Nicola Porro e il cambiamento climatico: una lettura critica

Il libro di Porro critica le basi scientifiche dell’IPCC sul riscaldamento globale; l’articolo analizza i dati, le cause e la mitigazione in agricoltura

4 Dicembre, 2025

Ho letto recentemente il libro di Nicola Porro “La grande bugia verde” pubblicato da Liberilibri nel quale l’Autore, assieme ad autorevoli climatologi, geologi, oceanografi, geofisici, ingegneri ed economisti, muove pesanti critiche alle basi scientifiche sul riscaldamento globale riportate dall’Intergovernamental Panel on Climate Change (IPCC), alla responsabilità dell’uomo nel caso in cui questo riscaldamento sia effettivamente accertato e a tutte le conseguenti politiche adottate a livello internazionale, in particolare in Europa, tese a contrastare le emissioni di gas serra di origine antropica che sarebbero la causa dell’innalzamento della temperatura della superficie terrestre.

Negli ultimi 20-25 anni mi sono occupato molto di ambiente, perché sono stato coinvolto in numerosi progetti di ricerca riguardanti l’impatto ambientale dell’allevamento animale, che come è noto a tutti, è una delle fonti di gas ad effetto serra. Per questo motivo il libro mi ha molto incuriosito. Mi sono domandato: ma se l’Autore avesse ragione a che scopo abbiamo lavorato in questi anni per ridurre le emissioni di gas come l’anidride carbonica, il metano e il protossido d’azoto, per citare i più importanti gas ad effetto serra (GHG) del settore agricolo? Impulsivamente la risposta era: a niente. Immediatamente dopo mi sono reso conto però che la risposta era sbagliata. La lettura del libro è stata
comunque lo spunto per ripensare a tante cose ritenute acquisite.

In questo articolo approfondisco alcuni temi sollevati da Porro, cercando di capire gli argomenti portati dagli scienziati che egli ha interpellato e trovare argomentazioni scientifiche che eventualmente smentiscano tali critiche. Suam quisque opinionem habeat.

La terra si sta riscaldando?

Su una cosa sono assolutamente d’accordo con Porro: non si può ritenere giusta un’ipotesi solo perché è accettata dalla maggioranza degli scienziati. Secondo i rapporti dell’IPCC è certo che la terra si sta riscaldando. Infatti, la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), ente federale americano, ha riportato che la temperatura della superficie terrestre si è alzata di 0,06° Celsius per ogni decade dal 1850 al 2024 (Figura 1).

Figura 1. Andamento della temperatura annua media globale della terra dall’epoca preindustriale ad oggi (NOAA).

Dal 1982 però l’innalzamento ha avuto un’accelerazione, aumentando di 0,36°C per decade (NOAA, 2025. https://www.climate.gov/news-features/understanding-climate/climate-change-global-temperature). La temperatura media globale del mese di ottobre 2025 è di 15,14°C, superiore di 1,55°C dei mesi di ottobre dal 1850, anno in cui comunemente si colloca l’inizio dell’uso massivo dei combustibili fossili
(https://climate.copernicus.eu/surface-air-temperature-october-2025?utm_source=chatgpt.com).

Misurare la temperatura della terra è complesso. Per temperatura della superficie terrestre si intende una temperatura a due metri dal livello del suolo e un metro dalla superficie del mare. Le misurazioni avvengono mediante stazioni metereologiche in Paesi e contesti molto diversi e la temperatura non viene sempre misurata ma viene anche stimata attraverso le rilevazioni satellitari. Non solo, i punti di
rilevazione sono distribuiti in modo non omogeneo, in particolare gli oceani hanno punti molto più rarefatti rispetto alla terraferma.

Infine, c’è una criticità che riguarda l’evoluzione temporale delle misurazioni: ora i siti di misurazione sono molto più diffusi rispetto all’800 e le aree urbane, più calde delle aree poco abitate o deserte, sono ora più numerose ed estese di quanto lo erano allora. Questo per dire che stimare la temperatura media della superficie terrestre e addirittura fornire una sua evoluzione storica è un’impresa molto complessa che comporta anche una sofisticata elaborazione dei dati. Per non parlare delle previsioni future.

