Ha ancora un senso controllare l’urea nel latte?

Dopo anni di attenzione e dibattiti, il monitoraggio dell’urea nel latte torna al centro della discussione: biomarcatore utile o parametro superato? Un’analisi su 82 milioni di dati offre nuove risposte su salute, fertilità e alimentazione delle bovine da latte

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20 Ottobre, 2025

Il latte, oltre a essere una straordinaria fonte di nutrienti, è anche una preziosa miniera di informazioni per comprendere se un allevamento o un singolo animale si trovano in buone condizioni o presentano problemi. La ricerca scientifica, pur considerando tutti i ruminanti domestici da latte, si è concentrata soprattutto sulle bovine da latte.

Nel latte sono presenti molecole come l’urea, il β-idrossibutirrato (BHBA) e gli acidi grassi, ormoni come il progesterone, ed enzimi e cellule come quelle somatiche, che possono essere misurati e fornire utili indicazioni sullo stato di salute delle bovine.

Tra questi, l’urea è stata negli anni quella maggiormente utilizzata, sia nel latte di massa che in quello individuale. Negli anni ’90, alcuni ricercatori statunitensi evidenziarono agli allevatori e ai tecnici, come i buiatri e i nutrizionisti, che un eccesso di azoto ureico nel sangue poteva peggiorare il già negativo bilancio energetico delle bovine al picco di lattazione e influenzare il pH uterino, condizionando di conseguenza la fertilità.

I caseifici analizzano l’urea del latte di massa per altri motivi; in passato, lo facevano anche per contrastare indirettamente un uso eccessivo di erba nell’alimentazione del bestiame, che poteva interferire negativamente con l’attitudine casearia e dare al latte un colore leggermente giallognolo, aspetto non sempre gradito in alcuni formaggi.

L’urea del latte di massa, sulla base dei lavori statunitensi citati in precedenza, veniva monitorata perché considerata potenzialmente rischiosa per la fertilità delle bovine, in quanto espressione di un generico “eccesso proteico”. A questo si aggiunse una presunta correlazione empirica tra eccesso proteico, urea, mastite e zoppie, mai però completamente dimostrata scientificamente.

Il progresso della ricerca e l’esperienza pratica d’allevamento hanno ridimensionato l’interesse per la determinazione dell’urea di massa, sia per la limitata corrispondenza con i problemi citati, sia per la grande variabilità giornaliera dei valori. Nonostante siano molti anni che nei tabulati dell’Associazione Italiana Allevatori (AIA) è disponibile il dato sull’urea individuale, questo viene poco utilizzato in pratica, anche se rappresenta un biomarker importante per monitorare efficienza e salute dei singoli animali.

Nel Sintetico Collettivo di AIA viene riportato il valore dell’urea di massa e la percentuale di bovine che, il giorno del controllo, presentavano una concentrazione di urea nel latte superiore a 36 mg/dl o inferiore a 20 mg/dl. È di fatto impossibile individuare un valore soglia preciso, sia massimo che minimo, per l’urea nel latte individuale. Tuttavia, il Sintetico Collettivo risulta utile perché consente di confrontare numerosi parametri del giorno del controllo, del mese precedente, della propria media mobile annuale, del dato medio mensile della provincia e di tutti gli allevamenti italiani.

Figura 1 – Sintetico collettivo della razza Frisona Italiana

Un’urea individuale molto alta o molto bassa rappresenta un fattore di rischio o predittivo dei seguenti eventi:

Tabella 1 – Eventi correlabili alla concentrazione dell’urea nel latte.

Per utilizzare correttamente il parametro “percentuale di bovine con urea del latte individuale alta, media o bassa” è importante conoscere come il suo andamento sia influenzato dai giorni medi di lattazione.

Per analizzare questo parametro ANAFIBJ ci ha fornito i dati dell’urea individuale media, raccolti da AIA tramite le ARA nel corso dei controlli funzionali negli allevamenti di razza Frisona soci di questo ente selezionatore, che rappresentano buona parte degli allevamenti italiani di Frisona.

