Quattro giorni di caldo intenso: chi tiene il colpo sotto l’afa tra Bruna e Frisona?

Bruna e Frisona a confronto sotto l’ondata di calore: due strategie fisiologiche diverse per affrontare lo stress termico, tra produzione, qualità del latte e resilienza metabolica

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31 Ottobre, 2025

Immaginate una stalla a luglio, il caldo inizia a farsi sentire fin dalle prime ore del mattino e l’umidità rende l’aria più pesante. Ora immaginate di spegnere i ventilatori e qualsiasi forma di raffrescamento per quattro giorni di fila, proprio durante un’ondata di calore. Questo scenario non è così lontano dalla realtà, bensì è ciò che può accadere in azienda.

Lo studio 

In questo contesto, un gruppo di ricercatori italiani ha monitorato 40 bovine in lattazione, 20 di razza Bruna e 20 di razza Frisona, bilanciate per giorni di lattazione, BCS, ordine di parto e produzione di latte. Le misure fisiologiche tre volte al giorno (all’alba, nel pomeriggio e in serata), il latte a ogni mungitura e i due prelievi ematici strategici—uno in termoneutralità e uno al termine dell’ondata di calore—hanno permesso di osservare come gli animali reagiscono a una ondata di afa estiva in assenza di sistemi di raffrescamento. Il THI ha superato in modo sistematico la soglia di rischio, con picchi ben dentro la zona di stress: non una minaccia teorica, ma un carico termico severo.

Risultati

La prima cosa che salta all’occhio sono gli andamenti della temperatura corporea e della frequenza respiratoria. In entrambe le razze la temperatura rettale cresce nelle ore calde e non rientra completamente in serata: anche alle 20 si leggono ancora valori elevati di frequenza respiratoria, segno che il calore accumulato durante il giorno non si disperde facilmente. Qui, però, emergono sfumature interessanti: la Frisona “scalda” di più nel pieno dell’afa, ma quando l’aria rinfresca mostra una capacità di recupero notturno leggermente migliore della Bruna. In altre parole: soffre di più nelle ore diurne, ma la notte respira. La Bruna, viceversa, rimane mediamente più “fredda” durante il giorno, un vantaggio che, come vedremo, si riflette soprattutto sulla tenuta produttiva e qualitativa.

La termografia aiuta a capire cosa succede sulla superficie degli animali. Le temperature cutanee e di alcuni distretti (come la congiuntiva e il musello) seguono l’andamento della temperatura interna e del microclima, senza differenze nette tra le razze. Da non sottovalutare l’effetto della radiazione solare diretta sul corpo in strutture molto aperte: dettaglio tecnico che ricorda quanto conti la qualità dell’ombra, non solo la sua presenza nominale.

Se spostiamo lo sguardo al latte, la differenza di razza diventa più concreta per chi vive di margini. Nel corso dei quattro giorni, la Bruna mantiene la produzione più stabile mentre la Frisona mostra un calo progressivo e significativo.

Oltre alla quantità, conta il valore del latte: proteine e caseine risultano più alte nella Bruna lungo tutta la prova, e lo stesso vale per gli indici di coagulazione, che restano migliori nelle Brune anche sotto stress. Nel sangue, dove si leggono i segnali più precoci dello stress da caldo, emerge la HSP70, la classica proteina da shock termico, aumenta in entrambe le razze nel pieno del caldo, ma sale di più nella Frisona. È un dettaglio che vale oro gestionale: la HSP70 può fungere da campanello d’allarme precoce, ancora prima che la perdita di latte si faccia evidente. Sul fronte ossidativo, la Bruna mostra un profilo più attrezzato: maggiore capacità antiossidante totale (FRAP) sia a riposo sia in condizioni di stress da caldo e, in generale, livelli più favorevoli di vitamina E, retinolo e β-carotene. Gli idroperossidi aumentano con l’afa in entrambe, come atteso; i TBARS aumentano soprattutto nella Frisona, indicazione di un danno ossidativo che si fa sentire di più in questa razza nelle condizioni estreme.

Nel complesso, la Bruna sembra arrivare all’ondata di calore con uno “scudo” antiossidante più spesso; la Frisona reagisce con una risposta allo stress più marcata, che però si paga in termini di resa.

Sul metabolismo, il quadro è coerente con una esposizione acuta e breve. Non si vedono grossi segnali di mobilizzazione lipidica: i NEFA rimangono sostanzialmente stabili, in linea con l’idea che quattro giorni di caldo intenso non bastano, da soli, a scatenare una lipolisi importante se l’acqua è disponibile e la razione non viene stravolta. L’azoto ureico (BUN) tende a salire nel caldo in entrambe le razze—plausibile segnale di ricalibrazione del metabolismo azotato—mentre il magnesio sale con l’afa e l’acido urico scende. Gli elettroliti principali non lanciano allarmi, probabilmente anche grazie all’abbondanza di acqua e alla brevità dell’esposizione. È un promemoria prezioso: nella gestione dello stress da caldo acuto, l’acqua fa davvero la differenza e la finestra temporale conta.

