Cibi ultra-processati e salute cognitiva: un nuovo possibile legame

Un nuovo studio australiano rivela che un consumo elevato di alimenti ultra-processati potrebbe compromettere l’attenzione e aumentare il rischio di demenza, indipendentemente dalla qualità complessiva della dieta

cibi-ultraprocessati
13 Maggio, 2026

IN BREVE

Lo studioUltra-processed food intake, cognitive function, and dementia risk“, pubblicato sulla rivista scientifica Alzheimer’s & Dementia: Diagnosis, Assessment & Disease Monitoring, ha esaminato 2.192 adulti senza demenza evidenziando che ogni aumento del 10% nel consumo di cibi ultra-processati (UPF) riduce i punteggi di attenzione e innalza il rischio di demenza. I risultati dimostrano che l’impatto negativo della lavorazione industriale sulle funzioni cognitive persiste indipendentemente dall’aderenza alla dieta mediterranea, suggerendo che il grado di trasformazione possa essere un fattore di rischio indipendente per la salute cerebrale.

L’ascesa degli alimenti ultra-processati nella dieta moderna

La proliferazione globale dei cibi ultra-processati, definiti come formulazioni industriali composte da ingredienti raffinati e additivi cosmetici con un contenuto minimo di alimenti integrali, ha sollevato profonde preoccupazioni per la salute pubblica. In nazioni ad alto reddito come l’Australia, questi prodotti costituiscono circa il 42% dell’apporto energetico totale, una tendenza che si sta espandendo anche nei paesi a medio e basso reddito. Sebbene sia noto che il consumo di tali alimenti sia legato a oltre trenta esiti negativi per la salute, tra cui malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2 e obesità, solo recentemente l’attenzione si è spostata sui potenziali danni alle funzioni cerebrali. Ciò che si vuole indagare è se il danno derivi dalla carenza di nutrienti essenziali o se le sostanze prodotte durante la trasformazione industriale giochino un ruolo attivo nel declino cognitivo. Per questo, un team di ricercatori guidato dalla Monash University ha analizzato i dati di oltre duemila adulti residenti in Australia per capire se il grado di trasformazione degli alimenti influenzi le funzioni cerebrali. L’indagine è stata condotta per verificare se l’assunzione di prodotti industriali potesse rappresentare un fattore di rischio autonomo per la demenza, distinguendo l’effetto della lavorazione da quello della qualità nutrizionale più in generale. 

Oltre la qualità della dieta

Per approfondire questa relazione, i ricercatori hanno utilizzato il sistema Nova, che classifica gli alimenti in base alla lavorazione industriale piuttosto che alla loro sola composizione chimica. Molti indici di qualità dietetica comuni, come la dieta mediterranea, si concentrano sull’assunzione di nutrienti benefici, ma potrebbero non catturare pienamente i rischi derivanti da additivi, emulsionanti o contaminanti da imballaggio presenti nei prodotti trasformati. Lo studio ha quindi cercato di determinare se un’alimentazione ricca di prodotti industriali possa nuocere alle funzioni cognitive anche in individui che, per altri versi, mantengono un regime alimentare apparentemente equilibrato.

Materiali e metodi

La ricerca si è basata su un’analisi trasversale di 2.192 adulti australiani di età compresa tra i 40 e i 70 anni, partecipanti all’Healthy Brain Project, anlizzati tra il 2016 e il 2023. La dieta è stata valutata attraverso un questionario validato sulla frequenza alimentare (FFQ) che copre 130 voci, atto a stimare l’abituale assunzione di cibo negli ultimi dodici mesi. Per misurare le funzioni cognitive, i partecipanti hanno completato la Cogstate Brief Battery, una serie di test computerizzati che valutano la velocità di elaborazione, l’attenzione visiva e la memoria di lavoro. Il rischio di demenza è stato invece stimato tramite lo strumento CAIDE (Cardiovascular Risk Factors, Aging, and Incidence of Dementia), che considera fattori come età, istruzione, pressione sanguigna e indice di massa corporea.

Un confronto tra modelli

Il punteggio CAIDE originale è un modello validato per predire il rischio di demenza a vent’anni basato su una combinazione di fattori non modificabili e variabili legate allo stile di vita. Questo sistema assegna un punteggio da 0 a 15 considerando età, sesso, livello di istruzione, indice di massa corporea, pressione sanguigna, colesterolo e attività fisica.

