La Sopravissana raccontata da un pastore-poeta

Dagli oltre 2.500 versi di Agostino Annibaldi, una preziosa testimonianza del 1942 sulle caratteristiche, la selezione e l’allevamento di una delle razze ovine più rappresentative della tradizione appenninica

20 Ottobre, 2026

Nell’anno internazionale dei pascoli e dei pastori (QUI), fortemente voluto dalla FAO per mettere in risalto il loro essenziale contributo ai sistemi agroalimentari sostenibili, alla conservazione della biodiversità e alla resilienza climatica, tre studiosi contemporanei hanno organizzato diversi eventi, tra Lazio e Abruzzo, per far presentare il loro lavoro: un libro all’interno del quale viene integralmente riportato un poema di ottantaquattro anni fa, dal prezioso contenuto storico e culturale.

Stiamo parlando del volume intitolato “Gregge romane” Poema di Agostino Annibaldi a cura di Elio Di Michele, Giampiero Giamogante e Roberta Tucci; un’opera che permette di riscoprire il mondo della pastorizia dell’Italia centrale, attraverso gli occhi di chi lo ha vissuto in prima persona, dettaglio che la rende unica nel suo genere.

Il lavoro si apre con una parte introduttiva per poi lasciare spazio al testo integrale del poema. Oltre 2.500 versi, suddivisi in dodici canti, composti da Agostino Annibaldi, un allevatore di pecore originario di Poggio Cancelli, una frazione di Campotosto, in provincia dell’Aquila. La sua vita era profondamente legata alla pastorizia e alla transumanza, la pratica che portava le greggi dagli Appennini verso la campagna romana durante i mesi più freddi.

Terminato nel 1942, attraverso il susseguirsi delle stagioni Annibaldi racconta la vita dei pastori, il lavoro quotidiano, gli spostamenti delle greggi, le caratteristiche delle pecore e l’importanza dei pascoli. Ma anche la tosatura, la caseificazione, le musiche, le feste e la religiosità.

Le sue parole restituiscono la fotografia di un mondo fatto di saperi tramandati nel tempo, fatica, esperienza e profondo legame con il territorio.

L’aspetto più interessante dell’opera è la capacità dell’autore di unire le approfondite conoscenze del mestiere di allevatore alla sensibilità del poeta. Annibaldi conosce bene ciò di cui scrive, e riesce a trasformare le sue esperienze quotidiane in versi, offrendo al lettore una testimonianza autentica di una cultura che ha segnato per secoli la storia delle comunità appenniniche.

Nonostante alcuni passi di questo manoscritto fossero già stati ripresi da Romolo Trincheri nel 1953, nella sua opera “Vita di pastori nella campagna romana“, il poema di Annibaldi è rimasto perlopiù sconosciuto ed inedito fino ai giorni nostri, quando i tre autori: Elio Di Michele, Giampiero Giamogante e Roberta Tucci, hanno deciso di pubblicarlo integralmente, corredandolo con note, testi critici, approfondimenti e materiale fotografico.

Si è anche tentato di ricostruire la biografia della vita di Agostino Annibaldi, ma le poche fonti a disposizione e la brusca interruzione della sua esistenza nel 1944, a causa degli eventi bellici, hanno reso l’intento poco realizzabile.

Quello che però ha lasciato, e che è stato egregiamente valorizzato dal lavoro dei summenzionati professionisti, non è soltanto un poema sulla pastorizia, ma anche una testimonianza storica e culturale di grande valore.

“Gregge romane” è un libro che aiuta a comprendere le tradizioni, il lavoro e la vita dei pastori di un tempo, conservando la memoria di un mondo che rischia di essere dimenticato. Una lettura preziosa per chi ama la storia rurale, le tradizioni locali e il rapporto profondo tra uomo, animali e territorio, e un modo per farlo scoprire a chi è lontano da tutto ciò.

Considerando il nostro grande interesse per le razze di ruminanti, per le quali abbiamo anche una specifica rubrica di approfondimento intitolata “Vi raccontiamo le razze“, e alla luce dei diversi contributi già pubblicati sulla pecora Sopravissana (QUI), abbiamo ritenuto interessante riproporre il testo integrale terzo del terzo canto del poema, nel quale la descrizione di questi ovini è sviluppata con precisione e dovizia di particolari.

(…)