Questa incertezza e la necessità di utilizzare modelli matematici hanno dato il via ovviamente a una discussione piuttosto accesa tra gli scienziati e non solo. Vediamo, innanzitutto, quale è l’origine dei dati riportati dall’IPCC sulla temperatura della superficie terrestre e le metodologie per rilevarli. L’IPCC non raccoglie direttamente i dati, ma utilizza database internazionali quali HadCRUT, GISTEMP, NOAAGlobTemp e Barkely Earth.

I dati presentati nei report dell’IPCC sono raccolti con diversi metodi:

  • al suolo (1-2 al di sopra oppure a pochi centimetri al di sotto) mediante termometri a mercurio o ad alcol; mediante termometri all’infrarosso; piastre di flusso e sonde nel suolo;
  • in aria, mediante sensori ad infrarosso installati su droni, aeroplani o palloni;
  • da satellite, mediante sensori all’infrarosso che rilevano le radiazioni emesse dalla terra, radiometri a microonde, satelliti geostazionari.

Inoltre, i dati rilevati con questi metodi sono elaborati statisticamente considerando l’eterogeneità dei metodi, della diversa distribuzione dei punti di rilevamento e dell’orografia. I risultati oggetto dei report dell’IPCC sono accompagnati da un giudizio sul loro grado di certezza: in primo luogo si valuta se i dati sono sufficienti e di buona qualità, poi si verifica la fiducia dei risultati, infine si valuta la loro probabilità, che può variare da “eccezionalmente improbabile” (0-1%) a “praticamente sicuro” (99- 100%) (IPCC AR6 WGI, 2021. Box 1.1).

È rilevante il problema riguardante le osservazioni e le stime della temperatura dall’inizio dell’era preindustriale ad oggi. La metodologia seguita è riportata dettagliatamente al punto 2.3.1.1.3 del Report AR6 WGI dell’IPCC 2021. Secondo questo report la temperatura terrestre dopo il 1950 è aumentata ad una velocità assai superiore a quanto si ritiene sia avvenuto nel passato. Negli studi alla base del Report AR6 WGI si tiene conto dell’allargamento delle aree urbanizzate e del cambiamento dell’uso del suolo o della sua copertura (pagina 324 dell’AR6 WGI dell’IPCC 2021).

Sebbene vi sia un sostanziale consenso tra la comunità scientifica nell’attribuire all’azione dell’uomo la causa dell’incremento della temperatura terrestre, la questione non è chiusa perché rimangono ancora alcune incertezze riguardanti l’entità del fenomeno, le sue cause e le politiche da adottare (European Climate Declaration, 2019; Scafetta, 2025). Sull’entità del riscaldamento esistono opinioni divergenti.

Un’obiezione rilevante a questi dati è stata sollevata da Scafetta (2023), secondo il quale il riscaldamento in realtà è inferiore del 30% rispetto a quello riportato dai siti ufficiali. Questa discrepanza sarebbe dovuta ad una serie di fattori, quali dislocazione non uniforme delle stazioni di rilevazione al suolo, mancanza di copertura di vaste aree oceaniche, aggiustamenti delle serie storiche, differenze tra dati satellitari e dati rilevati al suolo.

È importante rimarcare il fatto che questi studiosi non negano che vi sia un riscaldamento globale in corso, ma sollevano dubbi riguardo alla sua entità, al fatto che sia ritenuto l’uomo il principale responsabile e agli scenari di riscaldamento che l’IPCC prevede per i prossimi anni. Altresì, sono presenti posizioni ben più radicali, secondo le quali non c’è alcun cambiamento climatico, le politiche climatiche sono inutili e dannose e l’intero corpo scientifico dell’IPCC è dominato dalla politica (Happer e Lindzen, 2022).