Il periodo considerato va dal 2010 al 2025, e ANAFIBJ ha elaborato 82.872.711 informazioni derivanti dai controlli funzionali effettuati dall’Associazione Italiana Allevatori.

Nelle tabelle sottostanti vengono riportate le frequenze percentuali dei valori classificati come Alti (>36 mg/dl), Medi (20–36 mg/dl) e Bassi (<20 mg/dl) per il periodo 2010-2025 nella Frisona italiana che partecipa al programma di selezione genetica nazionale.

Urea individuale alta (>36 mg/dl) – Classe A

È evidente che le bovine con valori alti di urea individuale rappresentano una percentuale relativamente bassa del totale analizzato. Questo valore tende ad aumentare con l’avanzare dei giorni di lattazione, dopo il periodo iniziale di 5–15 giorni, quando il ricorso agli aminoacidi delle proteine labili è molto elevato e condiziona la sintesi epatica di urea.

Figura 2 – Media tra gli anni 2010-2025 della percentuale di bovine con concentrazione di urea alta nel latte in funzione della fascia dei giorni dal parto.

Urea individuale media (20 – 36 mg/dl) – Classe M

In questa classe, dal range molto ampio, ci sono i valori ritenuti normali. Qui troviamo oltre il 50% delle bovine. I valori seguono l’andamento visto per la classe A, ossia crescente in funzione dei giorni dal parto.

Figura 3 – Media tra gli anni 2010-2025 della percentuale di bovine con concentrazione di urea media nel latte in funzione della fascia dei giorni dal parto.

Urea individuale bassa (< 20 mg/dl) – Classe B

All’interno di questa classe troviamo circa il 25 al 45% delle bovine, con una di tendenza opposta alle altre classi perché la percentuale di animali che esibisce i valori bassi diminuisce con l’aumentare dei giorni di lattazione.

Figura 4 – Media tra gli anni 2010-2025 della percentuale di bovine con concentrazione di urea bassa nel latte in funzione della fascia dei giorni dal parto.

Andamento negli anni

Dalla sottostante figura riassuntiva possiamo notare che negli ultimi dieci anni sia i valori percentuali che il rapporto con i giorni di lattazione sono rimasti sostanzialmente invariati nonostante i notevoli incrementi produttivi (latte, grasso e proteine) che la Frisona italiana ha avuto.

Figura 5 – Percentuale negli ultimi 10 anni di bovine con concentrazione di urea bassa, media e alta nel latte in funzione della fascia dei giorni dal parto.

Conclusioni

I grafici riportati in questo articolo divulgativo mostrano l’andamento medio di un importante biomarker, l’urea individuale del latte. Anche se le bovine in lattazione vengono allevate in un unico gruppo con una razione uniforme, è consigliabile valutare l’urea individuale soprattutto nelle bovine “fresche”, ossia nelle prime settimane di lattazione e non ancora gravide.

Se oltre il 10-15% di questi animali presenta valori superiori a 36 mg/dl o inferiori a 20 mg/dl, significa che nella razione o nella salute degli animali ci sono alcune anomalie da verificare. Singole bovine che si discostano significativamente dai valori soglia riportati dovrebbero essere monitorate per eventuali approfondimenti diagnostici.

Nelle diete, come quelle delle bovine destinate alla produzione di Parmigiano Reggiano, è stato più volte evidenziato che la digeribilità della fibra dei foraggi secchi può influenzare la quantità e la qualità del latte, così come la salute e la fertilità delle bovine. Considerate le limitazioni imposte dal Disciplinare di produzione, disporre di una quantità adeguata di azoto solubile è fondamentale, per cui seguire l’andamento sia dell’urea del latte di massa sia di quella individuale può rappresentare un utile strumento pratico per l’allevatore.

Se desiderate approfondire ulteriormente l’argomento, potete scaricare l’approfondimento sempre a cura del Dott. Alessandro Fantini cliccando sul pulsante qui sotto.

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