CANTO III. PECORA SOPRAVVISSANA


Ormai per altre vie su tutti i monti,
tutti han fatto ritorno i miei pastori⁸⁷.
Dalla cresta tagliente della Laga,
in un giorno sereno e trasparente,
dai mille e mille e più metri d’altezza,
donde si scorge e l’uno e l’altro mare,
possiamo ritrovar col guardo acuto
i centri dei pastor: culle d’un’arte
varia e di vari stili⁸⁸. È ben notare
che se nelle maremme vive e acquista
merito principale pei prodotti,
pel reddito complesso ciascun gregge,
non mai si troverà che alcun pastore
sia nato oppur cresciuto nelle zone
dei bassi litorali o di colline.
Questa è una dura vita riservata
alle tempre montane: a quelle genti
che sanno ben lottar con fiera forza
contro avversi elementi, ereditata
dagli incorrotti padri, e mai minate
dai dolci e rei velen delle città.
Guardando a sud oltre il Gransasso, i monti
sono goduti dai pastor che vanno
nelle Puglie a svernare⁸⁹. Hanno uno stile
diverso, altri criteri, altri sistemi,
forse ancora antiquati, o forse imposti
dalle necessità del vario ambiente
climatico e sociale della Puglia.
Essi hanno delle pecore di tipo
ben definito, e son pregiate assai
per finezza di lana, molto affine
alla schietta merino⁹⁰, per cui vanta
indiscusso primato; ma nel resto
son superate assai dalle romane.
E di queste parliamo. Il prototipo
d’esse ha la culla oltre il Vettore, (a nord
del monte in cui sediamo), tra le Marche
e l’Umbria, issata tra giogaie e gole.
Visso n’è il centro, che da tempo immemore
ne coltiva l’industria, ed è abitato
da gente operosissima e incorrotta.
Un tempo le sue pecore robuste
erano e resistenti alle intemperie,
specialmente i neonati, e produttrici
di latte copiosissimo, e capaci
di sopportar gli stenti; ma assai greggia
n’era la lana e in quantità ridotta.
Vissane furon dette⁹¹; ed esse in Roma
furono le più eccelse e più apprezzate;
finché non sorse, nei decenni estremi
del secolo passato, in Visso un genio
creatore di pecore sublimi.
Rosi ebbe nome. Egli attingendo in varie
parti del mondo i tipi più perfetti,
li fuse e li incrociò tra loro, a lume
di speciali criteri da seguire,
intonati all’ambiente, al trattamento
che vigeva nell’agro e al rendimento
vario che quivi il gregge deve dare;
e fu un capolavoro. A buon diritto
furon nomate poi sopravvissane.
Oggi ognuno le ammira e le ricerca:
e per quanto la scienza o l’esperienza
van tentando altri incroci o migliorie,
sempre al tipo di Rosi ha da tornare.
È grande di statura, ha corta gamba,
è quadrata nel corpo, ha nell’insieme
aspetto di bellissima imponenza.
Ha le mammelle vaste e sviluppate:
capezzoli assai grandi con meati
ampi e docili: ha tutta ricoperta
la superficie di robusta lana,
fino all’unghie dei piedi e fino agli occhi.
Essa è ben densa e lunga, ed ha finezza
che alla merino sta per uno a due;
ma in compenso è più forte ed è maggiore
il rendimento del complesso vello.
Non ha pieghe sul collo e né sui fianchi;
per cui gli agnelli suoi, nati vestiti
di compatta lanuria e essendo indotti
a vivere all’aperto notte e giorno,
non vengon tartassati dai tempacci.
(Eppoi, purtroppo l’esperienza insegna
che la pelle ondulata è segno certo
di linfatismo, almen nei nostri climi.)
Ha un incedere lento: anche il belato
è di tono solenne, e col pastore
mostra dimestichezza ed amistà⁹².
Però s’intende, per produrre il frutto
complesso⁹³, essa ha bisogno d’alimenti
né scarsi e né scadenti tutto l’anno.
Or su tale esemplare tutti i probi
allevator dell’Agro hanno plasmato
i loro vari armenti. Chi al pugliese⁹⁴
l’innesta in parti eguali, e chi per meno:
chi tenta avvicinarsi alla perfetta
imitazione, e chi sulle vissane
ne immette un contingente limitato.
Oggi non v’è più pecora romana
che con essa non abbia parentela.
Oltre al sangue influisce fortemente
la qualità del cibo e l’abbondanza,
a ben costituir tipici greggi.
È soprattutto il pascolo montano
che concorre in misura rilevante,
a preservar l’insieme della razza.
E per questo avveduti pecorari⁹⁵,
con affannose gare e forti prezzi,
acquistano quei luoghi⁹⁶, già provati
per qualità migliori e quantità.
In quanto a quelli estivi, i superiori
indiscutibilmente e risaputi
ormai da tutti, son quei monti aventi
una carsica roccia, contenente
qualche parte d’asfalto; e quelli sono
prossimi alla Maiella, e che da questa
vanno verso il Gransasso e verso il Fucino.
Segue l’umbro appennino e marchegiano,
Amatrice⁹⁷, Leonessa ed il bacino
del Salto, e poi la zona sublacense
con i prossimi monti frusinati.
Ultima è la Sabina, mal fornita
di gruppi di montagne vere e proprie.
E si sappia che sotto ai mille metri,
e al disopra ai trecento d’altitudine,
pei greggi transumanti⁹⁸ e mercantili⁹⁹,
il pascolo è malsano e non nutriente.
Forse scarso d’ossigeno e d’azoto
povero, per la propria ubicazione,
scapita¹⁰⁰ fortemente in qualità.

(…)

Considerato il livello di questo lavoro, consigliamo vivamente la lettura dell’opera completa, di cui sono disponibili maggiori informazioni nella nostra sezione “libri” cliccando QUI!

 

Da leggere - Ottobre 2026

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