Il riscaldamento attuale è causato dell’uomo?

Questa è la domanda fondamentale, intorno alla quale verte tutta la disputa. La ragione è molto semplice: se non è l’uomo la causa, è inutile darsi tanto da fare per cercare di rallentare la crescita della temperatura ed è molto più utile cercare di mitigare i suoi effetti negativi sull’ambiente e sull’uomo. Se invece è l’uomo la causa, allora bisogna adoperare ogni sforzo per rallentare la corsa e contenere l’incremento di temperatura a livelli accettabili.

Sulle cause dell’attuale riscaldamento della temperatura terrestre l’IPCC è perentorio. La causa dell’innalzamento della temperatura terrestre è l’aumento della concentrazione dei GHG nell’atmosfera. Esiste, secondo l’IPCC, una correlazione tra concentrazione di anidride carbonica (CO₂) in atmosfera e temperatura terrestre, sulla base dei valori stimati degli ultimi 60 milioni d’anni e le misurazioni attuali come rappresentato nella figura TS1 dell’IPCC AR6 WGI 2021 (Figura 2).

Figura 2. Andamenti della concentrazione atmosferica di CO2 e della temperatura terrestre negli ultimi 60 milioni di anni e proiezione per i prossimi 300 anni (Figure TS. 1. IPCC, 2021. AR6 WGI. Technica summary. Pagina 44).

L’aumento delle emissioni e della concentrazione atmosferica dei GHG è dovuto alle attività umane: l’uso dei combustibili fossili in primo luogo (petrolio, carbone e gas naturale), l’allevamento degli animali, le attività industriali, l’interramento dei rifiuti, alcune pratiche agricole, il cambiamento dell’uso del suolo e altre ancora. I GHG hanno la capacità di trattenere parte della radiazione infrarossa riflessa dalla superficie terrestre.

In questo modo questi gas contribuiscono ad aumentare la Forza Radiante Effettiva (ERF), ossia il bilancio energetico in entrata ed in uscita dalla terra: con l’aumento dell’ERF aumenta conseguentemente la temperatura della superficie terrestre.

L’ERF può variare anche a causa di altri fattori forzanti naturali, quali l’attività solare, l’aerosol, l’albedo ecc. Inoltre, vi sono emissioni di GHG naturali, come la CO₂ emessa dal suolo o il metano (CH₄) dei vulcani. Secondo l’IPCC, però, il contributo di questi fattori naturali alle variazioni dell’ERF dal 1870 ad oggi è stato insignificante rispetto alle emissioni di GHG causate dall’uomo (very high confidence).

La concentrazione in atmosfera dell’anidride carbonica (CO₂) è passata da 131,6 ppm nel 1750 a 409,9 ppm nel 2019; per lo stesso intervallo di tempo il CH₄ è passato da 1137 a 1866 ppb e il protossido d’azoto (N₂O) da 62 a 332,1 ppb (IPCC AR6 WGI 2021, Capitolo 2, pagina 290). Ad agosto 2025 la concentrazione atmosferica di CO₂ era di 425,48 ppm, quella di CH₄ di 1933,54 ppb e quella di N₂O di
338,66 ppb (NOAA, 2025).

L’incremento dell’ERF dal 1750 ad oggi è stato di circa 3 Wm⁻² ed è in gran parte dovuto all’aumento della concentrazione di CO₂ e degli altri GHG. In confronto, l’incremento dell’ERF causato dall’attività solare è, secondo il Report IPCC 2021 AR6 WGI, di un modesto 0,1 Wm⁻² (Figura 3).

Figura 3. Evoluzione temporale della forza radiante effettiva determinata dai diversi fattori forzanti (AR6 WGI dell’IPCC 2021).

In sostanza l’IPCC (2021) sostiene, sulla base delle osservazioni riguardanti la temperatura terrestre, le emissioni di GHG, l’attività solare e altri fattori che possono influenzare il clima, che è molto improbabile che l’aumento di temperatura registrato negli ultimi secoli possa essere attribuito alla variabilità interna (≈0,2°C) o a forze naturali (IPCC, 2021 AR6 WGI Capitolo 7, pagina 506).

