Pecora Gentile di Puglia: gli allevatori si uniscono per rilanciare la razza
Nasce una cooperativa di 18 soci per trasformare una razza in via d’estinzione in un volano di sviluppo locale, tra tutela ambientale, selezione genetica e filiere di qualità

Che la cooperazione e l’associazionismo possano rappresentare una risposta a problemi immediati e delicati è risaputo, almeno dal 1854, anno in cui venne fondata nel nostro Paese, per iniziativa della “Associazione degli operai”, la prima Cooperativa: il “Magazzino di previdenza di Torino”. L’obiettivo era, sostanzialmente, quello di difendere il poter di acquisto dei soci, in un periodo di inflazione e bassi salari, al fine di fornire vantaggi economici e sociali.
Tanto fu apprezzato e ritenuto socialmente utile ruolo di queste nuove tipologie di imprese, che nel dicembre del 1947, l’articolo 45 della nostra Costituzione fu revisionato, come da sua forma attuale, riportando testualmente: “La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità.”
La cooperazione in zootecnia
Come tutti i settori produttivi, anche il settore zootecnico italiano, nel tempo, ha sperimentato importanti opportunità di crescita grazie al sistema cooperativo, dando vita a realtà che rappresentano una vera e propria eccellenza nel nostro mondo. E quella che oggi vogliamo raccontarvi è l’esperienza della nascita di una nuova cooperativa del mondo allevatoriale, quella degli allevatori di Gentile di Puglia, ufficializzata il 15 settembre scorso!
L’impresa collettiva ha sede a Bovino ed il suo direttivo è così composto: Francesco D’Innocenzio presidente, Cristoforo Carrino vice presidente, Giuseppe Bramante, Cesidio Gentile, Stefano Muccilli, Giovanni Marchetti, Costanzo Longo.
Il progetto coinvolge esattamente 18 aziende, che, come ci ha raccontato personalmente il presidente Francesco D’Innocenzio, rappresentano circa il 95% degli allevatori di queste pecore autoctone appunto della Puglia, e protagoniste per secoli della transumanza verso il Molise e l’Abruzzo. Un’iniziativa fortemente voluta con l’intento di salvare una razza dalla storia millenaria, oggi riconosciuta in via di estinzione e presidio Slow Food (qui), e di conferire un rinnovato valore economico alle sue produzioni a triplice attitudine.
La pecora Gentile di Puglia e la sua antica lana
La Gentile di Puglia, le cui tracce storiche risalgono a Plinio il Vecchio e Columella, era storicamente nota per la lana impiegata persino nelle toghe dei senatori romani. Tuttavia, come spiega il dr. D’Innocenzio, allevatore di terza generazione e agronomo, il contesto recente è stato drammatico.
«Negli anni ’60-’70, quando c’è stato il boom di introduzione di razze estere per migliorare la zootecnia italiana, si è andati incontro ad una vera deriva genetica, generando un problema enorme. Questo fenomeno, unito alla spinta verso un modello intensivo di esasperata specializzazione produttiva, ha ridotto drasticamente questa popolazione ovina. Dalle stime di 2 milioni di capi negli anni ’80 in provincia di Foggia, oggi si contano solo 5.000-5.500 capi in tutta Italia».

Obiettivi e opportunità della filiera lana
L’idea, da cui ha avuto origine l’intero progetto, si fonda sulla volontà degli allevatori di superare la condizione di marginalizzazione che vive questa razza, partendo dalla valorizzazione della sua pregiata lana, anche in considerazione del ritrovato interesse per questo settore che si è manifestato negli ultimi anni.
La lana di Gentile di Puglia si distingue per le sue eccezionali caratteristiche tecniche. Il micronaggio è estremamente sottile, compreso tra i 18 e i 22 micron, paragonabile alle migliori lane a livello mondiale. Il valore aggiunto risiede nella zigrinatura (“Crimp”) spiccatissima del filamento, che garantisce elasticità e morbidezza al capo finito.

«Per rendere questa fibra appetibile all’industria manifatturiera – spiega dettagliatamente il Presidente – la cooperativa ha lavorato sull’omogeneizzazione e la selezione genetica, collaborando attivamente con l’Università di Bari (facoltà di Medicina Veterinaria). Attraverso tre cicli annuali di tosatura, sono stati analizzati e pesati i velli di circa 2.000 capi. Poiché la lana ha un alto coefficiente di ereditabilità, gli allevatori sono ora in grado di selezionare gli animali migliori per l’accoppiamento, dirigendo la selezione genetica. Un altro passo tecnico fondamentale, su cui stiamo lavorando, è l’istituzione di un “disciplinare per la tosatura”, per dettagliare questa operazione ed ottenere un prodotto più omogeneo, eliminando le parti terminali e i bioccoli colorati da vernici dannose per la lavorazione. Queste procedure hanno innescato una rivalutazione economica significativa, e se prima avevamo la lana completamente bloccata nei magazzini e pagata intorno ai 70-80 centesimi oltre IVA, oggi ci viene pagata €2,50 (oltre IVA), ovvero circa tre volte di più».