Considerazioni 

Se mettiamo insieme i pezzi, il ritratto che emerge non è quello di una “vincitrice assoluta”, ma di due strategie diverse che suggeriscono leve gestionali differenti. La Bruna risulta più resiliente sul fronte produttivo e qualitativo, con le caratteristiche casearie del latte che reggono l’urto: per chi lavora con destinazione industriale, è un vantaggio importante. La Frisona, dal canto suo, mostra una fisiologia “sensibile”: sale di più con la temperatura nelle ore calde, ma se le si offre un microclima favorevole al tramonto e nella notte, recupera meglio—e questo dettaglio operativo è sfruttabile in azienda.

C’è poi il tema degli indicatori “agili” da portare in campo. La frequenza respiratoria è banale ma indispensabile, soprattutto in orari chiave (tarda sera e alba). Un pannello minimo di biomarcatori—HSP70 per il segnale precoce, una misura semplice della capacità antiossidante e un indice di danno ossidativo—può guidare interventi mirati: più spinta di raffrescamento dove lo stress evidenzia la HSP70, più supporto nutrizionale antiossidante dove lo scudo è sottile. È il passaggio dalla gestione “a calendario” alla gestione “su misura”: si raffresca dove serve e quando serve davvero, si investe in additivi dove il profilo lo giustifica.

Un’ultima riflessione riguarda gli edifici. La radiazione solare che sottrae spazio all’ombra invita a considerare la qualità del layout: schermature laterali, orientamento delle aperture, corridoi d’aria che non coincidano con “corridoi di luce”, aree di sosta effettivamente ombreggiate nelle ore critiche. La termografia, in questo senso, non è solo uno strumento di diagnosi dello stress da caldo, ma anche un audit spietato della stalla: evidenzia gli hotspot dove non dovrebbero esserci e rende visibile ciò che spesso si intuisce ma non si quantifica.

Naturalmente, siamo davanti a una finestra di osservazione corta (quattro giorni) e ad una singola azienda, condizione perfetta per evitare confondenti gestionali, meno adatta a generalizzare a ogni clima e ogni struttura. Manca, in questa prova, una misura diretta dell’ingestione nelle stesse giornate: dato che aiuterebbe a separare la quota di calo dovuta alla minore ingestione dalla quota imputabile alla pura termoregolazione. Ma è proprio qui che lo studio apre piste future: ampliare il set di marcatori fisiologici e molecolari, legare le risposte rapide (come la HSP70) ai profili genetici e costruire protocolli di mitigazione più specifici per razza e mandria.

Conclusioni

Tirando le somme, se in azienda prevale la Bruna, l’ondata di calore breve tende a impattare meno la curva di produzione e lascia più intatto il valore caseario; ha senso valorizzare contratti e destinazioni che pagano qualità proprio nei mesi caldi. Se la mandria è a trazione Frisona, la notte diventa un investimento: spingere ventilazione e bagnatura tra tardo pomeriggio e prime ore notturne ripaga, e affiancare un monitoraggio precoce dello stress aiuta a intervenire prima che il calo di latte si accumuli. Per tutti, l’acqua è la prima risorsa anti-caldo; subito dopo vengono ombra, gestione accurata degli orari e una razione che accompagni, non ostacoli, la fisiologia di una bovina che sta lottando per disperdere calore.

In definitiva, questa ondata di calore insegna che Bruna e Frisona non sono due modi diversi di chiamare una vacca: sono due strategie biologiche con punti di forza specifici. Capirle e sfruttarle non è un esercizio accademico: è la differenza tra subire il caldo e governarlo. E nelle nostre estati sempre più lunghe e affollate di picchi, quella differenza vale latte, benessere e, alla fine, margini.

La presente nota è una sintesi del seguente articolo scientifico: Maggiolino, A., Forte, L., Aloia, A., Bernabucci, U., Trevisi, E., Lecchi, C., Ceciliani, F., Dahl, E.G., and De Palo, P. Acclimatization response to a short-term heat wave during summer in lactating Brown Swiss and Holstein Friesian cows. Frontiers in Veterinary Science, 12, 1582884.

Autore

Lucrezia Forte sotto la supervisione del Gruppo editoriale ASPA – Giuseppe Conte, Alberto Stanislao Atzori, Fabio Correddu, Luca Cattaneo, Gabriele Rocchetti, Antonio Natalello, Sara Pegolo, Aristide Maggiolino, Antonella Della Malva, Giulia Gislon, Manuel Scerra.

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