Tra le emissioni causate dall’uomo bisogna considerare anche quelle che hanno un effetto raffreddante. Queste emissioni sono costituite da particelle che riflettono la radiazione solare: i solfati come nel caso della combustione del carbone; i solfati e nitrati emessi dai trasporti marittimi e dall’industria; i nitrati e l’ammoniaca dall’agricoltura; carbonio organico dalla combustione delle biomasse. Tali particelle, oltre a essere molto nocive per la salute, non sono comunque in grado di compensare l’incremento di temperatura dei GHG.

Ci sono stati periodi della storia della terra in cui la concentrazione di CO2 in atmosfera è stata superiore a quella attuale, ma la velocità con cui questo valore aumenta attualmente non ha precedenti, almeno negli ultimi 800 mila anni (5.1.1, 2.2.3; Figures 5.3, 5.4; Cross-Chapter Box 2.1). Nella storia della terra i periodi molto caldi, con temperature pari o molto superiori a quella attuale, sono stati accompagnati da concentrazioni atmosferiche di CO2 pari o superiori a quella attuale, ovviamente non causate dall’uomo. La sostanziale differenza tra ciò che sta accadendo oggi rispetto al remoto passato è la velocità dell’incremento di concentrazione di CO2 (Figura 2.34 dell’IPCC 2021, AGR6 WGI, pagina 366).

Altri autorevoli scienziati contestano questa teoria affermando che il riscaldamento è determinato da cause naturali, per le quali l’uomo non può fare nulla se non trovare delle strategie per adattarvisi. Una delle principali obiezioni riguarda l’abbassamento della temperatura terrestre tra il 1945 e il 1970, nonostante la concentrazione di GHG nell’atmosfera fosse già alta (Smith et al., 2021). A questa obiezione l’IPCC risponde che bisogna considerare tutti i forzanti climatici, in questo caso in particolare l’aerosol che ha avuto un effetto raffreddante in quel periodo.

Questo insieme di particelle, costituito da solfati, nitrati, composti ammoniacali, particelle carboniose, polvere minerale e spray marino, possono avere un effetto sia riscaldante sia raffreddante e influenzano anche le precipitazioni e altre variabili climatiche (IPCC, 2021 AR6 WGI Capitolo 6). Le emissioni di aerosol sono aumentate costantemente dal 1850 sino a raggiungere un picco nel 1975 determinando un effetto raffreddante sull’atmosfera; successivamente c’è stata una riduzione complessiva, con l’eccezione del Sudest Asiatico, che ha reso più evidente l’aumento della forza radiante determinato dai GHG (Yang et al., 2024).

La decade 2013-2022 è stata caratterizzata da un aumento di 0,2°C, un valore mai osservato prima, che è probabilmente dovuto alla concausa di due fattori: l’aumento delle emissioni di GHG originate dall’uomo e la riduzione dell’effetto raffreddante da parte dell’aerosol (Forster et al., 2023). Altra obiezione è quella secondo la quale la temperatura terrestre è soggetta a una naturale oscillazione originata dai cicli astronomici (Scafetta, 2021; 2024). Oppure che l’aumento della temperatura è determinato dalla differenza tra i poli e i tropici (Lindzen, 2022).

A questa ultima obiezione si contrappone l’affermazione dell’IPCC che l’alterazione della differenza di temperatura tra poli ed equatore è una risposta all’innalzamento della temperatura e non la causa di esso, che è invece costituita dall’aumento di concentrazione dei gas serra in atmosfera. Secondo altri autori (ad esempio Soon et al., 2015) la variabilità dell’attività solare è il fattore dominate dell’andamento della temperatura dell’emisfero nord da 1881 ad oggi, ma come detto prima, secondo l’IPCC l’attività di altri forzanti climatici è stata insignificante in merito all’aumento di temperatura.