Nello studio specifico, tuttavia, è stata introdotta una versione modificata del CAIDE per isolare meglio l’impatto dei fattori direttamente influenzabili dalle scelte alimentari. A differenza della versione standard, il CAIDE modificato esclude i parametri fissi come l’età, il sesso e l’istruzione, concentrandosi esclusivamente su fattori di rischio cardiometabolico modificabili. Questo punteggio ridotto spazia da 0 a 7 punti e include solo la storia di ipertensione, l’ipercolesterolemia, l’attività fisica e il peso corporeo. Tale distinzione permette di osservare come il consumo di prodotti industriali agisca specificamente sulle vie biologiche che il soggetto può controllare attraverso il comportamento; tuttavia, gli stessi autori dello studio sottolineano che questa versione non è ancora validata ufficialmente come strumento predittivo autonomo della demenza. Il suo uso in questa ricerca deve quindi essere considerato di natura esplorativa, senza delegittimare i risultati ottenuti. 

Risultati ed evidenze del declino dell’attenzione

upf

I dati emersi dall’analisi statistica hanno rivelato che gli alimenti ultra-processati contribuiscono mediamente al 41% dell’apporto energetico giornaliero del campione, con i dolci lattiero-caseari, le bevande zuccherate e le carni lavorate tra i prodotti più consumati. Ogni incremento del 10% della quota di questi alimenti nella dieta è stato associato a una diminuzione di 0,05 punti del punteggio di attenzione e a un aumento di 0,24 punti nel rischio di demenza. Un dato particolarmente significativo è che queste associazioni sono rimaste invariate anche dopo aver corretto i modelli per l’adeguatezza alla dieta mediterranea e per l’indice di massa corporea. Al contempo, non è stata rilevata alcuna associazione significativa tra l’assunzione di cibi ultra-processati e le funzioni mnemoniche, suggerendo che l’attenzione possa essere un dominio cognitivo più vulnerabile agli stress ambientali e fisiologici indotti da una dieta povera.

Possibili meccanismi biologici 

Le ragioni dietro questi risultati potrebbero risiedere in molteplici percorsi biologici, a partire dalla distruzione della matrice alimentare che riduce la presenza di fitochimici e di vitamine protettive. Inoltre, la lavorazione industriale può introdurre sostanze nocive come acrilammide, ftalati e bisfenoli. Tale alterazione può innescare un’infiammazione persistente e aumentare la permeabilità intestinale, influenzando negativamente la neurotrasmissione attraverso l’asse intestino-cervello. I grassi saturi e gli zuccheri aggiunti, tipici di questi prodotti, contribuiscono inoltre a lesioni cerebrovascolari che colpiscono selettivamente i domini cognitivi dipendenti dalla salute dei vasi sanguigni, come appunto l’attenzione.

Limiti dello studio

Nonostante la qualità del lavoro, la ricerca fotografa una situazione in un unico istante temporale, indebolendo la certezza di un rapporto di causa-effetto. Inoltre, l’utilizzo di dati auto-riportati tramite questionari online espone il lavoro a possibili errori di memoria o pregiudizi di risposta da parte dei partecipanti, non potendo essere verificati direttamente dai clinici. Nonostante questo, i risultati sono importanti e l’uso di versioni modificate dei punteggi di rischio, pur essendo utile a scopo di ricerca, evidenzia la complessità di misurare e standardizzare processi biologici che si sviluppano in decenni. 

Considerazioni finali 

In conclusione, dallo studio emerge che un elevato consumo di cibi ultra-processati potrebbe rappresentare una minaccia concreta per la salute cognitiva, accelerando i fattori di rischio legati alla demenza già a partire dalla mezza età. L’evidenza che il danno avvenga indipendentemente dalla qualità generale della dieta suggerisce che la semplice aggiunta di alimenti sani non sia sufficiente a compensare i rischi derivanti da una massiccia presenza di prodotti industriali. Sviluppi futuri della ricerca dovranno chiarire i meccanismi causali attraverso studi longitudinali, ma lo studio ricorda che la protezione del cervello inizia molto prima della comparsa dei sintomi, rendendo le scelte alimentari di oggi un investimento cruciale per il domani.

“Ultra-processed food intake, cognitive function, and dementia risk” di Barbara R. Cardoso, Euridice Martinez Steele, Barbara Brayner, Xinyi Yuan1Lisa Bransby, Hannah Cummins, Yen Ying Lim, Priscilla MachadoApril 2026. DOI: https://doi.org/10.1002/dad2.70335

Per approfondire:

UPF e diabete di tipo 2

Proposta di legge ban pubblicità UPF

Image used alone as a linked logo

Da leggere - Luglio 2026

Condividi questa notizia!