Sbocchi commerciali e valore etico-territoriale
Ma c’è di più. La cooperativa non si ferma, infatti, alla vendita della materia prima. L’intenzione è quella di inserirsi direttamente nella commercializzazione del prodotto finito, realizzando un passo in più rispetto alla nicchia artigianale, e dando modo all’industria tessile di creare uno storytelling, importante per far conoscere i prodotti al consumatore.
«Il progetto – riprende il Dr. D’Innocenzio – prevede l’applicazione di un QR Code sui capi di abbigliamento (cappotti, guanti, sciarpe) che permette all’acquirente di risalire direttamente alle aziende socie produttrici della lana. Inoltre, stiamo lavorando affinché una quota parte della vendita del prodotto finito ritorni all’allevatore, per far si che acquisisca anche lui un ruolo centrale all’interno della filiera».

Alla valorizzazione economica delle produzioni, si affianca anche un profondo valore socio-ambientale. La Gentile di Puglia è allevata, infatti, in aree marginali (Monti Dauni, Gargano, Murgia), contesti a rischio di spopolamento. L’allevatore non è solo un pastore, ma un “custode del territorio” che previene dissesti idrogeologici e tutte le problematiche legate all’abbandono delle aree rurali. L’acquisto del prodotto finito, dunque, supporta anche la salvaguardia di questi contesti.
Triplice attitudine: criticità e prospettive di latte e carne
Sebbene la lana sia il progetto più avanzato, la valorizzazione della carne è considerata cruciale dai soci della cooperativa per la sostenibilità economica delle aziende. La creazione di una filiera carni è più complessa, principalmente a causa di questioni tecniche, come ci illustra ancora dettagliatamente il Presidente:
«L’agnello Gentile di Puglia ha una resa in macellazione inferiore rispetto a quello di altre razze più produttive perché essendo una razza ancestrale ha una pelle più pesante e una membrana peritoneale più spessa. Questo porta i commercianti a sottovalutare l’agnello, motivo per cui il nostro obiettivo è superare questa criticità dando un nome ed un’origine al nostro prodotto, distinguendolo dall’agnello comune proveniente dall’estero. La carne, infatti, è di alta qualità, proveniente da animali allevati per lo più al pascolo. Studi dell’Università di Bari hanno evidenziato un alto contenuto di acidi grassi polinsaturi della serie Omega 3 e Omega 6, conferendo alla carne proprietà nutraceutiche.

Riguardo al latte, le produzioni sono limitate (circa 250-300g per capo dopo l’allattamento dell’agnello), ma vantano un tenore proteico e in grasso elevatissimo, base storica per il Canestrato Pugliese DOP. Data la grande estensione geografica della cooperativa (da Isernia a Martina Franca) e le piccole quantità prodotte, l’unica via economicamente sostenibile attualmente è, però, la trasformazione diretta in azienda, per le realtà che ne hanno la possibilità».
Gestione aziendale e sfide future
Oltre alle sfide di mercato, le aziende che allevano Gentile di Puglia affrontano notevoli criticità legate alle strutture. Gli allevamenti operano in regime semibrado, ma il ricovero serale è necessario per contrastare la predazione, spesso non imputabile al lupo, ma a ibridi simil lupi che causano danni ingenti.

Un problema centrale è, poi, la grande mancanza di personale. A tal proposito il dr. D’Innocenzio ritiene che «è necessario riqualificare il ruolo del pastore, vedendolo come un antico mestiere da salvaguardare, magari attraverso il suo riconoscimento e la giusta remunerazione. Si stanno, a tal fine, esplorando soluzioni come piattaforme per lo scambio di lavoro esperienziale (in cambio di vitto e alloggio) per garantire il ricambio generazionale».

C’è, infine, un ulteriore aspetto che la Cooperativa ritiene di importanza strategica, e cioè il lavoro attivo di miglioramento genetico. A tal proposito, in quanto aggregazione unica di tutti gli allevatori di una singola razza, essa punta a stabilire un dialogo attivo con gli interlocutori istituzionali, affinché il lavoro di selezione e valorizzazione intrapreso in collaborazione con le Università (in particolare con l’Università di Bari) possa avere un effettivo prosieguo nel tempo.
















































































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