C’è poi la critica riguardante i modelli statistici adottati per la stima della temperatura media della superficie terrestre. Secondo alcuni autori (McKitrick e Michaels, 2007; Scafetta, 2023) gli attuali modelli di calcolo, non tengono conto di vari fattori forzanti o fattori disturbanti, come l’urbanizzazione, e portano ad una sopravalutazione dell’aumento di temperatura, per cui l’allarmismo attuale sul cambiamento climatico è ingiustificato.

Forse però la critica più radicale è quella avanzata da Harper e Lindzen (2022), i quali asseriscono che in un lasso di tempo assai lungo (600 milioni di anni dal Precambriano all’attuale fase del Cenozoico) non c’è nessuna correlazione tra temperatura e concentrazione di CO2 in atmosfera e che la concentrazione attuale di 400-500 ppm è un valore molto basso, rispetto a valori del passato, poco superiore a quello minimo indispensabile per la sopravvivenza delle piante. Secondo questa critica, in definitiva, la concentrazione di CO2 in atmosfera ha un’influenza minima, se non addirittura nulla sulla temperatura terrestre. Vediamo se ci sono spiegazioni scientifiche della differenza tra quanto asserito dall’IPCC e questi due autori.

Una spiegazione riguarda il lasso di tempo considerato. Happer e Lindzen (2022) considerano 600 milioni di anni e l’IPCC (2021) 60 milioni di anni. Nel tempo il clima della terra è cambiato enormemente, influenzato da forzanti diversi (sole, eruzioni, orbita terrestre e degli altri corpi celesti ecc.), non ci sarebbe quindi contraddizione se nell’epoca attuale l’andamento della temperatura variasse in coincidenza con quello della concentrazione atmosferica di CO2; questo in particolare negli ultimissimi anni (1850 ad oggi) con l’aumento delle emissioni di CO2 da combustibili fossili. Il fatto che, come sostenuto da Happer e Lindzen (2022), l’aumento delle emissioni di CO2 durante le deglaciazioni preceda l’aumento della temperatura non esclude affatto che nell’epoca recente sia questo gas, assieme agli altri gas climalteranti, il principale driver dell’aumento della temperatura.

Figura 4. Emissioni in atmosfera di CO2 da combustibili fossili e dal suolo (https://ourworldindata.org/grapher/annual-co2-emissions-per-country).

Oltre a negare, o quantomeno a ridimensionare, il problema del cambiamento climatico, nel libro di Porro si discutono criticamente anche altri aspetti. Si nega la riduzione della massa dei ghiacci, l’aumento della frequenza dei disastri naturali, quali alluvioni, cicloni catastrofici, periodi prolungati di siccità. Su questi aspetti non mi soffermo, perché invece voglio fare alcune osservazioni in merito alle conseguenze per l’agricoltura.

Cambiamenti climatici e agricoltura

Alcuni scienziati coinvolti da Porro asseriscono che l’aumento della CO2 in atmosfera è un fatto positivo che migliorerà le rese delle colture. L’affermazione si basa sul fatto che le piante si nutrono di CO2 che alimenta la fotosintesi, per cui l’aumento di questo gas avrebbe un effetto fertilizzante.

Negli esperimenti di laboratorio, effettivamente, le piante rispondono positivamente all’aumento di CO2 nell’aria e hanno anche una maggiore efficienza nell’uso dell’acqua, con qualche differenza, come quella che riguarda gli alberi, che rispondono meglio in confronto alle piante erbacee.

Un’altra differenza è quella tra piante C3 e piante C4. Le prime, tra cui vi sono alcuni cereali (come il frumento, l’orzo e il riso), le leguminose (soia, fagiolo, pisello, lenticchia, arachide, erba medica), le orticole (patata, barbabietola, pomodoro), altre colture erbacee (colza, cotone, tabacco) e praticamente tutte le colture arboree, rispondono positivamente e significativamente all’aumento di concentrazione nell’aria di CO2. Le colture C4, come il mais, il sorgo e il miglio, danno invece una risposta modesta (Ainsworth e Long, 2020). L’aumento di CO2 in atmosfera inoltre ha un effetto negativo sul contenuto di proteina sia della pianta, sia dei frutti (Jayawardena et al., 2021).

