Iran: il conflitto con gli Stati Uniti e Israele potrebbe ripercuotersi sull’agroalimentare
Il blocco dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran scatena una nuova crisi energetica e mette a rischio la fornitura globale di fertilizzanti. Le associazioni di categoria chiedono misure urgenti e la sospensione del sistema CBAM per tutelare la tenuta delle imprese

La risposta iraniana agli attacchi missilistici di Stati Uniti e Israele del 28 febbraio non si è fatta attendere. Tra le azioni strategiche messe in atto non poteva mancare la ritorsione commerciale, avvenuta con la chiusura dello Stretto di Hormuz, che ha causato il blocco di circa duecento navi mercantili. La notizia della chiusura di questo passaggio vitale, attraverso il quale transita circa un quinto delle esportazioni globali di petrolio e gas, ha immediatamente suscitato timori per la sicurezza energetica e alimentare dell’Unione Europea.
Geopolitica e fertilizzanti
La chiusura delle rotte marittime nel Golfo non colpisce solo il mercato dei combustibili, ma coinvolge direttamente le basi della produzione agricola moderna attraverso una crisi dei fertilizzanti. Lo Stretto di Hormuz rappresenta infatti il punto di transito per una quota compresa tra il 40% e il 50% del volume commerciale internazionale di urea. La produzione dei fertilizzanti azotati si fonda in larga parte sul processo industriale Haber-Bosch, che sintetizza l’ammoniaca combinando l’azoto atmosferico con l’idrogeno, ottenuto dal gas naturale.
Una regione strategica
Poiché i Paesi del Golfo, come Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, beneficiano di gas a basso costo, sono diventati tra i principali esportatori mondiali di questi importanti input. Un’interruzione prolungata delle forniture minaccia di far crollare le rese agricole globali, poiché circa la metà della produzione alimentare mondiale dipende proprio dall’impiego di fertilizzanti di sintesi.
Proprio a fine febbraio la Commissione europea aveva proposto di abbattere i dazi della Nazione Più Favorita (NPF) per un anno sull’import di fertilizzanti in modo da ampliare il parterre di nuovi partner commerciali, escludendo Russia e Bielorussia. Data la probabile chiusura dei paesi del Golfo, ritorna comoda la modifica alla direttiva nitrati voluta dall’UE a inizio febbraio, che spiana la strada ai fertilizzanti RENURE ottenuti a partire dai reflui zootecnici, proprio per ridurre la dipendenza dai prodotti di sintesi e dalle importazioni.
La risposta di Confagricoltura e Coldiretti
Le organizzazioni agricole segnalano la necessità di interventi governativi e comunitari per evitare che l’aumento dei costi di produzione si trasformi in una crisi strutturale della filiera. Il Direttivo di Confagricoltura si è riunito d’urgenza a Palazzo della Valle il 3 marzo 2026 per affrontare le pesanti ricadute dell’instabilità internazionale sul comparto agricolo italiano.
“Prevediamo ulteriori rincari sia sul fronte energetico sia su quello dei fertilizzanti e dei concimi chimici. Non va dimenticato che da queste aree proviene oltre il 25% della disponibilità globale e più del 33% dei fertilizzanti utilizzati nel mondo, eventuali interruzioni avrebbero un impatto diretto sia sui costi sia sulla disponibilità dei prodotti”, chiosa Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, durante la riunione dell’associazione al Palapartenope di Napoli.
CBAM e i fantasmi dell’Ucraina
Secondo le associazioni di categoria, la nuova tassa sul carbonio applicata ai fertilizzanti, nota come Meccanismo di Adeguamento del Carbonio alle Frontiere (CBAM), rischia di gravare ulteriormente sui bilanci aziendali, e ne chiedono perciò l’immediata sospensione.
Il timore è che un’escalation del conflitto e il mantenimento della chiusura dello stretto di Hormuz possano ricreare quanto accaduto con la guerra in Ucraina, con rincari ed effetti ancora misurabili a distanza di quattro anni.



















































































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