Resistenza antibiotica nei bovini: occhio a Staphylococcus aureus e E. coli

L'ultimo sforzo congiunto di EFSA ed ECDC evidenzia che, nonostante la sensibilità batterica agli antibiotici resti elevata in molti Stati, la persistenza di ceppi resistenti come MRSA e la comparsa di E. coli nelle stalle richiedono una vigilanza costante e mirata

12 Marzo, 2026

La resistenza antimicrobica (AMR) rappresenta oggi una delle sfide più complesse per la salute pubblica e la sostenibilità delle produzioni zootecniche. Questo fenomeno si verifica quando i batteri perdono la sensibilità ai farmaci, rendendo le infezioni patogene difficili o impossibili da trattare con il rischio di fallimenti terapeutici in esseri umani e animali.

Negli allevamenti bovini, la comprensione di queste dinamiche è fondamentale, poiché i batteri resistenti possono trasmettersi per contatto diretto o perché presenti nell’ambiente o nella catena alimentare. L’adozione di un approccio “One Health“, promosso dalla Commissione europea, sottolinea quanto la salute animale sia indissolubilmente legata a quella umana, rendendo il monitoraggio sistematico uno strumento indispensabile per identificare i trend emergenti e guidare interventi mirati. Una corretta gestione sanitaria non solo protegge il benessere dei capi in stalla, ma garantisce anche l’efficacia futura dei farmaci essenziali per la medicina veterinaria e umana.

L’insidia dello Staphylococcus aureus resistente

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MRSA rilevati in animali da produzione alimentare

Un capitolo di particolare rilievo tecnico, sottolineato dall’ultimo report EFSA/ECDC (leggi anche “Antibiotico-resistenza nei batteri di origine alimentare: il rischio resta alto nonostante i progressi“), riguarda la diffusione di Staphylococcus aureus resistente alla meticillina, comunemente noto come MRSA. Questo batterio, spesso presente come commensale sulla pelle o nelle mucose, può trasformarsi in un patogeno opportunista responsabile di gravi infezioni sia sistemiche sia localizzate. Il monitoraggio su base volontaria condotto negli Stati membri ha rivelato una presenza eterogenea del batterio nelle diverse categorie bovine. Ad esempio, studi condotti in Belgio nel 2024 hanno evidenziato una prevalenza significativa del 44,1% nei vitelli a carne bianca, mentre la situazione nelle vacche da latte appare molto variabile, passando dallo 0,6% dei Paesi Bassi al 9,5% belga.

Molti di questi ceppi appartengono al complesso clonale CC398, una linea genetica tipicamente associata ai bovini, capace di adattarsi a diversi ospiti. La resistenza alla meticillina è un segnale d’allarme poiché indica la capacità del batterio di neutralizzare un’intera classe di antibiotici vitali, rendendo cruciale l’implementazione di rigorosi protocolli di igiene e biosicurezza per limitarne la diffusione.

Dati e metodi del monitoraggio europeo

La solidità scientifica delle analisi attuali poggia su un sistema di sorveglianza armonizzato che, nel 2023, ha posto l’attenzione sui bovini di età inferiore a un anno. Il monitoraggio obbligatorio ha coinvolto batteri zoonotici, come Salmonella, e indicatori commensali come Escherichia coli, interpretati in base ai valori ECOFF per valutare la resistenza microbiologica. I risultati indicano nei vitelli un tasso di sensibilità agli antimicrobici dell’84% per gli isolati di E. coli in stati come quello danese.

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Tuttavia, non mancano segnali di criticità: la prevalenza di E. coli produttori di ESBL o AmpC, enzimi in grado di inattivare le cefalosporine di terza generazione, ha raggiunto picchi del 54,1% in Portogallo e dell’88,7% in Italia. Da tenere d’occhio è stata la rilevazione, seppur limitata, di batteri produttori di carbapenemasi in campioni di vitelli tedeschi, italiani e dei Paesi Bassi. Questi dati si intrecciano con quelli relativi ai residui di medicinali veterinari, in cui il settore bovino dimostra un’altissima conformità normativa, con appena lo 0,11% di campioni non conformi nei piani di monitoraggio mirati del 2024 (leggi anche “Residui di farmaci veterinari: l’Europa conferma l’elevata sicurezza dell’allevamento italiano“).

Vitelli a rischio

Il report evidenzia che i vitelli sotto un anno rappresentano un serbatoio significativo di batteri resistenti, ad esempio per Campylobacter coli per cui si evidenziano tassi di resistenza molto elevati per alcuni dei principali antibiotici monitorati, come nel caso della tetraciclina, dove gli isolati di C. coli provenienti dai vitelli hanno registrato il livello di resistenza più alto tra tutti gli animali da produzione, con l’88,6%. L’alto livello di resistenza registrato nei vitelli potrebbe essere legato all‘uso diffuso di tetracicline nella produzione bovina in alcuni Stati membri. 

Un trend positivo da tenere sott’occhio

I progressi compiuti dal settore bovino negli ultimi anni testimoniano l’efficacia delle politiche di riduzione dell’uso di antibiotici e del miglioramento delle tecniche di allevamento. La diminuzione dei trend di resistenza in molti Paesi europei è un successo da valorizzare. Restano tuttavia dei vuoti da colmare, in particolare riguardo all’armonizzazione dei risultati tra i paesi comunitari, alla comparsa di resistenze nei confronti di farmaci di “ultima istanza” come i carbapenemi, il cui uso non è autorizzato in veterinaria, e alla presenza di MRSA nei vitelli a carne bianca. Inoltre, i progressi degli ultimi anni vedono, in  paesi come l’Italia, un plateau, dato che richiede quindi nuovi sforzi per progredire ulteriormente. In sintesi, nel settore bovino la persistenza di ceppi batterici altamente resistenti nei vitelli giovani rimane una priorità sanitaria.

La sfida futura per gli allevatori e i veterinari, secondo il report, sarà di consolidare questi risultati attraverso un uso sempre più prudente del farmaco e un potenziamento della sorveglianza genomica, capace di tracciare con precisione la circolazione dei geni di resistenza. Continuare a investire nella prevenzione e nella diagnosi precoce è l’unica via per garantire che l’allevamento bovino rimanga un pilastro sicuro e produttivo del sistema agroalimentare europeo.

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