La concentrazione di CO2 non è però ovviamente l’unico fattore che condiziona la crescita e la produzione delle piante. Per ciò che riguarda il clima, ci sono principalmente la temperatura e la disponibilità d’acqua. Le piante hanno una temperatura ottimale e l’aumento della temperatura comporta dei cambiamenti delle aree in cui le colture possono essere praticate o una modifica dei sistemi produttivi.

Nel complesso però l’aumento della temperatura ha influenzato negativamente la resa delle maggiori colture a livello globale e l’aumento della concentrazione atmosferica di CO2 ha solo parzialmente compensato tale effetto (Zhao et al., 2017; Rezaei et al., 2023).

I cambiamenti climatici comprendono anche variazione nel regime delle precipitazioni e nella disponibilità d’acqua per l’irrigazione. Gli scenari presentati dall’IPCC mostrano che i cambiamenti climatici influenzano il ciclo dell’acqua e l’andamento delle piogge torrenziali, con grandi differenze tra regione e regione. Alcune regioni, tra cui quella mediterranea, dovrebbero subire un aumento della siccità, aridità e incendi (IPCC AR6 WGI TS punto TS4.3.2.2). Naumann et al. (2021) hanno stimato che a causa della siccità, con un aumento della temperatura di 4°C rispetto all’era preindustriale, aumenterebbero enormemente le perdite produttive in Europa, specie nelle aree mediterranee.

Ha senso la mitigazione?

A questa domanda cercherò di rispondere affrontando tre temi, uno di carattere più generale, ossia l’energia da fonti rinnovabili, e altri due che riguardano più direttamente l’agricoltura, ossia lo stile alimentare e le strategie per ridurre le emissioni di GHG dalle colture e dall’allevamento degli animali.

Per ridurre le emissioni di CO2 è indispensabile sostituire i combustibili fossili con fonti rinnovabili oppure con il nucleare. È la cosiddetta decarbonizzazione. Il passaggio non è indolore, si pensi a quello che sta succedendo nel settore automobilistico: passare dal motore a combustione a quello elettrico ha effetti devastanti sull’industria metalmeccanica e milioni di posti di lavoro sono a rischio in tutto il mondo. Inoltre, la transizione ha effetti geopolitici, che stanno mettendo in crisi il primato tecnologico dei Paesi Occidentali. La Cina, infatti, ha assunto il controllo di gran parte di alcune materie prime che servono per la componentistica delle batterie elettriche o dei magneti e ha anche il primato tecnologico nella raffinazione delle terre rare.

Tutto ciò preoccupa l’opinione pubblica e i suoi rappresentanti e attualmente si sta consolidando l’opinione che il processo di transizione dall’uso dei combustibili fossili alle fonti rinnovabili vada bloccato o quantomeno fortemente rallentato. In aggiunta a questo si obietta che l’uso di energia da fonti rinnovabili riduce, sì, le emissioni di CO2, ma è devastante per gli ambienti da cui sono estratte le materie prime.

I combustibili fossili non sono rinnovabili e non sono riciclabili. Le materie prime utilizzate per produrre energia dal sole o dal vento sono limitate, ma in gran parte riciclabili, almeno teoricamente. Le riserve attualmente note ed economicamente sfruttabili di combustibili fossili sono attualmente: 1,75 trilioni di barili di petrolio, 2,3 trilioni metri cubi di gas naturale e 1,7 trilioni di tonnellate di carbone (Oil and Gas Journal, 2022 – https://www.ogj.com/exploration-development/reserves/article/14286688/global-oil-and-gas-reserves-increase-in-2022?utm_source=chatgpt.com).

