Accordo USA–UK su carne bovina e bioetanolo: un precedente che dovrebbe far riflettere anche l’Italia

Il nuovo accordo commerciale tra Stati Uniti e Regno Unito apre le porte ai prodotti agricoli americani, tra cui carne bovina e bioetanolo, ma la National Farmers Union esprime le sue preoccupazioni. L’Italia è tra i prossimi paesi target dell’aggressiva strategia commerciale dell’USDA

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13 Maggio, 2025

A margine delle celebrazioni per l’80° anniversario della Vittoria in Europa, il Presidente Donald Trump ha annunciato un accordo commerciale di massima con il Regno Unito che promette di rivoluzionare l’accesso al mercato agricolo britannico per i prodotti statunitensi. Il patto, che riguarda in particolare il comparto della carne bovina e dei biocarburanti, è stato accolto con entusiasmo dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA), ma con molta più cautela dalla controparte britannica.

Nel comunicato ufficiale, il Segretario all’Agricoltura USA Brooke Rollins ha definito l’intesa “storica”, sottolineando come essa garantisca “un accesso senza precedenti alla carne bovina e all’etanolo americani” per un valore complessivo stimato di 5 miliardi di dollari in nuove esportazioni. L’accordo prevede, nello specifico, l’accesso di 13.000 tonnellate di carne bovina al mercato britannico, insieme a 1,4 miliardi di litri di etanolo statunitense esente da dazi.

Ma mentre oltreoceano si festeggia, a Londra si sollevano perplessità.

Le preoccupazioni degli agricoltori britannici

Il presidente della National Farmers Union (NFU), Tom Bradshaw, ha espresso seria preoccupazione per l’impatto che questo accordo potrebbe avere sui produttori locali. “Nessuno voleva trovarsi in questa situazione,” ha affermato, riferendosi all’effetto domino provocato dai dazi imposti dagli Stati Uniti lo scorso aprile su acciaio, alluminio e altri beni. L’agricoltura, secondo Bradshaw, si trova a pagare il prezzo per mantenere in equilibrio altri settori dell’economia.

“La preoccupazione principale è che due settori agricoli siano stati scelti per farsi carico del pesante onere della rimozione delle tariffe per gli altri settori dell’economia” ha dichiarato il presidente della NFU Tom Bradshaw.

La carne bovina è una delle voci più sensibili: se da un lato si parla solo di carni senza ormoni, dall’altro l’arrivo di volumi significativi a prezzi potenzialmente più competitivi rischia di destabilizzare il mercato locale, con conseguenze per gli allevatori britannici, noti per standard qualitativi ed ambientali elevati.

Un altro punto critico riguarda il bioetanolo. La NFU ha sottolineato come l’ingresso di grandi quantità di etanolo americano – spesso prodotto a costi inferiori grazie a economie di scala e sussidi federali – potrebbe minacciare la redditività della filiera britannica dei biocarburanti. Non solo: si teme anche un impatto indiretto sul settore mangimistico, poiché il bioetanolo prodotto localmente genera sottoprodotti impiegati nella zootecnia.

E se domani toccasse all’Italia?

L’accordo USA–UK non è un caso isolato. È solo il primo passo di una serie di missioni commerciali annunciate dal Segretario Rollins, che nei prossimi mesi visiterà Giappone, Vietnam, Brasile, Perù, India… e anche l’Italia. E proprio nel comunicato dell’USDA, si fa riferimento al nostro Paese come a una nazione che impone “barriere non tariffarie arbitrarie” ai prodotti agricoli americani. Un linguaggio che preannuncia un confronto commerciale diretto e potenzialmente acceso.

Quali potrebbero essere, dunque, le implicazioni per l’Italia? Se venisse proposto un accordo simile a quello siglato con Londra, il nostro mercato della carne bovina – che fatica già a competere con i prezzi delle importazioni sudamericane – rischierebbe ulteriori pressioni al ribasso. Anche l’arrivo di bioetanolo statunitense potrebbe destabilizzare una filiera italiana che, pur non particolarmente estesa, ha valore strategico sia per la produzione di energia rinnovabile sia per l’agricoltura integrata (si pensi all’uso dei sottoprodotti nei digestori anaerobici).

Va inoltre ricordato che, a differenza del Regno Unito, l’Italia è ancora pienamente all’interno del mercato unico europeo, soggetta quindi a regolamenti e standard che, almeno per ora, limitano l’ingresso di alcuni prodotti agricoli statunitensi. Ma se dovesse avanzare una nuova strategia di accordi bilaterali UE–USA, oppure se si aprissero canali preferenziali per le importazioni americane, il rischio di una “americanizzazione” dell’agricoltura italiana diventerebbe più concreto.

Una partita geopolitica, non solo agricola

L’accordo USA–UK non è solo una questione di mercato, è l’ennesima dimostrazione di come l’agricoltura sia oggi una leva strategica nelle relazioni geopolitiche. Il comparto primario viene utilizzato come moneta di scambio, spesso sacrificato per ottenere vantaggi su fronti industriali o militari. Ecco perché l’Italia – e più in generale l’Unione Europea – dovrebbero osservare con attenzione quanto avvenuto nel Regno Unito.

Prepararsi oggi a tutelare i propri standard produttivi, la qualità delle filiere, e l’equilibrio interno del mercato agricolo significa evitare domani di trovarsi a negoziare in posizione di debolezza. L’esperienza britannica ce lo insegna: quando il commercio si fa geopolitico, l’agricoltura può facilmente diventare terreno di scambio. E di scontro.

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