento delle aziende tradizionali. Una possibile via è quella di distinguere tra aziende che presentino una concreta possibilità di conversione e aziende per le quali una trasformazione completa risulta oggi difficilmente praticabile. Nel primo caso, sarebbero fondamentali contributi mirati, un accesso agevolato al credito e una semplificazione del carico burocratico delle procedure amministrative necessarie per l’adeguamento strutturale.

Nel secondo caso, si potrebbe ipotizzare il mantenimento della stabulazione a posta fissa, subordinandolo tuttavia all’adozione di misure in grado di garantire un concreto miglioramento del benessere animale. Tra queste potrebbero rientrare l’obbligo di assicurare agli animali un periodo minimo di libertà di movimento (3/4 mesi?) attraverso l’accesso al pascolo o a paddock esterni. È chiaro che si tratterebbe di un compromesso che non assicura tutti vantaggi della stabulazione libera, ma che potrebbe evitare la perdita di un rilevante numero di aziende con conseguenze socio-economiche e ambientali decisamente allarmanti.

Il dato più importante che emerge dallo studio è che la bassa disponibilità al cambiamento non deve essere interpretata come resistenza culturale o chiusura all’innovazione. In molti casi, essa riflette una valutazione razionale delle condizioni aziendali: investire cifre molto elevate in una nuova struttura può risultare insostenibile per un allevatore anziano, con pochi capi, senza successore e con superfici limitate. Allo stesso tempo, ignorare il tema del benessere animale non è più possibile, né dal punto di vista etico né da quello normativo e di mercato. La sfida dei prossimi anni sarà quindi trovare un equilibrio tra obiettivi diversi ma interconnessi: migliorare il benessere delle bovine, garantire la sostenibilità economica delle aziende, favorire il ricambio generazionale e preservare il ruolo dell’allevamento nella gestione delle aree agricole più fragili.

In conclusione, il futuro delle stalle a posta fissa richiede un approccio che tenga conto dell’eterogeneità dei sistemi produttivi e dei contesti territoriali in cui essi operano. Un eventuale percorso di transizione dovrebbe essere graduale, sostenuto da adeguate misure di accompagnamento e differenziato in funzione delle specificità locali. Saranno pertanto necessarie politiche flessibili, capaci di conciliare il miglioramento del benessere animale con la sostenibilità economica delle aziende e con la tutela delle funzioni ambientali e sociali che esse svolgono, in particolare nelle aree montane e marginali. Un approccio di questo tipo consentirebbe di promuovere un effettivo avanzamento degli standard di benessere animale senza compromettere la sopravvivenza di numerose piccole aziende e il loro fondamentale contributo alla conservazione del paesaggio, alla gestione del territorio e alla vitalità delle comunità rurali.

Fonte: la presente nota è tratta e adattata dall’articolo scientifico “Dairy farmers’ willingness and barriers to transitioning from tie-stall to loose housing under a potential European ban: evidence from the Veneto region (Italy).”, di Rigo, F., Magrin, L., Contiero, B., Lora, I., Gottardo, F., Cozzi, G. 2026 pubblicato sul Italian Journal of Animal Science, 25(1), 905–918 https://doi.org/10.1080/1828051X.2026.2684113

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Da leggere - Luglio 2026

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