Queste riserve, alle condizioni del consumo attuale, dovrebbero esaurirsi in circa 130-140 anni per il carbone, 50-60 anni per il petrolio e 40-50 anni per il gas naturale (ourworldindata.org/fossil-fuels). Si tratta di lassi di tempo che coprono un paio di generazioni e i nostri figli e nipoti si potrebbero trovare in un mondo in cui l’energia sarà causa di tensioni assai maggiori di quelle di oggi. In queste condizioni continuare imperterriti a consumare petrolio o gas metano, confidando sul fatto che si troveranno altri giacimenti, sembra irrazionale o addirittura irresponsabile e il ricorso a fonti energetiche alternative, anche se attualmente sono più costose, è chiaramente una scelta obbligata.

Per quanto riguarda l’impatto ambientale, le fonti rinnovabili, quali eolico o solare, hanno in confronto ai combustibili fossili vantaggi e svantaggi. Le fonti rinnovabili hanno un’impronta di carbonio quasi nulla rispetto a quella delle fonti da combustibili fossili, richiedono pochissima acqua a differenza degli impianti termoelettrici, possono condividere il suolo su cui sono impiantati i pannelli o le pale con attività agricole o allevatoriali, non inquinano l’aria, non consumano risorse non rinnovabili se riciclate, mentre i combustibili fossili non sono riutilizzabili neppure teoricamente.

Il problema comune agli impianti fotovoltaici ed eolici è il riciclo delle loro componenti. Nel caso del fotovoltaico, quasi tutti i materiali possono essere riutilizzati con una certa facilità, se si escludono le batterie d’accumulo. Gli impianti eolici presentano il problema della estrazione, raffinazione e riutilizzo delle terre rare. La loro estrazione danneggia fortemente l’ambiente e la riutilizzazione è difficile e costosa. Questo problema è indubbiamente un punto critico che rende ancora non del tutto mature queste tecnologie.

Ma è impossibile pensare che con un po’ di tempo e con uno sforzo comune si possano migliorare le tecniche di estrazione e che le quantità di terre rare attualmente presenti nei magneti o nelle batterie in uso possano essere riestratte e riutilizzate con tecnologie innovative ed economicamente competitive? Secondo me no.

Il sistema alimentare, che comprende l’estrazione delle materie prime, la produzione dei prodotti agricoli e zootecnici, la loro lavorazione, confezionamento, distribuzione, vendita, consumo e smaltimento, contribuisce per un terzo alle emissioni di GHG (Crippa et al., 2021). Cosa si può fare per ridurre le emissioni di questo settore? E, soprattutto, le azioni che vengono proposte hanno un senso?

Una cosa che può essere fatta è quella di ridurre, in certi contesti, il consumo di alimenti che hanno un forte impatto ambientale. Gli alimenti di origine animale, con tanti distinguo e precisazioni, hanno un’impronta di carbonio superiore agli alimenti vegetali, ma hanno un ruolo fondamentale in una dieta sana ed equilibrata. C’è una grande difformità nel consumo di prodotti animali tra le varie parti del mondo: ci sono alcuni Paesi (Stati Uniti d’America, Australia, Spagna, Argentina, Mongolia) in cui anche per motivi culturali il consumo di carne pro capite annuo supera abbondantemente i 100 kg, altri (India e vari Paesi dell’Africa) in cui il consumo medio è inferiore ai 10 kg (https://www.fao.org/faostat/en/#data/FBS).

Un riequilibrio avrebbe effetti benefici non solo per l’ambiente ma anche per la salute (Beal et al., 2023; Johnston et al., 2023). In Europa il consumo apparente (quello reale è poco più della metà) si aggira tra i 70 e 80 kg. Anche in questo caso, quindi, una certa attenzione all’ambiente può avere ricadute positive, perché il consumo eccessivo di carne, specie se lavorata, in una dieta scorretta povera di verdure e frutta, comporta rischi per la salute (Beal et al., 2023).

Le strategie di riduzione delle emissioni di GHG in agricoltura ci interessano direttamente e sono l’aspetto dal quale sono partito nello scrivere questo articolo. Se il riscaldamento globale in realtà non ci fosse o se non fosse l’uomo il colpevole, gli sforzi compiuti nel settore zootecnico in questi anni sono valsi la pena? La risposta è indubbiamente sì. Farò qualche esempio.

Bisogna premettere che gli allevamenti animali in molti Paesi sono diventati più efficienti, seguendo un’evoluzione motivata da obiettivi economici e non certamente dalla lotta ai cambiamenti climatici. Purtuttavia, il risultato è stato un minor impatto ambientale, perché migliorando l’efficienza si consumano meno materie prime e meno energia ma si produce la stessa quantità o anche di più.

È classico il lavoro di Capper et al. (2009), che analizzando la produzione di latte negli Stati Uniti dal 1944 al 2007 ha trovato che l’impronta di carbonio per chilogrammo di latte era passata da 3,66 kg di CO2eq a 1,35.

Molte azioni che sono utili alla riduzione delle emissioni di GHG hanno effetti positivi sulla produttività, sul benessere animale e sul bilancio economico e viceversa. Il metano emesso a seguito della attività digestiva rappresenta una perdita di energia; ridurlo vuol dire migliorare l’efficienza di trasformazione degli alimenti. Selezionare gli animali per l’efficienza di trasformazione alimentare significa anche ridurre le emissioni di CH4 enterico e vale anche il contrario.

Un’altra fonte di emissioni è quella del CH4 dai reflui. La più efficace strategia per ridurre questa fonte è la digestione anaerobica, che riduce fortemente le emissioni di CH4 e permette la produzione di energia elettrica o di biometano. Il beneficio è duplice: si riduce l’emissione e si genera un’energia rinnovabile in sostituzione dei combustibili fossili, contribuendo alla decarbonizzazione. Inoltre, viene facilitato l’utilizzo dei reflui e viene ridotto il consumo di fertilizzanti chimici.

La lotta ai cambiamenti climatici negli allevamenti si accompagna anche alla lotta all’inquinamento. L’uso razionale delle deiezioni e dei fertilizzanti, ad esempio, contribuisce anche alla riduzione delle emissioni di ammoniaca, di fosforo e di nitrati, che danneggiano la qualità dell’aria e dell’acqua.

L’obiettivo economico di migliorare le prestazioni dei propri animali induce gli allevatori a prestare grande attenzione alle condizioni di benessere. La lotta ai cambiamenti climatici si accompagna così ad un obiettivo economico, ma anche all’esigenza di offrire un ambiente sano e dignitoso agli animali, rispondendo ad una esigenza etica molto sentita dai cittadini.

Per contrastare i cambiamenti climatici non è sufficiente ridurre le emissioni, ma bisogna anche aumentare il sequestro della CO2 presente in atmosfera. Sta nascendo, con non poca fatica, un mercato di credito di carbonio in agricoltura per compensare gli sforzi degli agricoltori-allevatori che intraprendono azioni di sequestro di carbonio. Alcune di queste sono economicamente svantaggiose e non è detto che i crediti generati compensino tali sforzi. Tuttavia, in generale, si può affermare che suoli più ricchi di sostanza organica sono più fertili.

Ci sono strategie di mitigazione, che se avesse ragione Porro, non avrebbero nessuna utilità, come l’uso di additivi per ridurre le emissioni di CH4 enterico o la selezione di animali che, a parità di altre condizioni, emettono meno CH4. Nel complesso, però, le pratiche che riducono le emissioni di GHG nel settore zootecnico o che portano ad un aumento del sequestro di carbonio si accompagnano a vantaggi riguardanti la produttività, il benessere degli animali, il risparmio di energia e di materie prime, di terra e di acqua, riducono le emissioni di sostanze inquinanti, forniscono energia e migliorano la fertilità del suolo.

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